La pallanuoto è uno sport buffo
Alessandro Baricco
La nuova pallanuoto che l’Italia deve re-imparare
Quando tutto è cominciato, quando tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento nello sport si è affacciata la pallanuoto, non c’erano porte vere, le regole erano incerte e ancora si poteva affondare l’avversario, ancora si poteva portare la palla sotto il pelo dell’acqua. Il gioco non aveva una forma riconoscibile, era più vicino a una prova di resistenza fisica che a uno sport codificato. Si segnava appoggiando la palla su una piattaforma, o su una barca ferma a bordo campo, e l’idea stessa di azione era confusa. Si giocava in maniera intermittente, spesso il gioco veniva interrotto da lotte prolungate.
In quella prima fase la pallanuoto cercava soprattutto un nome e una grammatica. Prima si chiamava football in acqua, poi rugby in acqua, e solo più tardi avrebbe trovato una definizione stabile. La difesa dominava non perché fosse organizzata, ma perché il caos favoriva chi sapeva resistere di più.
La necessità di mettere ordine ha aperto la seconda fase. Con l’inizio del Novecento e la nascita degli organismi internazionali, le regole hanno cominciato a stabilizzarsi, il numero di giocatori è stato fissato in sette e il campo ha assunto misure riconoscibili. La pallanuoto ha iniziato a diffondersi fuori dalla Gran Bretagna, è arrivata nell’Europa continentale, ha cominciato a costruire un agonismo più simile a quello di oggi. Il gioco, però, restava lento e fortemente fisico. Il possesso non aveva limiti, le squadre potevano congelare la palla, i difensori stavano da una parte e gli attaccanti dall’altra, come i maschi e le femmine all’asilo negli anni Settanta.
In questo contesto è arrivata una delle innovazioni tecniche decisive nella storia del gioco. Il passaggio a secco. Per la prima volta la palla non toccava l’acqua, viaggiava in aria, questo accelerava i tempi, obbligava i difensori a spostarsi. C’era qualcosa di profondamente sovversivo. La tecnica apriva uno spazio nuovo, ma il sistema restava ancorato alla forza e al controllo statico.
La terza fase, diciamo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, ha segnato una discontinuità più netta. Le regole hanno permesso di continuare a giocare dopo il fallo semplice, i palloni sono diventati più leggeri e visibili, il nuoto è entrato definitivamente al centro del gioco. Tutti hanno dovuto attaccare e difendere. Il ritmo è aumentato, la pallanuoto ha cominciato a somigliare a uno sport di transizione, ma il cambiamento non è stato lineare. L’aumento della velocità ha portato un aumento dei contatti e delle espulsioni. Spesso l’obiettivo non era più la costruzione di un’azione, ma provocare il fallo giusto. Il gioco correva, ma non scorreva.
Negli anni Settanta e Ottanta si è arrivati a un equilibrio. I limiti di possesso, il rientro regolato degli espulsi, un arbitraggio più severo verso la difesa hanno riaperto il campo. Le squadre hanno cominciato a cercare soluzioni diverse, a usare il tiro dalla distanza, a variare le combinazioni. Attacco e difesa si sono fronteggiati su un piano più simmetrico. La pallanuoto è diventata leggibile, meno spezzata. È stata una fase in cui la tecnica e la tattica hanno trovato spazio senza essere soffocate dalla lotta.
L’epoca moderna, iniziata negli anni Novanta, ha portato un’altra trasformazione. La professionalizzazione dell’attività in alcune aree dell’Europa ha aumentato l’intensità degli allenamenti. La preparazione fisica è diventata centrale, la forza ha riguadagnato terreno come in tutti gli altri sport. Il ritmo si è alzato ancora, ma il gioco paradossalmente si è di nuovo irrigidito. Le fasi posizionali si sono caricate di contatti a tutto campo con il pressing spinto, i falli ordinari hanno frammentato l’azione, il contropiede ha occupato una parte sempre più ampia del tempo di gioco. La pallanuoto è diventata uno sport duro, spesso statico, con meno spazio per l’invenzione.
Uno stallo che una dozzina d’anni fa produsse una riflessione dentro l’ambiente. Milivoj Bebić della federazione croata, Mladen Hraste della facoltà di scienze naturali all’Università di Spalato e il leggendario Ratko Rudić si misero a studiare il prossimo orizzonte per lo sviluppo del gioco [lo studio si trova per intero qui]. La storia della pallanuoto mostrava come il gioco chiuso era stato riaperto ogni volta da nuove regole. Così il trio immaginò una proposta per ridurre il peso dei falli, restituire tempo all’attacco, riequilibrare il rapporto tra forza e abilità. Non significava cambiare natura allo sport, ma permettergli di continuare a respirare. La pallanuoto non è mai stata una linea retta, ma un continuo tentativo di trovare spazio.
Le nuove regole sono arrivate, ma non tutte nella direzione immaginata. Oggi siamo qui: campo ridotto a 25 metri, 28 secondi di possesso palla, 18 per il secondo possesso e per la superiorità numerica. Le conseguenze: più tiri, più gol, più espulsioni, più duelli fisici ai due metri, meno controfughe.
