L’uomo statua sgretolato da un gol subito

popoli

L’uomo statua sgretolato da un gol subito

▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔

    DI AMIRA IOZZI BOUDERBALA 

Restare fermi non è così facile. Gli artisti di strada lo fanno tutto il giorno sui loro trampoli. Il braccio pesa. I muscoli bruciano. Il corpo chiede di scendere e di cambiare posizione. Ti implora di tornare umano. Il gesto sembra semplice, invece il tempo comincia a scavare. Il sangue rallenta, le articolazioni si irrigidiscono, la gravità prende confidenza con la carne. Ogni minuto aggiunge una frazione di peso che non si vede. Non affligge un dolore netto, ma una somma silenziosa di momenti. È una stanchezza che non ha sfogo.

Michel Nkuka Mboladinga si è infilato con i suoi non-gesti tra le foto più esibite di questa Coppa d’Africa. Una volta gli inviati venivano a raccontare prodezze di stregoni e fattucchiere. Ora meno. Ma se allo stadio c’è un tipo come Michel Nkuka Mboladinga fa molto Africa. Ha seguito le partite della sua squadra senza muoversi. Come fanno i pali delle porte, e nemmeno sempre, in mezzo a tamburi, urla, risate, e poi improvvisi silenzi. Quando l’Africa si raduna per il calcio non conosce mezze misure. Vive tutto e subito. 

Michel no, Michel ha trattenuto. Restare fermi è un atto contro natura in un luogo fatto per il movimento. Sembrava folklore, era testimonianza. In Africa, restare non è mai una posizione comoda. Restano le madri davanti alle scuole chiuse, restano i lavoratori ai cancelli, restano Paesi interi in equilibri provvisori. In Sudan, restare significa dormire con le scarpe addosso, perché la fuga potrebbe essere questione di minuti. A Khartoum, le famiglie hanno imparato a riconoscere i silenzi tra un colpo e l’altro. Certe volte chiamiamo coraggio la disperazione.

In Repubblica Democratica del Congo, restare è abitare una frontiera che si sposta senza preavviso. A Goma, i mercati aprono anche quando il terreno fuma. Si resta perché partire è un lusso logistico, non una scelta morale. In Mali, restare vuol dire continuare a insegnare senza libri aggiornati, con programmi che cambiano più lentamente dei governi. Le scuole aprono e chiudono come ferite cauterizzate male. Gli insegnanti restano perché la parola pesa più dell’instabilità.

In Nigeria, restare è sopportare l’intermittenza. La luce va e viene, l’acqua anche. Le elezioni promettono e poi dimenticano. Restare significa imparare a vivere in un sistema che funziona a scatti, ma senza smettere di chiamarlo futuro. In Zimbabwe, restare è una disciplina economica. I prezzi cambiano tra mattina e sera. Le banconote perdono senso prima di uscire dal portafoglio. Restare significa ricordare cos’è un valore quando le cifre non li rappresentano più.

In Senegal, restare è aspettare una piroga che non parte. Sulle coste di Saint-Louis, molti giovani terngono lo sguardo puntato verso l’Atlantico, misurando ogni giorno la distanza tra desiderio e possibilità. Restare allora è un tempo sospeso. In Etiopia, restare significa sentire le ferite della guerra sotto la pelle e in Sudafrica invece è occupazione di uno spazio. Ci sono proteste che durano settimane, i cartelli si scoloriscono, il potere deve passare davanti a quello che non vuol vedere.

In Algeria, restare è stata una postura collettiva. Durante l’Hirak, le piazze hanno imparato che il tempo è un alleato se viene condiviso. Restare insieme ha svuotato la paura. In Mozambico, restare è ricostruire dopo che il vento ha fatto il suo lavoro. I cicloni portano via i tetti, non l’abitudine e la pazienza a risistemarli. Restare significa accettare che il ritorno è parte del paesaggio.

Restare, dovunque, significa assorbire urti senza cedere, trattenere la memoria mentre tutto intorno chiede un adattamento rapido. Michel ce l’ha fatta finché ha retto la sua squadra. Ha vestito i panni di Patrice Lumumba finché la Repubblica Democratica del Congo non ha preso il gol fatale dall’Algeria, fino al minuto 119 dei 12o. Un gol arrivato come arrivano spesso le decisioni prese sulla pelle dell’Africa: tardi, improvviso e senza margine di replica. A quel punto la statua vivente si è sgretolata. I calciatori hanno visto e capito. Lo stadio di Rabat ha inventato l’applauso più unanime che si sia mai sentito nella storia del calcio.

In Africa, ciò che finisce prima del tempo lascia sempre un vuoto. I mandati interrotti dei politici, i processi sospesi dei giudici, i sogni abbreviati dei bambini. Quel che dura troppo, invece, si logora in silenzio. Le attese diventano strutturali, le disuguaglianze normalità, le ferite restano aperte. In Africa, spesso, la dignità non è nel movimento, ma nella resistenza alla stanchezza. Restare, come Michel, non è immobilità. È portare il peso del tempo senza lasciarlo cadere addosso agli altri.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.