Il grande assente di Milano-Cortina: l’hockeista fan di Putin

Le Olimpiadi senza Alexander Ovechkin

A Washington hanno un altro tipo di problema. Il suono che fa un disco quando entra in porta sul ghiaccio sta coprendo tutto il resto del rumore intorno ad Alexander Ovechkin, l’hockeista che ha superato Wayne Gretzky per marcature nella classifica di tutti i tempi in NHL . In sostanza il più grande giocatore di oggi, uno dei più grandi di sempre. Il record, il mito, la continuità di una carriera ventennale stanno funzionando come una diga emotiva al contesto politico. Per una volta.

Il 6 aprile scorso Ovechkin ha segnato il suo 895° gol in NHL. Ma come fa notare L’Equipe si tratta di una stella dello sport troppo vicina al potere di Mosca perché sul suo exploit non aleggiassero le ombre di Boutcha o delle maternità bombardate in Ucraina. Eppure, nell’America di Trump come a Washington, le voci critiche sono state rare.

Quel gol, peraltro, è stato la sintesi perfetta del personaggio. Ha segnato con il suo gesto tecnico più tipico, un gol annunciato, ripetuto per vent’anni, impossibile da fermare nonostante tutti sapessero cosa stava per accadere.

Quel tiro dal cerchio sinistro – racconta il giornale francese – è l’impronta genetica di Ovechkin: circa il 45% dei suoi gol nasce da lì. La grandezza sta nel riuscire, all’infinito, in ciò che tutti sanno che tenterai. A quarant’anni, alla sua ultima stagione con Washington, continua a segnare con costanza ed è rimasto fedele alla sua “seconda casa” come alla madrepatria.

Dentro la cultura hockeistica nordamericana, Ovechkin è stato percepito come uno di casa. Persino più americano del canadese Gretzky, perché il suo gioco frontale, fisico e aggressivo aderisce meglio all’immaginario del pubblico. La sua esuberanza si accompagna a uno stile diretto, a un tiro pesante, più in sintonia con la cultura nordamericana dell’hockey rispetto a quella di Gretzky, più leggera, elusiva, fatta di passaggi. Un curioso rovesciamento della storia.

Ma fuori dal ghiaccio, il legame con Vladimir Putin non è mai stato né ambiguo, né occasionale, né silenzioso. Ovechkin lo ha rivendicato apertamente, prima che la guerra rendesse tutto irreversibile. Nel 2017 ha lanciato lanciato un movimento chiamato Putin Team. «Farne parte – disse – è per me un privilegio, la stessa sensazione che provi quando indossi la maglia russa». Già nel 2014 aveva celebrato il presidente sui social, sostenendo le sue azioni per amore del Paese. Dopo l’invasione dell’Ucraina non c’è stata una marcia indietro pubblica. Ovechkin ha solo scelto una posizione di apparente neutralità che nei fatti ha preservato il suo allineamento. «È il mio presidente», ha detto nel febbraio 2022. «Sono uno sportivo, non un politico». Sulla guerra: «Una situazione difficile da entrambe le parti. Spero che finisca presto». Una linea accettabile dinanzi all’opinione pubblica, ma la sua foto con Putin nello stato whatsapp è rimasta al suo posto.

Secondo Slava Malamud, ex giornalista russo rifugiato negli Stati Uniti, l’idea che Ovechkin sia prigioniero del sistema è una favola utile alla ricostruzione degli eventi in pubblico più che una realtà. «È falso dire che rischierebbe qualcosa», afferma. «Ovechkin è troppo ricco, troppo famoso, troppo amato. Non è paragonabile agli altri sportivi russi. Invece sostiene pienamente Putin e condivide la sua ideologia». 

Eppure, a Washington, tutto questo sembra irrilevante. La città non discute e non contesta. Il campione è diventato una specie di bene civico, sicuramente un marchio, quasi una presenza identitaria. Nei bar sportivi – racconta L’Equipe – nessuno vuole sentir parlare di politica. Il suo numero 8 è ovunque, la sua maglia è la più venduta del club, la sindaca ha proclamato l’11 aprile come l’Alex Ovechkin Day

Mentre la NHL conta gli incassi,  qualcuno ha immaginato che Ovechkin potesse perfino diventare un possibile vettore di diplomazia. Quel che non può cambiare è la sua esclusione dai Giochi di Milano. La nazionale russa è fuori, lui continua a passare le estati a Mosca, il suo record rimarrò intoccabile e il mito pure. Tutto il resto scivola via, come un disco che entra in porta passando tra i gambali di un portiere.

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