Come parla il silenzio dei benedettini
C’è un’Europa che non coincide con le sue crisi, né con i suoi vertici, né con le sue capitali. Un’Europa laterale, paziente, costruita nei secoli attraverso il lavoro quotidiano, l’ospitalità, la disciplina del tempo. È un’Europa che non alza la voce, che non conquista, che non si espande. Tiene e custodisce. Resiste dove può. Paolo Rumiz l’ha attraversata da viaggiatore qual è sempre stato, seguendo la trama dei monasteri benedettini, e stamattina sul Corriere della sera Gian Antonio Stella ne raccoglie il racconto come un controcanto alla fragilità del presente per l’uscita di una nuova edizione.
«Ci sono tanti tipi di silenzio. Quello spinoso dell’imbarazzo, quello della complicità che rende superflue le parole, quello punteggiato dei segnali d’allerta che esiste in natura, quello terribile delle lingue negate, come fu il tedesco in Alto Adige sotto il fascismo. E c’è il silenzio del vuoto: il silenzio di un’abbazia ridotta a un drappello di monaci». È il più malinconico, e insieme il più eloquente, tra quelli incontrati nel cammino dello scrittore triestino.
Rumiz si definisce «laico un po’ mangiapreti ma curioso di capire» e cerca nei luoghi fondati dai seguaci di Benedetto da Norcia l’origine di una spinta che ha ricostruito un continente: «Da dove se non dall’Appennino, mondo duro abituato da millenni a risorgere dopo ogni terremoto, poteva essere venuta, millecinquecento anni fa, quella formidabile spinta alla ricostruzione dell’Europa». Le abbazie appaiono come «roccaforti dello spirito», capaci di resistere a invasioni, disastri naturali e rivoluzioni, di «deviare fiumi, dissodare terreni impossibili, umanizzare l’ambiente».
Non tutte sono sopravvissute. Alcune restano come vestigia, splendide e mute. Altre continuano a formare una rete che attraversa il continente: «una nebulosa di corpi celesti lontani tra loro che si lanciano segnali intermittenti», unita da un «disordine democratico» fedele all’Ora et labora. Una presenza che potrebbe ancora oggi aiutare a costruire «un argine alla dissoluzione» dell’Europa.
Tra i chiostri e gli orti si levano voci che insistono sulla letizia. Il filosofo Ivan Dimitrijevic ricorda che «un tempo i vizi capitali erano otto e l’ottavo era la tristezza» e che «il buon cristiano aveva il dovere della letizia». Dio, dice, «ha in uggia i musoni»: «La letizia è un dovere, prima che un diritto. L’uomo ha l’obbligo di essere felice, perché solo così fa felici gli altri».
La stessa idea attraversa la figura di Notker Wolf, monaco benedettino e intellettuale poliedrico, capace di tenere insieme studio, missione e musica rock. Accogliendo Rumiz a Sankt Ottilien, parla «della sacralità delle lingue del mondo», della scuola di Toledo dove «cristiani, ebrei e musulmani lavoravano insieme», e afferma che «l’infinito è racchiuso in un filo d’erba. Non penso tanto all’eterno quanto all’istante dell’incontro definitivo con Dio».
Maria Ignazia Angelini, badessa di Viboldone, ricorda che san Benedetto «trasforma l’hostis in hospes, il nemico in ospite», ma mette in guardia dalle semplificazioni: «La santificazione della manualità non significa essere teorici dell’efficienza e della produzione in sé». Al centro resta «la costruzione d’una rete relazionale fra diversi», una sapienza che «sa valorizzare l’umano per l’umano» e «non si tira indietro. Nemmeno di fronte al barbaro».
Il filo infinito è un libro di cammino e di ascolto, più che di viaggio. Paolo Rumiz ricava una mappa morale prima che geografica tra i luoghi dove il tempo è organizzato, il lavoro ha una misura e l’ospitalità è una pratica. È un libro sull’Europa profonda, quella che si è formata per sedimentazione e pazienza. Non celebra il sacro né la fede come identità contrapposte, ma indaga una civiltà che ha tenuto insieme preghiera, disciplina e letizia, studio e accoglienza. Un libro politico nel senso più largo e antico, perché propone un’idea di Europa fondata non sulla forza, sull’efficienza o sulla crescita, ma sulla capacità di trasformare il conflitto in convivenza e il tempo in responsabilità. Come ogni tanto succede, guardare indietro aiuta a capire il presente.