Il fuoco di Rossini, Mura e Fellini

Pesaro, Senigallia, Rimini

32 giorni a Milano

Il fuoco di Rossini, Mura e Fellini

Dall’Ancona di Paolo Volponi, la fiamma olimpica si muove oggi verso l’Emilia-Romagna per arrivare stasera a Rimini. Passerà prima dalla Jesi delle fiorettiste eterne, da quella Senigallia che ci porta il ricordo di Gianni Mura, costeggerà Urbino, illuminerà Fano, toccherà Pesaro dove celebrerà la musica di Rossini, e da Gradara arriverà a Riccione, infine a Rimini. E Rimini vuol dire Fellini. 

In Gioachino Rossini, il legame con il fuoco è una scintilla di spirito ed è il calore del focolare domestico. Che cos’è il suo famoso crescendo se non un incendio? La musica di Rossini è stata spesso paragonata al fuoco che divampa. Non si tratta di un artificio tecnico, ma di una progressione armonica e termica. Inizia con un violino o un fiato, accumula energia fino a diventare indomabile con l’orchestra. Stendhal, suo grande biografo, parlava della musica di Rossini come di un calore vitale capace di risvegliare i sensi. 

Nelle sue opere buffe [Il Barbiere di Siviglia, L’Italiana in Algeri] il fuoco è la metafora del desiderio e dell’intraprendenza.

Una voce poco fa… io sono docile… ma se mi toccano dov’è il mio debole sarò una vipera e cento trappole prima di cedere farò giocar.

Il fuoco sta nella miccia di un’intelligenza pronta a esplodere per ottenere ciò che vuole. È un calore leggero che arde senza consumare. I critici lo hanno definito illuminismo galante.

Dopo il ritiro prematuro dalle scene, il fuoco di Rossini si spostò in cucina, sulla sua passione per i fornelli. Rossini era un leggendario gourmet. “Non conosco un’occupazione migliore del mangiare, cioè del saporire, del masticare e del digerire” è la frase che gli viene attribuita. Sembra Cannavacciuolo. Nel Guglielmo Tell, il suo ultimo capolavoro serio, il fuoco recuperò una dimensione patriottica e simbolica. Il segnale della rivolta svizzera contro gli oppressori veniva dato proprio da fuochi accesi sulle cime delle montagne, come un elemento che unisce un popolo, una fiaccola di libertà nell’oscurità della tirannia.

gianni mura  Sterminata sarebbe la produzione di Mura e le volte in cui il fuoco appare nei suoi pezzi. Per diversità dal sacro fuoco che qualche giocatore a volte metteva e altre volte no, spicca una cronaca milanese dopo un fuoco appiccato durante una manifestazione a Milano, contro le palme da poco sistemate in piazza Duomo. Una manifestazione di leghisti che distribuirono banane alla popolazione, una manifestazione di CasaPound con uno striscione che diceva: No all’africanizzazione di piazza Duomo.

Una palma bruciata e due danneggiate – scrive Mura – nella notte tra sabato e domenica sono per ora il bilancio, o il risultato, di cotanta mobilitazione. Ovviamente, oggetto del contendere non è la palma in sé ma la palma in piazza Duomo. Le avessero sistemate in viale Famagosta o in via Palmanova, verso le periferie, non se le sarebbe filate nessuno. In piazza Duomo, anni fa, sistemarono una pista da pattinaggio su ghiaccio e nessuno gridò contro la scandinavizzazione della piazza

Era il febbraio del 2017 e nel luglio successivo c’è una tappa del Tour de France che dentro questa raccolta di fuochi d’autore ci sta benissimo.

A Liegi, chiamata “la città ardente”  – scrive Mura – il Tour è arrivato segnato dall’acqua. Ieri è partito da Verviers, chiamata “la capitale dell’acqua”. Pare abbia 1.001 fontane, mi sembrano tante ma non ho controllato. Ed è arrivato a Longwy , chiamata “il triangolo del fuoco”, riferimento al fuoco dei cannoni (cittadella fortificata da Vauban, tanto per cambiare), a quello che usciva dalle ciminiere degli altoforni e di notte dipingeva il cielo di rosso e arancione, e a quello che cuoce le ceramiche, vanto di Longwy, Acqua, fuoco, acqua, fuoco, è il Tour ma sembra un gioco.

federico fellini   L’immagine più memorabile è senza dubbio il falò di San Giuseppe in Amarcord. Il fuoco brucia la Vecchia [l’inverno] per accogliere la primavera. È un rito di purificazione collettiva dove tutta la città di Rimini si ritrova. Attorno al fuoco si scatenano scherzi, desideri e balli. È un fuoco che unisce le generazioni e celebra la vitalità del borgo, con il fumo che sale verso il cielo e le scintille che illuminano i volti della memoria.

Anche il circo così caro a Fellini vive di luci e fiamme. Il fuoco è lo strumento dell’illusionista e del saltimbanco. Rappresenta lo stupore infantile, la capacità di trasformare un elemento pericoloso in un gioco visivo. Ne I Clowns del 1970 il fuoco sottolinea pure la natura effimera e spettacolare dell’esistenza. È quando Fellini esplora il lato oscuro o decadente che il fuoco diventa inquietante. In Satyricon, il calore delle lucerne accompagna banchetti grotteschi  e nel cortometraggio Toby Dammit le luci rosse e i bagliori richiamano l’inferno verso il quale corre il protagonista, in preda all’autodistruzione. 

Ma soprattutto in un regista che come Fellini amava l’artificio, il fuoco è spesso palesemente finto. Serve a ricordare che il cinema è un sogno guidato. Non deve scaldare, deve solo accendere la fantasia.

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