A Emanuele Palumbo, in arte Geolier, manca un mese per compiere 26 anni. Ha la stessa età che aveva Maradona quando iniziò la stagione dello scudetto – il primo. Ha la stessa età che aveva Pino Daniele quando stava finendo di registrare Vai Mo’, il quarto disco, quello di Yes I Know My Way. Aveva inciso Napule è a 22, Je sto vicino a te a 24, il suo capolavoro Nero a metà subito dopo. Il meglio del meglio entro i 25 anni.
Questa suggestione anagrafica non è solo anagrafica, serve per capire cos’è Tutto è possibile, l’ultimo disco di Geolier, uscito ormai un mese fa – ma certi pensieri vanno sedimentati. Nelle prime 24 ore si contano gli streaming [23 milioni di stream], si guarda l’accoglienza delle classifiche [dieci pezzi di Geolier ai primi 10 posti dei più ascoltati in Italia], ma poi occorre del tempo per capire.
Per capire, per esempio, che questo disco di Geolier parla ai dischi di Pino Daniele ed è un disco maradoniano. Profondamente maradoniano. È il suo disco più adulto perché smette di raccontare il sogno [“Il mio primo sogno è giocare i Mondiali, il mio secondo sogno è vincerli”] e inizia a raccontare le conseguenze di quel sogno, nella stessa città che ti eleva a divinità e che finisce per diventare il luogo dove non puoi più camminare.
Come per Diego, il successo per Geolier non è stato un’ascesa lineare, ma un sequestro di persona da parte della gloria. Così come Maradona era prigioniero in via Scipione Capece, Geolier racconta l’impossibilità di tornare a Secondigliano con la libertà di prima.
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