Gli occhi del mondo su Milano-Cortina. E pure quelli della Procura

   

L’Italia… offre uno dei beni più preziosi che si possano possedere: la propria anima

Henry James

  

Ci disegnano così. L’immagine dell’Italia che l’America predilige è quella della cartolina melanconica. Non sempre dolce, non sempre pastello, ma se le scelte di Hollywood sono un indizio dell’immaginario collettivo di un paese, allora siamo più o meno gli stessi degli anni Cinquanta-Sessanta. L’Italia è il rifugio dell’anima. È il mito del borgo. Nuovo Cinema Paradiso e Mediterraneo raccontavano all’inizio degli anni Novanta una piccola Italia di provincia, baciata dal sole e legata a valori semplici, antichi. L’Italia dove era necessario scappare per ritrovare se stessi, un tropo parecchio amato dai giurati americani. Trent’anni fa eravamo l’antitesi della frenesia industriale moderna come negli altri venti precedenti, e ancora durante il covid Luca della Pixar ha scelto quella palette di colori per disegnare la Liguria. Familia e Vermiglio non fanno molta strada, quando li mandiamo a correre per gli Oscar, neppure la crudezza di Io capitano ha funzionato. Gabriele Salvatore ha detto che l’Academy rimane ancora prigioniera della canottiera, del mandolino e delle storie ambientate nel passato. Esiste una resistenza verso l’Italia urbana, tecnologica o perfino l’Italia criminale – a meno che non sia l’italo-americano gangster di Scorsese o Coppola, un genere che Hollywood sente come proprio. Noi siamo nostalgia e splendore visivo, Hollywood ha fatto un’eccezione per La Grande Bellezza perché ha riconosciuto nel film di Sorrentino un senso tragico ma affascinante della vita, una capacità di raccontare il bello anche quando è corrotto e malinconico. 

Come per la vecchia signora inglese di Enrico Montesano, l’Italia è molto pittoresco – e le Olimpiadi 2026 che arrivano a Milano-Cortina assomigliano in questa vigilia ai Giochi del 1956, i primi organizzati dall’Italia  – ancora schiacciata tra le ferite del dopoguerra e un boom economico che andava individuato e costruito. 

C’è un pezzo su The Athletic che è molto interessante e istruttivo. Nel racconto di Matthew Futterman, i Giochi invernali di Milano-Cortina promettono disordine — cerimonie sparse, cantieri in ritardo, il ghiaccio che forse regge e forse no — ma proprio per questo sembrano somigliare moltissimo non solo all’Italia, ma proprio a ciò che il CIO sta cercando da più di un decennio, umanità, dopo anni di caos, budget fuori controllo, pandemia e cambiamento climatico.


COSA POTRESTI LEGGERE DOPO

Il buco con l’Olimpiade attorno

La tesi di The Athletic è che l’Italia possa essere per i Giochi invernali quel che la Francia e Parigi sono state a luglio e agosto del 2024 per i Giochi estivi. Dopo Rio e Tokyo, dopo stadi vuoti e città ostili, lo sport tra la Senna e la Torre Eiffel ha restituito l’entusiasmo sotto forma di energia, tranne per gli inviati annoiati che non volevano fare le file per prendere la metro. Quasi dieci milioni di biglietti venduti, numeri televisivi tornati a respirare, l’illusione — forse — di una normalità ritrovata.

Ora il test passa alle Alpi italiane. Non una sola città, ma una costellazione di luoghi che vivono di sport invernali da prima che i Giochi arrivassero. Bormio per la discesa maschile, la Val di Fiemme per il fondo, Anterselva per il biathlon. Il Duomo di Milano è più una promessa in quest’Olimpiade che una presenza reale. Non è una messa in scena urbana come quella francese, ma un ritorno alla topografia.

A Parigi – dice The Athletic – avevi la sensazione che la città ti tenesse dentro l’evento anche dopo la gara, con attività culturali ovunque. Qui l’idea è tornare alle radici dell’inverno, a ciò che questi sport sono sempre stati.

È il ritorno della neve vera. Dopo due edizioni combattute con cannoni e restrizioni sanitarie, l’idea di tribune piene e di gare in luoghi che non devono essere inventati rassicura soprattutto chi deve pagare il conto. I Giochi invernali hanno perso di recente pubblico, peso e centralità. Pechino ha lasciato stadi mezzi vuoti e ascolti tv crollati, Pyeongchang aveva già mostrato tutta la fatica. Vancouver 2010 resta l’ultimo riferimento stabile, prima di Sochi e delle sue ombre.

