Rullo, rullo proprio. È quasi rullo
Jannik Sinner e Carlos Alcaraz sorridono e stringono le dita. Il lavoro è finito e fanno quel gesto là. Si strofinano l’indice e il pollice. Se ci fossero Bill Murray e Scarlett Johansson, potremmo chiamarla Lost in Translation. Da noi vuol gesto dire soldi. In contanti. Rullo, proprio rullo [citazione – capitale semantico]. In Corea vuol dire cuore. Affetto. Un affetto minimo, ma dichiarato.
È una traduzione sbagliata eppure funziona. Perché loro in Corea ci sono andati davvero per soldi. Non è una vergogna. Tutti facciamo qualcosa per soldi, soprattutto il nostro lavoro. Loro li hanno incassati vendendo la loro rivalità così fresca e così nuova, questo loro arrivo che ha reso più dolce gli addii di Federer e Nadal – soprattutto in Spagna e in Italia – hanno venduto tutto lo spettacolo che possono mettere in piedi e la partita più desiderata in ogni torneo. Le esibizioni sono partite che non contano e che contano moltissimo. Non spostano il ranking, non assegnano titoli, ma distribuiscono engagement – e con l’engagement se sei bravo ci fai altri soldi.
Il gesto è perfetto. Soldi per chi gioca, cuore per chi guarda. Un accordo silenzioso e sospeso. Il mercato e il sentimento possono stare stretti dentro lo stesso spazio di due dita. Senza innocenza, ma senza scandalo. È una posa da pubblicità o da concerti k-pop. Un gesto leggero, un ammiccamento al business e al dibattito sull’invasione degli show nel tennis vero. Una rivendicazione della fiction nell’età in cui siamo ossessionati dall’autenticità e della distinzione del vero e dal falso. Che grande canzone, su questa foto, ci avrebbe scritto Shakira.
Gaia Piccardi sul Corriere della sera dice: “L’accordo coreano sembra essere: spassiamocela nel primo set, facendo divertire i tifosi; poi si gioca. E allora alla prima palla break nel game d’avvio annullata da Alcaraz con il servizio (rinfrescato nell’off season senza Ferrero), seguono momenti di stallo sulla diagonale del rovescio in back (con Jannik che sghignazza in corso d’opera), serve and volley sinneriani senza troppa convinzione, cortesie a rete (un duello di rovesci sempre più stretti, a sfidare le leggi della geometria), scambi prolungati con lo scopo di tenere la palla in campo, come per allungare il brodo, insaporito dalla carota del lauto ingaggio (1,5-2 milioni di dollari a testa). Per la cronaca, c’è una seconda palla break per Jannik sul 3-3, cancellata con un superbo dritto insideout da Carlitos, che poi ottiene il 6-5 con un colpo tra le gambe, fa il break decisivo (6-5) grazie a un dritto steccato dall’azzurro, e chiude 7-5. Sbrigati i convenevoli, si comincia a fare (quasi) sul serio, come a Riad. Anzi no. Sul 2-2 c’è spazio per il teatrino dello spettatore fatto entrare in campo per giocare un punto con il campione (Jannik, nel frattempo, si accomoda in tribuna) ma il problema è che il punto attribuito al tifoso, in seguito al quale Alcaraz deve annullare una palla break, inficia totalmente la partita. Come potremo considerare Incheon un incontro valido per i precedenti «amichevoli»? Mah”.
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