C’è una marea che sale dal basso e che nessuno potrà fermare. L’età dell’agonismo dolce è arrivata pure nel pattinaggio artistico, lo sport dove trent’anni fa Nancy Kerrigan fu colpita al ginocchio con una sbarra di metallo da un sicario assoldato dall’ex marito di Tonya Harding, Jeff Gillooly. L’obiettivo era impedirle di partecipare alle Olimpiadi di Lillehammer.
È uno sport in evoluzione non solo con le esibizioni sulla pista [se ne parlava qui], ma anche nel clima intorno. Ci sono due scene in giro che lo stanno raccontando in queste ore. La prima è l’abbraccio euforico e tenero di Alysa Liu a Ami Naki, quando la teenager giapponese si rende finalmente conto di aver vinto il bronzo e le chiede conferma facendo un gesto con le dita.
La seconda sul podio, quando la battuta e disperata Kaori Sakamoto aggiusta a Liu il peluche e la medaglia perché possa avere le mani libere durante l’inno.
Resiste una tendenza cinica e arida a considerare tutto questo un segno del rammollimento devastante della meglio gioventù. Più il mondo ufficiale assume posture e mascelle indurite, più sale l’onda che i boomer non vogliono vedere. L’onda del bisogno di acque placide in cui navigare. Come sanno i più fedeli, si tratta di un tema caro a Slalom [un anno fa per esempio se ne parlava qui e qui, e già durante i Giochi di Parigi la cosa parve evidente e lo dicemmo qui].
La conversione del pattinaggio è diventata vistosa a Milano, e ne ha scritto Roberrt Samuels sul Washington Post, un pezzo illuminante sul disgelo delle rivalità. Siamo passati dalle “noccoliere sotto i guanti di velluto” – come diceva Johnny Weir – a un’epoca in cui le atlete festeggiano insieme sul ghiaccio. Samuels ricorda come un tempo gli allenamenti fossero un campo minato: ci si lanciava occhiatacce, si cercava di intimidire l’avversaria eseguendo i suoi stessi passi coreografici. A Milano, Liu ha applaudito l’esibizione delle rivali, Kaori Sakamoto ha inviato alle colleghe più giovani una lista di cose da non dimenticare in valigia.