Ferrara
30 giorni a Milano
Il fuoco di Orlando e dei Finzi Contini
Da Bologna la fiaccola di Olimpia arriva stasera a Ferrara, toccando la Cesenatico di Pantani, l’Emilia che dà sulla costa con Comacchio, Cervia, Ravenna e infine Ferrara, dove esercitò Ludovico Ariosto e dove nacque Giorgio Bassani.
In Bassani il tema del fuoco non è onnipresente come la nebbia o le mura, ma appare in momenti di forte carica simbolica, quando si affaccia la memoria. Il fuoco del focolare è rifugio e separazione dal mondo, rappresenta spesso il confine tra il mondo protetto dell’infanzia e la minaccia esterna della storia. In L’alba ai vetri Bassani descrive proprio “il riverbero del fuoco nel salotto” come qualcosa di accogliente e remoto rispetto al fango e alle ombre del viale, una barriera di fronte alle leggi razziali e alla guerra. In una celebre descrizione de Il giardino dei Finzi-Contini, il protagonista osserva le quattro torri del Castello Estense sotto la pioggia, in una Ferrara che è presentata come il resto di un incendio già avvenuto, una città-cenere che prefigura il destino tragico della comunità ebraica. Il protagonista chiede a Micòl di descrivergli la sua stanza in una telefonata. “Fece schioccare a più riprese la lingua contro i denti – scrive Bassani – in segno di diniego. “Quella mai Verboten. Privat. Posso, se vuoi, descrivere quello che vedo guardando fuori dalla finestra”. Vedeva attraverso i vetri, in primo piano, le sommità barbute delle sue Washingtoniae graciles che la pioggia e il vento stavano battendo «indegnamente» […] Poi, più in là, nascoste a tratti da brandelli di nebbie vaganti, vedeva le quattro torri del Castello, che i rovesci di pioggia avevano reso nere come tizzoni spenti”.
L’ultimo passaggio formale avverrà ne L’airone, dove il fuoco e il calore scompaiono del tutto per lasciare spazio al gelo dell’esistenza e alla nebbia delle valli, a un malessere totale nel quale non c’è più spazio per le passioni o per la speranza. È finito il tempo delle barriere fragili e i tizzoni sono per sempre spenti.
Nell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, la fiamma era invece stata proprio quello. Passione ma anche impegno civile, con la condanna delle armi e la metafora dell’amore che fa da incendio distruttivo. Uno dei passi più famosi riguarda l’incontro di Orlando con l’archibugio, quando Ariosto esprime una feroce critica verso l’artiglieria, un’invenzione diabolica che metteva fine all’onore cavalleresco. L’archibugio è descritto come un “maledetto e abominoso ordigno” fabbricato da Belzebù nel “tartareo fondo”. Il fuoco delle armi moderne annulla il valore del singolo cavaliere permettendo al vile di uccidere il forte da lontano. Ariosto non poteva immaginare né Enola Gay e neppure i droni. Così prende il suo Orlando e gli fa gettare l’arma in fondo al mare. Il fuoco accettabile è solo quello dell’assedio. Resta l’amore per Angelica, un fuoco che cova e poi divampa. Quando scopre l’amore tra lei e Medoro, la gelosia si accende in una furia distruttrice che brucia la sua identità di cavaliere.