L’ultima puntata di Stranger Things: le cose strane sono finite in modo meno strano

 

Quando Stranger Things debuttò nel 2016, si propose in modo deliberato, ricco, come un posto che citava l’immaginario cinematografico degli anni Ottanta, un cocktail di riferimenti da Spielberg a King. Sapeva di déjà-vu e di familiare. La critica americana evidenziò come questo “colpo di nostalgia” non fosse velleitario, ma centrato su una narrazione che funzionava davvero, con personaggi ben definiti e una trama che andava oltre l’omaggio.

Ora che siamo arrivati alla fine di questa decennale passeggiata tra le nostre paure e la nostra idea della familiarità, è chiaro che Stranger Things non è stato semplicemente un fenomeno seriale. Con la sua mescolanza di horror sovrannaturale e dramma umano, ha messo in scena non un mondo lontano, ma le dinamiche profonde delle relazioni, adolescenziali e non.

Su Humanum Review c’è una riflessione su quello che viene considerato il vero cuore narrativo, non solo il Sottosopra come entità di paura, ma lil racconto delle relazioni umane che rendono possibile resistere a quella paura. Anche se dentro la cornice del fantastico, questo ha fatto la serie per dieci anni, esplorare dinamiche di affetto, di paternità, di femminilità, di amicizia e di amore che hanno trasceso il prodotto di genere. Non era un racconto di mostri, ma una riflessione sulle connessioni che ci salvano. 

Per la Los Angeles Review of Books la sua capacità di combinare generi e spunti è stata parte di ciò che ha reso il racconto potente. Non un omaggio agli anni ’80, ma un tessuto emotivo coerente, una narrazione a strati in cui nostalgia, paura e affetto si sono sostenute a vicenda. 

In questi dieci anni, Stranger Things ci ha parlato della paura come metafora di isolamento e dell’amicizia come una cura. Ha fatto vedere che le minacce più grandi non sono quelle esterne — Demogorgoni, Upside Down o Vecna — ma quelle che ci portiamo dentro quando perdiamo qualcuno o quando ci sentiamo esclusi. La nostalgia allora non era un vezzo estetico, ma un modo per ricordarci che c’è stato un prima in cui eravamo insieme, e che quel prima – quei giochi in bici, quei pomeriggi nel seminterrato giocando a D&D – è qualcosa che possiamo ritrovare negli spazi reali delle nostre vite.

Aldo Grasso sul Corriere della sera lo definisce stamattina un grande capitolo nerd della cultura pop americana ipotizzando che il finale possa non essere piaciuto [o possa non piacere] a chi ha amato la serie. Ma è stato un finalone, decisamente più alto rispetto al tono del Volume 2 .della quinta stagione. Questa tensione – tra il desiderio di un racconto confortante e l’esigenza di una critica più radicale – è forse l’eredità della serie. Stranger Things ha acceso una conversazione più ampia sui modi in cui la cultura pop riflette e interpreta le paure collettive e i desideri di appartenenza. Il suo Upside Down, lo specchio oscuro e deformato del mondo reale, è diventato la metafora non solo del male esterno, ma delle fratture interne alle società. Trovare un modo di stare insieme — ecco – trovare un modo di stare insieme tra le luci di Natale e i corridoi bui del Sottosopra, questo deve essere davvero una materia horror.

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