La morte di Rocco Commisso

 

 

Rocco Commisso era arrivato nel calcio italiano con il passo di chi aveva già vissuto molte vite e non aveva bisogno di convincere nessuno. Aveva settant’anni, un patrimonio che lo metteva ai primi posti della classifica dei presidenti di serie A e una storia originale, forse bisognerebbe dire unica. Aveva lasciato la Calabria a dodici anni con un biglietto di sola andata per l’America e quella terra di sogni e di chimere l’aveva attraversata dal basso, dalla pizzeria del Bronx alla finanza di Wall Street, dalla tv via cavo ai miliardi. Aveva comprato la Fiorentina non per cercare una consacrazione. Era tornato a chiudere un cerchio.

Pensava che il calcio fosse stato il primo strumento che gli aveva permesso di muoversi nel mondo. Lo ripeteva spesso: senza il pallone non avrebbe studiato alla Columbia, senza quelle borse di studio non avrebbe avuto accesso a tutto il resto. Il calcio era stata la chiave d’ingresso all’alta società, sentiva di avere un debito da restituire. Per questo aveva sempre detto di essere innamorato del calcio e dell’Italia, di non aver mai provato lo stesso sentimento per altri sport. Per questo quando parlava di pallone la sua lingua cambiava: l’inglese restava quella del business, l’italiano era quella della pancia, il dialetto calabrese quello delle emozioni senza filtro. Alla fine restiamo sempre la lingua dei nostri nonni.

Commisso non aveva mai nascosto la sua origine. Da ragazzo nel Bronx lo chiamavano pitozzu, il sasso che cade e non si spezza. Si buttava sui palloni, lavorava quaranta ore a settimana mentre studiava, si alzava alle cinque e mezzo del mattino. Diceva di non aver fatto vacanze per più di dieci anni. Crescendo aveva imparato che l’ascensore sociale non è era silenzioso e che ogni piano da salire portava un prezzo. Alla Chase Manhattan Bank aveva conosciuto il primo no che non aveva a che fare con i numeri: aveva un nome sbagliato, portava vestiti sbagliati, aveva capelli sbagliati. Era stato spostato dove finivano gli italoamericani. Aveva preso anche quello come un dato di realtà.

Aveva fondato Mediacom trent’anni fa, immaginando che il vero vantaggio fosse vedere qualcosa prima degli altri, portare internet e la tv via cavo dove nessuno voleva andare, nelle zone rurali, lontane dai grandi centri. Così aveva attraversato terremoti, crisi finanziarie, debiti che lo avevano reso per un periodo l’uomo più indebitato del pianeta. Diceva di non aver rischiato, ma di aver semplicemente creduto in qualcosa che aveva immaginato,. Un orizzonte. Questo è stato Commisso, un uomo di albe e tramonti, di luci intraviste sul bordo della scena. Mediacom era diventata un’azienda con migliaia di dipendenti e miliardi di fatturato. Lui aveva continuato a guidare la macchina, a non indossare orologi, a non ostentare nulla.

Nel calcio italiano è arrivato con questa biografia addosso. Inizialmente un alieno. Ovviamente incompreso, mistificato, deriso. Aveva comprato la Fiorentina dai Della Valle per una cifra attorno ai 170 milioni. Pensava che una società di calcio dovesse essere organizzata come un’azienda, ma vissuta come una famiglia. Una volta disse che Dodô era un ragazzo straordinario e che nel vederlo gli veniva voglia di abbracciarlo. Parlava così, senza distanza. Nel bene e nel male. 

Riteneva che il suo compito fosse costruire beni durevoli, non portare sulla scena effetti speciali. Per questo aveva investito sul Viola Park, il centro sportivo più grande d’Italia, la sua eredità, un gioiello che la Fiorentina non aveva mai avuto. Diceva che lì aveva potuto controllare tutto, la burocrazia non lo aveva intralciato. Al contrario dello stadio. Lo stadio era diventato il suo fallimento più doloroso. Pensava che l’Italia si perdesse nei tempi morti, che troppe istituzioni parlassero contemporaneamente, che le decisioni si dilatassero fino a perdere senso. Diceva di aver fatto in sei mesi più riunioni che in quarant’anni negli Stati Uniti. Aspettava ancora risposte, date, certezze. Non aveva smesso di aspettare, ma sapeva di non aver vinto quella partita, e piano piano ha capito che non l’avrebbe vinta mai.

Commisso aveva portato nel calcio italiano un’idea di responsabilità frontale. L’ultima volta che la Fiorentina aveva attraversato un momento difficile, si era preso pubblicamente le responsabilità, spostando la pressione su di sé. Pensava che la fiducia fosse un investimento. Diceva di non amare le promesse che non si possono mantenere. Per questo il suo silenzio negli ultimi mesi era un gelo carico di cattivi presagi. La Fiorentina è sul fondo della classifica – diceva Firenze – e Commisso non parla. 

Aveva idee chiare anche sul sistema. Pensava che i contratti dovessero essere più lunghi, che il calcio italiano fosse penalizzato fiscalmente, che i giovani dovessero avere percorsi strutturati. Si è battuto contro i campionati a invito, la Superlega, ogni forma di rendita senza competizione. Credeva nelle promozioni e nelle retrocessioni, lui che si era formato nell’America delle franchigie e delle leghe dei capitali senza rischio. Era credente, scaramantico, umano. Pregava prima delle partite, la moglie portava sempre un rosario in tasca. Aveva dedicato a lei la cappella del Viola Park. A Firenze viveva in un appartamento vicino a Ponte Vecchio, ma non in una villa. Diceva di non ostentare la ricchezza, di averlo imparato dai genitori. Gli dispiaceva solo di non poter fare giardinaggio come in America.

Diceva che la Fiorentina aveva già fatto qualcosa di storico e che bisognava goderselo. Sapeva che il Napoli ha impiegato anni per arrivare dov’è arrivato, e che anche Firenze avrebbe avuto bisogno di tempo. Pensava che non fosse un bene che vincessero sempre le stesse squadre. Pensava che il calcio italiano avesse bisogno di allargarsi, di respirare.

Rocco Commisso non è stato un presidente silenzioso. È stato esposto, divisivo, imperfetto. Ma ha portato nel calcio italiano una figura che mancava, un proprietario che non delegava l’identità e che si assumeva il peso delle scelte. Non ha fatto tutto quello che voleva fare, ma abbastanza da lasciare un segno leggibile. Era tornato in Italia per restituire qualcosa e qualcosa  a Firenze resterà, di solido e di incompiuto allo stesso tempo, come certe storie che non hanno bisogno di essere chiuse per essere vere.

fonti  |  Massimo Gaggi, Corriere della Sera [25 giugno 2018], Massimo Basile, Repubblica [5 giugno 2019], Tommaso Labate, Corriere della sera [21 luglio 2019], Giuseppe Calabrese e Matteo Dovellini, Repubblica  [27 agosto 2019], Lello Naso, Sole 24 Ore [19 gennaio 2020], Matteo Dovellini, Repubblica [23 maggio 2023]

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