Che cosa unisce Brignone, Fontana e Lollobrigida

Non c’è solo una data a unire per sempre l’oro di Federica Brignone nel Super-G, quello di Francesca Lollobrigida nei 5.000 metri di pattinaggio e l’argento di Arianna Fontana nei 500 metri dello short track.

Otto minuti complessivi e sofisticati nei quali si vedono tre fili.

Il primo è tecnico, una sorta di economia del gesto suggerito dall’anagrafe. Hanno tutte intorno ai 35 anni e vivono una fase in cui l’intelligenza applicata al fisico è diventata un fattore delle loro prestazioni. Non vincono per strapotere atletico puro ma per una felice lettura della scena. Brignone per le linee millimetriche e le curve dirette; Fontana per la capacità di sentire il ghiaccio e infilarsi in spazi invisibili, capire quando l’oro è andato e tenersi l’argento; Lollobrigida per la gestione del battito cardiaco, una precisione chirurgica mostrata ieri nell’ultimo giro, quando le gambe non c’erano più. Ha vinto per 10 centesimi. Nessuna ha esultato rabbiosa, tutte avevano lo sguardo fiero.

Il secondo filo è sentimentale, la suggestione di poter ballare un ultimo tango non a Parigi – ma a Milano o Cortina. Gareggiare in un’Olimpiade in casa è il sogno di ogni atleta, farlo quando sei nella fase finale della carriera trasforma la competizione in una missione sacra. Un senso del destino.


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Il terzo filo è il più interessante, ed è politico. Le unisce una longevità ribelle in conflitto con il sistema. C’è una rabbia serena nelle tre donne che stamattina consentono all’Italia di cominciare la settima giornata ai Giochi già con 17 medaglie totali rispetto alle 20 previste da Sports Illustrated, e con 6 ori rispetto agli 8 messi in preventivo. Un’Italia seconda nel medagliere alle spalle della Norvegia, ma soprattutto prima davanti al mondo in campo femminile: 4 ori, un argento e 2 bronzi. [“Abbiamo delle donne meravigliose da queste parti e tu, Federica Brignone, oggi le rappresenti tutte” ha scritto Massimo Gramellini sul Corriere della sera].

È la rabbia serena di chi ha vissuto gli anni scorsi dentro una battaglia per il riconoscimento di un progetto tecnico. Quello loro: personale, privato. Arianna Fontana più di tutte si è battuta contro la sua stessa federazione, arrivando a meditare il cambio di nazionalità e di passare agli USA per potersi allenare con il suo marito-coach Anthony Lobello. Quando Pietro Sighel dice “chi la conosce”, sottolinea tutto il solco che esiste ancora tra lei e la squadra, il suo isolamento, la scelta di non uscire dal suo orticello, il team privatissimo e familiare. Non è da maliziosi immaginare che il ruolo di portabandiera-bis offertole dal CONI possa aver fatto parte di una trattativa per scongiurare lo strappo.

 

Federica Brignone ha spesso vissuto all’ombra di dualismi mediatici, ogni tanto alimentati da interventi di sua madre, ma pure lei si è battuta per poter avere suo fratello accanto, in una squadra parallela a quella federale, mentre Francesca Lollobrigida ha dovuto sfidare il pregiudizio che voleva la sua carriera finita dopo la maternità, una scelta che a un anno e mezzo dai Giochi in federazione hanno accolto con un brivido.

L’età dei team privati vive con i loro successi contemporanei di ieri una giornata di smalto. Ma questo modello di gestione autonoma delle atlete d’élite è un fenomeno esteso ben oltre gli sport invernali. Siamo pieni di ringraziamenti per “il mio team” dopo un bel risultato, ma anche dopo una delusione.

Nel nuoto, la tendenza di affidarsi a centri di eccellenza o allenatori personali di fiducia è ormai la regola. Ostia è il centro federale, il grosso della preparazione olimpica avviene altrove. Benedetta Pilato segue un percorso fortemente personalizzato da quando ancora a Taranto preferiva farsi km e km in macchina, anziché trasferirsi. L’ha fatto in età universitaria, e come Simona Quadarella si è messa nelle mani dell’avanguardia tecnica del circolo Canottieri Aniene. È il team che gestisce in autonomia carichi, trasferte, preparazione, pur rispondendo alla federazione per gli eventi ufficiali.

