
Dopo aver riletto qualche recensione dell’estate a Venezia e certe osservazioni degli ultimi giorni, la cosa più urgente da dire sull’ultimo film di Paolo Sorrentino è che non si capisce a cosa serva cercare di identificare Mariano De Santis con questo o con quell’altro presidente, se è più Scalfaro o più Mattarella – anzi no no, con quel soprannome deve essere Cossiga – come se il senso de La grazia si giocasse in una caccia alle somiglianze e alla realtà, in un quiz di riconoscimento fisionomico o di allusioni, come se il grande cinema o la buona letteratura avessero bisogno di un cartellino esplicativo per essere legittimati.
È un riflesso tipico di quest’epoca, l’epoca della pretesa d’autenticità, dove tutto deve rimandare a qualcosa di vero e rintracciabile, di verificabile, possibilmente su Wikipedia. L’opera vale se parla davvero di, se dentro hai messo un pezzo di te, se smaschera, se denuncia, se può essere ridotta a un referente. Solo che l’artista non lavora per somiglianza né per trasparenza; lavora per deformazione, qualche volta per eccesso altre volte – appunto – per grazia.
A Sorrentino interessa invece costruire una figura che stia in piedi da sola, che sia più vera del vero proprio perché non coincide con nessuno. Mariano De Santis non è un rebus da risolvere ma come al solito una maschera, e come tutte le maschere serve a dire qualcosa che un volto realistico non saprebbe dire. In un tempo che confonde la sincerità con la nudità e l’autenticità con la confessione, La grazia rivendica il diritto alla visionarietà in un contesto estetico che fugge dall’eccesso e dal barocco, ma difende il rifiuto di aderire all’obbligo morale di essere credibile. La grazia non vive nell’esattezza ma nello scarto, nello smarrimento, e chiedersi per prima cosa chi rappresenti Servillo è un modo inelegante per non ascoltare quello che intende dire.
IL MONDO DI SORRENTINO
L’insieme dei film di Sorrentino compone casomai un’unica, riconoscibile visione del mondo, attraversata da uno sguardo disincantato e al tempo stesso pietoso. È un cinema che ha osservato l’essere umano nel momento in cui il successo, il potere, il talento o la giovinezza si sono rivelati insufficienti a dare senso alla vita. I protagonisti sono stati quasi sempre figure arrivate che scoprono il vuoto dietro la forma: calciatori, cantanti, politici, artisti, intellettuali, star, usurai, icone mondane. È per esempio molto sorrentiniano [e molto maradoniano] il nuovo disco di Geolier – ma ne parliamo nei prossimi giorni.
Sorrentino ha raccontato quasi sempre una sconfitta esistenziale, declinata come fallimento o come esilio, come blocco creativo, come una colpa, un rimorso o semplice sopravvivenza. Ha partorito il più delle volte personaggi che vivono in uno stato di sospensione: Titta Di Girolamo in attesa della morte, Jep Gambardella in una mondanità anestetica, Fred Ballinger nella rinuncia, Cheyenne nella depressione, Andreotti in una imperturbabile solitudine di potere. Anche quando l’azione fa rumore [la violenza, il crimine, la politica], quel che conta è il silenzio interiore, l’incapacità di amare o di essere redenti.
I film di Sorrentino hanno raccontato il fascino e la diffidenza verso il mito, che si tratti del successo artistico o della santità, della bellezza o della fede, persino i miracoli sono stati smontati e mostrati come costruzioni fragili, talvolta grottesche. Eppure non c’è mai cinismo nel suo cinema. Sorrentino ci ha fatto diventare cinquantenni, in qualche caso sessantenni, suggerendo che la verità, se esiste, abita nelle crepe. Sta nei gesti minimi e nei corpi stanchi, negli sguardi, nella memoria, molto spesso in una colpa accettata.
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UN FILM DIFFERENTE
Ma La grazia porta in scena il primo personaggio di Sorrentino che sembra di Clint Eastwood. Doveva succedere prima o poi. Sono nati nello stesso giorno a quarant’anni e a 10mila km di distanza [tempo fa se ne parlava qui].
Mariano De Santis è un uomo che soffre il dubbio come pratica quotidiana. È un parente stretto dei personaggi di Clint alle prese con dilemmi etici complessi, dove la scelta giusta non è chiara, come Frankie Dunn nel Million Dollar Baby, come Chris Kyle in American Sniper fino al recente Giurato numero #2.
È questo che rende il Servillo 2025 radicalmente diverso dal Servillo 2008 di Andreotti. Se Il Divo costruiva una mitologia negativa del potere come impenetrabilità morale, La grazia prova a immaginare un potere che si espone, che accetta di essere attraversato dall’incertezza. «Di chi sono i nostri giorni?» è la frase che resta, la pronuncia Dorotea [una grande Anna Ferzetti] – altra dimostrazione del tempo che Sorrentino dedica alla scelta dei nomi dei personaggi.
La grazia è come un film interno al mondo di Sorrentino ma in controtendenza, una variazione problematica sullo stesso tema. Andreotti, Jep, Ballinger, Titta Di Girolamo, anche Tony Pisapia, sono tutte figure che hanno già scelto, o che hanno rinunciato a scegliere. Anche quando il dubbio affiora, è tardivo, è malinconico, quasi impotente. Il mondo sorrentiniano classico è un mondo post-decisione, in cui l’esistenza è il residuo di ciò che non si è avuto il coraggio o la capacità di affrontare in tempo. Mariano De Santis spicca la sua decisione non l’ha ancora presa. Una differenza decisiva. Anche i personaggi di Eastwood hanno vissuto un’evoluzione. I primi erano figure monolitiche con poche incertezze esplicite, sono diventati individui che lottano con il senso di colpa, l’invecchiamento e le conseguenze morali di un’azione.
La grazia non racconta il vuoto dopo il potere, ma il peso etico del potere ancora attivo, quando può ancora ferire o salvare. La bellezza, la morte e Dio sono stati fino a Parthenope dei misteri che non andavano spiegati. Contemplarli ci bastava. La grazia nasce come un grande discorso sul dubbio, sulla bellezza del dubbio, sulla ricerca di un modo di abitare il mistero.
Senza spoilerare più di quanto abbiano fatto molte domande in alcune interviste, La grazia sembra chiudere la Trilogia del Dolore. Era gridato in È stata la mano di Dio, era trasfigurato in Parthenope, ne La Grazia sembra in qualche modo addomesticabile. Non se ne va, sta sempre là, ma bisogna imparare a tenerlo al guinzaglio, a vederlo galleggiare e sorriderne.
Se dentro la parola che dà il titolo al film ci sono sia un’idea di eleganza sia un’accezione giuridica, allora il contrario con cui si batte la grazia è certamente la gravità. È un film che poteva finire con la faccia di De Niro nella fumeria di C’era una volta in America – ma la scena finale del film basta e avanza per farci desiderare che arrivi in fretta il prossimo.