Torino
26 giorni a Milano
Il fuoco di Primo Levi e Cesare Pavese

Il fuoco è andato avanti verso Milano, anche se qui su Slalom per due giorni si è fermato. Si è fermato [anche] perché la tappa di Genova dell’altro giorno ha condotto a una scoperta stu-pe-fa-cen-te. Cercando tracce del fuoco nei testi dei grandi cantautori di quella città – ecco, come dirlo – quelle tracce non sono venute fuori. Allacciate le cinture. Né la parola fuoco né la parola fiamma esistono – mai mai mai – nell’intera produzione di 1] Fabrizio De André, 2] Ivano Fossati, 3] Gino Paoli, 4] Luigi Tenco. È una faccenda così piena di stupore che meriterebbe un approfondimento. Forse perché la Liguria è acqua, dice l’amica regale di Slalom.
Nel frattempo, pensa-ripensa pensa-ripensa, il fuoco sta arrivando a Torino. A casa di Primo Levi e Cesare Pavese, due facce dell’anima letteraria della città, da un lato la razionalità scientifica ed etica, dall’altro il mito, l’inquietudine e la nostalgia. Primo Levi ha fatto della letteratura una testimonianza per evitare che l’orrore dei campi di sterminio si ripeta. Cesare Pavese si è messo invece alla ricerca delle radici arcaiche dell’uomo, intuendo la vita come un ritorno continuo di simboli ancestrali e la solitudine come la sua condizione esistenziale.
Per Levi, chimico di professione, il fuoco è dunque un elemento distruttivo ma pure lo strumento fondamentale della civiltà e della conoscenza. Attraverso il fuoco, la materia del chimico viene interrogata e compresa. Nel capitolo Ferro di Il sistema periodico, il fuoco rappresenta la vittoria dell’intelligenza umana sull’inerzia. Levi descrive il lavoro di laboratorio come una sfida rituale dove la fiamma del becco Bunsen o della fucina serve a domare gli elementi. È il simbolo del fare opposto al subire.E nel capitolo Idrogeno scrive: “La candela accesa, che avevo avvicinato con trepidazione, provocò un piccolo scoppio rabbioso e il barattolo di vetro si riempì di una nebbia bianca. Era avvenuta la generazione dell’acqua, ma in modo violento: il fuoco aveva unito ciò che l’elettricità aveva separato”. In La ricerca delle radici, una antologia personale, Levi parla della scoperta del fuoco come momento fondante dell’umanità: “Il fuoco è il nostro vecchio amico, il primo compagno d’armi dell’uomo contro il mondo esterno, il primo segno della nostra supremazia”.
Cesare Pavese ebbe con il fuoco un rapporto mitico. In La luna e i falò, i fuochi accesi sulle colline rappresentano un rito agricolo ancestrale: “”I falò servono a svegliare la terra, a dargli vigore”, scrive, legando la fiamma al sacrificio e alla memoria del sangue versato durante la guerra. Ma quei genovesi – diamine – com’è possibile.
[Slalom lancia il concorso: cerca anche tu il fuoco in una canzone di De André, Fossati, Paoli o Tenco].
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