È un modo di giocare che l’Italia deve re-imparare. Più di tutte le avversarie. L’estate scorsa il Settebello era reduce dalla lunga squalifica dopo i fatti di Parigi. Pagò ai Mondiali la desuetudine al gioco nuovo – o così fu fatale interpretare il settimo posto. Alla vigilia di questo nuovo Europeo che comincia oggi, Franco Carrella sulla Gazzetta dello sport ha scritto che stavolta “sarà un Settebello che ha potuto assorbire le nuove regole, ora attive anche in campionato. Le convocazioni di Campagna, che punta su giocatori polivalenti, sono figlie di tutto questo”. Lancia tra i giocatori di movimento tre esordienti in una grande manifestazione, oltre al 26enne secondo portiere De Michelis dell’Olympic Roma: sono il 25enne difensore Antonucci della Vis Nova Roma, il 24enne mancino Carnesecchi dell’Ortigia e il 22enne attaccante Balzarini del Brescia. Le decisioni del cittì hanno avuto il senso di una mezza rivoluzione e sollevato delle questioni. È stata rumorosa l’esclusione del capitano Di Fulvio, uno dei giocatori migliori al mondo, oltre a quelle del portiere Nicosia, e di Cannella, Presciutti, Fondelli, Damonte, Velotto. L’uscita di scena rapida dai Mondiali portò a un confronto brusco tra l’allenatore e la squadra, così è rimasto in giro il dubbio che le convocazioni per Belgrado siano anche figlie di equilibri interni un po’ mutati.
È la manifestazione europea più mondiale che esista. La pallanuoto maschile non ha mai fatto uscire fuori dall’Europa una medaglia mondiale in 22 edizioni, mai un oro olimpico in 29. Su 87 podi ai Giochi, 77 sono rimasti in Europa. Gli Europei sono dei Mondiali con un altro nome. È uno di quei casi nei quali si manifesta la centralità del famoso Vecchio continente, mai così vecchio a guardarsi attorno. Se n’è occupata Veronica Baldaccini su Sky Sport Insider parlando di quella bandiera sgualcita, sdrucita e calpestata così di frequente nell’ultimo periodo. “Se politica e finanza internazionale provano a mettere all’angolo del ring questo Continente, la sua cultura sportiva è invece capace di restituirle il centro del tappeto” ha scritto portando una serie di esempi a corredo della tesi.
Cambia la formula: quattro gironi da quattro squadre, le prime tre di ogni gruppo vanno a formarne altri due da sei squadre, ciascuno portandosi dietro i punti conquistati assieme ai gol fatti e subiti – e giocando contro chi non è stato affrontato nella prima fase. Vengono dunque aboliti i quarti di finale e si passa a semifinali incrociate. Carrella dice che “così aumenta il numero delle partite e molte saranno noiosissime” – e noi di Carrella ci fidiamo.
Quattro squadre hanno cambiato pochissimo e dunque appaiono più avanti delle altre. Sono Spagna, Grecia, Croazia e Serbia – che ha confermato 12 campioni olimpici su 15. Oggi vediamo subito la Spagna, l’Ungheria e la Serbia. L’Italia debutta domani contro la Turchia, unica fra le 16 partecipanti a non essere presente anche nel 2024.
ore 12.45 su Eurovision Sport
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“La pallanuoto è uno sport buffo. In un certo senso è la puntuale metafora del tanto lodato libero mercato (cfr. Forza Italia): in superficie vedi belle geometrie, plastici movimenti, meravigliose prodezze balistiche. Sotto, dove non vedi, è la rissa: colpi bassi, canagliate di ogni tipo, virili fetenzie. Ci sono anche due arbitri, ai bordi della piscina, che non so come vedono anche là sotto e fischiano falli a decine, dando al gioco uno strano ritmo asmatico: respiri boccate di sport, tra un fallo e l’altro, al ritmo sincopato di quei fischietti. In acqua, uomini come foche, calottina in testa con para-orecchi giganti come cuffie stereo, mani come badili provvisti di ventose, appiccicate a quel pallone giallo. Li vedi e pensi: ci vuole un fisico bestiale. Il climax atletico- estetico si raggiunge in quello strano rito finale che è il punto d’arrivo di tutto quel gran faticare geometrico e collettivo: quando, alla fine, uno si decide e tira. L’attaccante contro il portiere. Tutt’e due fuori dall’acqua fino al costume, tenuti su da qualche misteriosa pinna accessoria, l’uno a pendolare il pallone sulla testa di una finta ripetuta e sfinente, l’altro spalancato tra i pali come un crocefisso, entrambi frullati dolcemente dallo sforzo con cui, per un tempo che sembra lunghissimo, prendono per i fondelli la forza di gravità. Oscillano e si guardano. Se fosse Quark, sembrerebbe una di quelle danze preliminari con cui gli animali si corteggiano prima di darsi al sesso. Ma è pallanuoto. Non è amore: è odio”.
ALESSANDRO BARICCO, Barnum