Rosalia, l’elogio della complessità

 

Lux, il sacro affollato di profano

Nell’ultimo decennio, Rosalía è diventata il più grande manufatto pop spagnolo da esportazione e Lux sembra inaugurare la sua fase imperialista. L’album ha debuttato al primo posto in cinque Paesi, è stato votato album dell’anno dal Guardian, ha battuto record di streaming su Spotify e ha raggiunto il quarto posto nelle classifiche di Stati Uniti e Regno Unito, dove il pop non anglofono raramente prospera. 

Un disco in tredici lingue, stilisticamente espansivo, registrato con la London Symphony Orchestra, per Rolling Stone è stato un’opera sorprendentemente ambiziosa, perché Rosalía è stata riluttante a definire Lux come musica classica in senso tradizionale, ma le sue impronte sono presenti in tutto il disco”. NME ha detto che Rosalía non è mai stata a corto di creatività ma questo quarto album non contiene solo mondi interi, ma piani astrali, colma il divario tra la Terra e qualsiasi cosa crediate che sia il paradiso.

Lux è pieno pieno pieno di iconografia cattolica, con un continuo ritorno ai temi della trascendenza, della sofferenza e della grazia nei testi. The Independent lo ha definito un capolavoro che riflette sulla mortalità, la lussuria, la santità e l’idolatria, e pare che ci sia sotto un autoritratto. Ma perché parlarne ancora? Primo: perché su Slalom non c’era ancora lo spazio Tempo Libero e adesso sì. Secondo: perché ne ha parlato il sociologo catalano Carlos Delclós sul Guardian con una serie di considerazioni molto interessanti, non tanto e non solo sul disco, ma sul mondo simbolico in cui quel disco si inserisce.

Nulla di tutto questo è inedito nella storia del pop, ma l’atmosfera di lusso che permea l’album e il modo in cui la trascendenza spirituale viene presentata come un’esperienza premium risultano stridenti in piena crisi del costo della vita, soprattutto mentre il Vaticano stesso ha recentemente criticato in modo esplicito le disuguaglianze, l’eccesso economico e gli alibi morali della ricchezza.

Il professore confessa di essersi accostato al disco con molta diffidenza, non per la sua qualità artistica, ma per il contesto, per questa estetica sacrale che rischiava di coincidere con una messa in scena del potere culturale. L’ascesa di Rosalía, osserva Delclós, l’ha trasformata in una campagna di soft power individuale, nella sovrana incontrastata di una specie di brand España globale, capace di rilanciare simboli nazional-cattolici in un tempo che sembra già saturo di restaurazioni identitarie.

Negli ultimi dieci anni, una costellazione di attori ultraconservatori è passata dai margini al centro della vita pubblica spagnola, soprattutto grazie agli strumenti digitali. Operano come “imprenditori morali”: politicamente abili, altamente mobilitati, si presentano come difensori assediati della vita, dell’ordine e della verità contro un mondo secolarizzato e ostile.


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È dentro questa perma-crisi — una crisi ormai permanente più che un’eccezione storica — che Lux comincia però a rivelare un’altra traiettoria. Quando il rumore promozionale si è dissolto, il disco non è rimasto un sermone e basta, ma un’indagine, una esplorazione delle contraddizioni nel presente.

La vita quotidiana è gonfia di urgenza morale e i valori sono costantemente sotto minaccia. L’elenco delle catastrofi — genocidi, guerre, collasso climatico, inflazione, migrazioni — somiglia sempre meno a una diagnosi e sempre più a un sistema di etichettatura per l’algoritmo.

In questo scenario polarizzato — le due Spagne, il ritorno di una grammatica amico-nemico — Rosalía ha scelto un’altra posizione. Lux si apre con un desiderio espresso di vivere tra i due poli, di amare insieme Dio e il piacere terrestre. Un approdo intellettuale, dice il sociologo catalano, nutrito da mistiche femminili per le quali devozione, corpo, autorità ed eros non sono separabili. Quando Rosalía canta Non sono una santa, ma sono benedetta, – dice Delclós – la frase cade con il peso deliberato di una sovversione eretica: una divinizzazione senza ascesa. Non due forze opposte ai margini di uno spettro, ma una moltitudine di elementi che coabitano in tensione costante”. 

C’è qualcosa di profondamente sbalorditivo nel modo in cui Lux rifiuta le semplificazioni. Il sacro di Rosalía non si presente in opposizione al profano. Il sacro di Rosalía è affollato di profano. Il disco non offre morali né soluzioni politiche, ma insiste prodigiosamente sulla fatica più moderna, sulla necessità di abitare la complessità senza ridurla.

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