Il tennis ha fatto del decentramento una delle ragioni esplicite e dichiarate del suo boom. È diventato sulla scena internazionale perfino un modello, “il modello italiano” a cui guardare. Ed è stato sull’altare del team privato che si è consumato il sacrificio di Lara Colturi, figlia della campionessa olimpica Daniela Ceccarelli, e disposta a rompere con la federazione italiana per poter avere anche lei il suo Golden Team. Gareggia con passaporto albanese e pure lei – ops – è stata fatta portabandiera da Tirana.

Perfino nell’atletica leggera, dove il legame con la FIDAL e con Formia è stato storicamente più forte, emergono adesso figure a gestione familiare. Nadia Battocletti segue un percorso tracciato dal padre-allenatore Giuliano Battocletti, spesso in solitaria nei boschi del Trentino. È un modello di autarchia tecnica che l’ha portata all’eccellenza. Larissa Iapichino, dopo varie fasi, si è legata alle scelte di papà. La sua competitività è alta, sebbene i Giochi siano finiti senza medaglie, e sebbene siano finiti male soprattutto come esposizione mediatica di questo loro rapporto. Il team privato di Marcell Jacobs e quello familiare di Filippo Tortu hanno dato più di un motivo di imbarazzo alla FIDAL, mentre Gianmarco Tamberi è scappato dalla relazione con il papà-coach.

Tutto questo avviene al di fuori dei quadri tecnici federali classici al punto da chiedersi quale sia oggi il ruolo delle federazioni, enti privati a cui sono destinati i fondi pubblici per lo sviluppo dello sport di base attraverso la cassaforte istituzionale di Sport e Salute. Ma soprattutto viene da chiedersi quali sia il ruolo del CONI, ente invece pubblico, al quale è rimasta come missione la preparazione olimpica – che però si svolge quotidianamente molto spesso altrove.

Una scena ibrida resa ancora più complessa dalla presenza dei gruppi militari, i finanziatori del finto dilettantismo nel quale eccelle lo sport femminile italiano, ancora tagliato fuori dal professionismo ufficiale, arrivato solo di recente e solo per il calcio. Una presenza che ha creato una selezione darwiniana. Un giovane atleta maschio di medio calibro può galleggiare in serie minori guadagnando dignitosamente, una donna per esistere sportivamente doveva essere un’eccellenza assoluta. È rimasta ai vertici solo chi aveva una motivazione feroce e un talento fuori scala. Abbiamo meno atlete medie, ma le punte sono acciaio temperato da anni di scarsità di risorse. Il 90% delle medagliate di Milano-Cortina appartiene a corpi militari. Brignone è nei Carabinieri, Lollobrigida nell’Aeronautica, Fontana è stata nelle Fiamme Gialle. I gruppi offrono alle atlete uno stipendio, delle strutture, delle tutele e dei contributi pensionistici che il mercato privato dello sport femminile non garantirebbe. Questo ha permesso una stabilità di carriera fino ai 35 anni di Brignone, Lollobrigida e Fontana.

Se al giorno-7 delle Olimpiadi, le donne italiane sono più vincenti di quelle USA e delle scandinave è perché sono il prodotto di un sistema che le ha costrette a essere più forti per essere notate, per essere protette da uno scudo economico che ha permesso loro una longevità attraverso percorsi non convenzionali.

Emanuela Audisio su Repubblica scrive come parlando a una grande milanese. “Dispiace, Ornella, ma l’oro delle donne italiane, anzi delle trentacinquenni, non è come cantavi tu: la voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria. È tutto l’opposto: è la pazienza, la disciplina, la coscienza, è l’armonia. E sì la voglia e l’allegria ci sono, ma niente favole. E c’è soprattutto la certezza che nella vita devi guidare tu, non farti guidare, non importa se sugli sci o sui pattini”.

Gaia Piccardi sul Corriere della sera aggiunge che “le favole sono di Gianni Rodari. Alice cascherina, Delfina sognatrice, Rita capelli d’oro. Gli ori all’Olimpiade di casa sono delle donne italiane: Francesca, Chiara, Elisa, Arianna, Andrea, Marion, Federica.  Alice cascherina cascò nel taschino della giacca del papà. Le donne italiane il taschino prima lo rammendano, magari, e poi ci mettono dentro le medaglie”.


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