La fiaccola olimpica a Pavia: il fuoco in Maria Corti

Pavia

22 giorni a Milano

Il fuoco di Maria Corti

Dopo aver dormito ieri sera a Varese, oggi il fuoco olimpico si muove verso le terre di Gianni Brera e va a dormire a Pavia, casa di Maria Corti, il cui rapporto con il fuoco ebbe soprattutto una dimensione filologica nella fiamma della ricerca. Per Corti la letteratura è stata un organismo vivo che emanava calore. Il suo lavoro critico e la creazione del Fondo Manoscritti di Pavia sono stati descritti come un atto di salvataggio di carte che altrimenti sarebbero state destinate all’oblio o alla distruzione simbolica. In Ombre dal fondo descrive così la scoperta fortuita di manoscritti preziosi: Vedo un camion davanti alla Bompiani, colmo di pacchi di carte destinati al macero. Erano manoscritti di Moravia, Alvaro, Marotta. Li ho sottratti alla distruzione perché la memoria non diventi cenere.

In La felicità mentale, uno dei suoi saggi più celebri, il fuoco dell’intelligenza è quel che permette di penetrare il testo.  Quando esplora la passione per la conoscenza, quando cita la tradizione dantesca e di Cavalcanti, scrive: La ricerca è una felicità mentale che nasce nell’intelletto possibile; è una fiamma che non consuma ma illumina il testo, permettendo di ritrovare l’ombra vivente dell’autore tra le sue righe.

Il suo capolavoro è stato L’ora di tutti [1962], ambientato durante l’eccidio di Otranto del 1480. Lì il fuoco ha un senso fisico e tragico. È il fuoco che consuma la materia e rivela un destino [l’ora, appunto] di ogni personaggio. Quell’ora fatidica a noi l’hanno portata i turchi. Non è l’ora della morte, ma della verità, in cui ciascuno deve dare prova di sé e distinguersi irrevocabilmente dal destino di un altro

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