La serie che racconta la cultura del silenzio nell’hockey su ghiaccio

Shane Hollander è seduto sul bordo del letto, Ilya Rozanov è disteso accanto a lui. Si sono appena incontrati per la prima volta. «Non lo dirai a nessuno, vero?» chiede Hollander. Rozanov risponde con sarcasmo, poi cede. «Va bene. Non lo dirò a nessuno». E Hollander chiude: «Perché nessuno può saperlo».
Nessuno può saperlo. È la frase che racconta la loro storia d’amore, ma soprattutto racconta la mentalità di uno sport. Heated Rivalry, la serie rivelazione del 2025 tra Crave e HBO, mette in scena una relazione gay tra due giovani fenomeni dell’hockey mondiale, uno canadese e uno russo, avversari. Lo fa per svelare la cultura del silenzio che da decenni avvolge l’hockey professionistico.
Colin Horgan, sul Guardian, ha scritto: “Se l’hockey avesse uno slogan non ufficiale, potrebbe essere proprio questo: nessuno può saperlo”. La serie è una lente che ingrandisce un paradosso, la scena di uno sport che si presenta come accogliente e che allo stesso tempo continua a trattare la visibilità come un problema, non come una possibilità.
La NHL lo sa. Nel 2017 aveva lanciato l’iniziativa Hockey Is For Everyone, un messaggio rivolto anche a chi non si era mai sentito rappresentato sul ghiaccio, comprese le persone LGBTQ+. Gary Bettman, nel rapporto su diversità e inclusione del 2022, scriveva che “la rappresentanza diversa in ambienti inclusivi favorisce innovazione, creatività e qualità delle decisioni” e che l’inclusione è “un motore della performance”. Sembrava finalmente un cambio di passo. È durato poco. Quel rapporto annuale è sparito dal sito della lega. Non non ne sono arrivati altri.
Nel gennaio 2023, Ivan Provorov si è rifiutato di indossare la maglia del Pride nel riscaldamento prepartita, citando motivi religiosi. Altri lo hanno seguito. La NHL non ha imposto nulla, non ha preso posizione e ha eliminato le maglie: «Era diventata una distrazione rispetto allo scopo reale».
Cheryl MacDonald, che ha intervistato giocatori gay per l’organizzazione You Can Play, lo raccontava già nel 2019: «Non importa se sei gay, se hai una commozione cerebrale, se hai subito abusi o se hai problemi di salute mentale: niente di tutto questo va esposto, non se ne deve parlare, perché diventi una distrazione». E aggiungeva: «Se qualcuno è bravo quanto te ma non è gay, c’è la percezione che possa prendere il tuo posto. Meglio non dire niente».
Heated Rivalry ribalta allora questo schema. In uno degli ultimi episodi, un giocatore invita il suo compagno sul ghiaccio per festeggiare un titolo. Si baciano davanti a decine di migliaia di persone e non c’è nessun boato di disapprovazione, nessuna rissa. La telecronaca si limita a una frase neutra: «Non è una cosa che si vede tutti i giorni». Ed è l’istante in cui la serie si ferma, lasciando sospesa la domanda: certo, e se lo fosse?
The Athletic si domanda se la popolarità di Heated Rivalry possa portare a un cambiamento nella cultura hockeistica maschile. “Ha almeno aperto la strada al dialogo. Sebbene gli attuali giocatori della NHL non abbiano parlato molto della serie, i Boston Bruins vi hanno fatto riferimento in un post sui social media durante una partita contro i Montreal Canadiens”, perché i protagonisti della serie giocano proprio per squadre fittizie con sede a Boston e Montreal. I Canadiens hanno mostrato un trailer della serie durante l’intervallo della loro partita al Pride Night all’inizio di dicembre.
MacDonald aveva osservato un altro dato, meno raccontato. Dopo un coming out in uno sport, i protagonisti ricevono reazioni positive dai compagni. Le battute omofobe nello spogliatoio diminuiscono, il linguaggio cambia, l’ironia trova nuove forme, «sembra esserci spazio per un umorismo consensuale». Nulla di rivoluzionario, ma abbastanza da scalfire il muro del silenzio. Il successo della serie ha riaperto il dibattito. Porterà nuovi tifosi? Forse. Ma, come scrive Horgan, “quei tifosi sono già qui: guardano, spendono, sostengono. Giocano”. Ma imparano presto quale parte di sé va tenuta nascosta. Perché, ancora oggi, nell’hockey, l’idea dominante è che tutto questo non riguardi davvero il gioco. È rumore di fondo. Una distrazione.