Milano-Cortina arriva mentre il clima rende tutto più fragile, mentre lo sci si interroga sul suo futuro e la natura reagisce agli uomini che vanno a trapanare lo Zermatt vagheggiando una gara di sci transfrontaliera. Prima o poi la federazione internazionale converrà che anziché cominciare a sciare in ottobre a Soelden, varrà la pena spingersi in Sudamerica e cercare luoghi più adatti al ritmo sfalsato delle stagioni. Gli sponsor hanno ripreso a bussare dopo l’estate parigina, gli spazi pubblicitari si sono riempiti. Resta la complessità logistica, dice The Athletic: con più di una cerimonia di apertura, in città lontane tra loro. Ma se Parigi ha aperto i Giochi su un fiume, l’Italia può provarci sui suoi pendii.

Le inchieste

Lontano dalle orecchie dell’America e pure da molti sguardi italiani, i conti e la gestione di Milano-Cortina sono finiti tra i temi di interesse di Report, il programma di inchieste della Rai. Report ha messo in discussione la promessa iniziale di Giochi a costo zero e ha ricostruito il rapporto tra pubblico e privato dietro le grandi opere. L’inchiesta di Sigfrido Ranucci e Claudia Di Pasquale parte dall’indagine della Procura di Milano sull’urbanistica. Il nodo centrale è il Villaggio Olimpico di Milano, realizzato dal fondo Porta Romana gestito da Coima: un’opera formalmente privata, ma incompleta a pochi mesi dai Giochi e destinata dopo l’evento a diventare studentato. Gli extra costi, stimati in circa 40 milioni, rischiano di ricadere sul Comune grazie a modifiche normative successive, trasformando l’investimento in un’operazione a rischio quasi nullo per il privato.

Report ricostruisce anche l’inchiesta che ha coinvolto l’ad di Coima Manfredi Catella e l’architetto Alessandro Scandurra per presunto conflitto di interessi. Le accuse di corruzione sono state archiviate, ma resta aperta la questione politica e amministrativa del rapporto di scambio tra amministratori pubblici e imprenditori. Lo stesso schema viene applicato al Palaitalia di Santa Giulia, presentato come finanziato da capitali privati ma sostenuto indirettamente dallo Stato tramite il riconoscimento dell’interesse pubblico e la copertura degli extra costi. L’inchiesta si è allargata alla Fondazione Milano-Cortina, esaminando assunzioni “eccellenti” e un contratto da 176 milioni di dollari con Deloitte per servizi tecnologici. La Procura ipotizza una gara pilotata; la Fondazione rivendica la propria natura di soggetto privato. Un decreto legge del 2024 rafforza questa definizione, ma Anac sostiene l’opposto.


COSA POTRESTI LEGGERE DOPO

La maniera misteriosa di scegliere una portabandiera


Il punto sottolineato da Report è la promiscuità strutturale tra pubblico e privato: i rischi restano allo Stato, i benefici vanno ai privati. La verità giudiziaria non conferma reati, l’inchiesta giornalistica ha mostrato un sistema ancora aperto e irrisolto. Secondo quanto ricostruito nel servizio, la Fondazione Milano Cortina si è qualificata come organismo privato per via normativa, attraverso un decreto legge dell’11 giugno 2024, emanato a inchieste già avviate. Report ha sottolineato alcune incongruenze: i soci fondatori sono tutti enti pubblici (Governo, Regioni, Comuni, Province autonome); il capitale è interamente pubblico; la finalità è di interesse generale; nel bilancio è scritto che gli enti territoriali si impegnano a coprire eventuali perdite. Nonostante questo, la Fondazione rivendica di operare come soggetto privato perché gestisce ricavi di mercato: sponsor, biglietteria, diritti, merchandising. La nuova qualificazione giuridica ha un effetto diretto sulle indagini: se l’ente è privato, non si possono contestare reati come la turbativa d’asta, e i magistrati sono spinti verso l’archiviazione. 

Un nodo che secondo Report non è solo giuridico ma di sistema: siamo di fronte a un organismo che scarica i rischi sul pubblico ma invoca il diritto privato quando si tratta di controlli. L’ANAC si è già espressa, sostenendo che la Fondazione va considerata organismo di diritto pubblico. La questione è all’esame della Corte Costituzionale. 

Ma quant’è bella l’Italia dolce dei pendii. 

 


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