La fiaccola olimpica a Trieste: il fuoco di Italo Svevo

Trieste

14 giorni a Milano

Il fuoco di Svevo e dell’ultima sigaretta di Zeno

La fiaccola di Olimpia ha dormito a Venezia e oggi si sposta verso Trieste, dove la rubrica del viaggio del fuoco non vedeva l’ora di arrivare. Il legame delle opere degli scrittori triestini con il fuoco è prevalentemente simbolico, metaforico, a volte storicamente doloroso. Per Boris Pahor e per quegli autori che hanno vissuto le tensioni del confine orientale e le atrocità del XX secolo, il fuoco assume una connotazione di distruzione. Nella storia di Trieste, il Centro di Cultura Slovena (National House) fu bruciato dai fascisti nel 1920, un atto che rappresenta l’incendio simbolico di una identità. È questa memoria storica che alimenta l’intera opera di Pahor, una testimonianza di resistenza.

Per Italo Svevo, il fuoco è stata una potente metafora legata alla nevrosi e al desiderio, al tentativo spesso fallito di un cambiamento. In La coscienza di Zeno, il fuoco è il simbolo sgamato dell’ultima sigaretta accesa. Zeno Cosini fuma di nascosto, promettendosi ogni volta che quella sarà l’ultima. La sigaretta che brucia rappresenta il fuoco della sua malattia, un piacere proibito e un sintomo della sua debolezza.

Nelle opere di saggistica e nei romanzi di Claudio Magris, il fuoco è spesso quello dell’intelletto e della memoria storica che brucia e plasma l’identità dei popoli lungo i confini e il Danubio. È la capacità di ricordare e di bruciare metaforicamente le ingiustizie del passato, mantenendo viva la fiamma della coscienza civile.

 


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