
Il 28 gennaio nel 1966 è un venerdì e i giornali in edicola raccontano del vivace confronto che si tiene alla direzione della DC durante i colloqui per la formazione del nuovo governo. Moro e Rumor sostengono la necessità di una continuità della politica economica, la corrente di Fanfani vorrebbe un’inversione di tendenza, Taviani esclude l’ipotesi di un governo monocolore ma vuole Scelba dentro, mentre al congresso del PCI scoppia la grana Ingrao: si presenta con una mozione che propone un programma di azione per arrivare al potere, in dissenso con Amendola. Una foto sul Corriere della sera mostra la stranezza di una donna, una ragazza ventenne, Marita Ralf, che a Berlino Est arbitra partite di calcio fra squadre giovanili, ma fa ancora più scalpore l’eliminazione nella prima serata del festival di Sanremo di Bobby Solo e del tenore Giuseppe Di Stefano.
Il Corriere scrive che hanno fatto fiasco “i complessi stravaganti” e “i capelloni”. Il riferimento è per J.P. Proby, a suo modo nella storia. La Stampa lo definisce “un giovane tenore che porta la chioma a coda di cavallo. Lo zazzeruto introduce per la prima volta nella storia della televisione i famosi «capelloni» nei «video» di casa nostra”.
A proposito delle belle canzoni dei bei tempi di una volta, a quei tempi di una volta Vincenzo Buonassisi dice che il livello non è un granché.
“Ogni anno, malgrado tutto – scrive – si ricomincia a sperare che venga fuori qualcosa di nuovo, e poi ci si ritrova al solito punto, il festival ingigantisce ma anche la macchina industriale si perfeziona, a modo suo: manda canzoni costruite con abilità, con tutti gli ingranaggi e i bulloni a posto. Dal lato utilitario, come prodotti di consumo, sono sempre più efficienti; la formula, la confezione media sono una assicurazione contro i rischi di insuccesso, ma sono anche una palla al piede. dal punto di vista della originalità”. Oggi lo chiamiamo algoritmo e pensiamo che sia un guaio contemporaneo.
Due sono le canzoni favorite. Una la canta Modugno con Gigliola Cinquetti, Dio come ti amo, e pure qui c’è da ridire. “Questa canzone – dice il Corriere – ha la solita struttura di tutte le composizioni di Modugno, un fraseggio spezzettato che si articola tuttavia su una frase melodica orecchiabile. È quasi un modo di contrabbandare la melodia nella moderna, nevrotica versione del ritmo. Gioco che fece la fortuna di Modugno, che ormai è scoperto, ma che ogni tanto rinnova guizzi pieni di vita, come stavolta: e anche qui le parole hanno una freschezza, una presa a cui si è poco abituati. Il resto lo fanno l’interpretazione dello stesso Modugno e quella di Gigliola Cinquetti che inattesamente modugneggia anche lei (e intanto vengono distribuite le fotografie del film che sta girando, si sono decisi a farla diventare donna, perfino attraente)”. La Stampa aggiunge: “Affidata alle cure del prorompente Domenico, era da prevedere l’evoluzione della casta Gigliola, Due anni or sono, non aveva l’età. L’anno scorso, rimediò un pudico appuntamento; ed ora, ahimè, ha raggiunto la pienezza aggressiva della donna «sexy». Parole come: Non è possibile avere tra le braccia – tanta felicità – baciare le tue labbra – che odorano di vento, si ascoltano non senza trepidazione dall’ancora acerba Gigliola; e quando le stesse cose son ripetute dall’immaginoso Modugno, allora, poi, la carica tumultuosa di passionalità si scatena con furia alluvionale: Chi può fermare il fiume che corre verso il mare?”.
La seconda canzone favorita è Io ti darò di più di Memo Remigi, “un motivo delicato – dice il Corriere della sera – con un inizio che ricorda Chopin; e ha dalla sua una coppia formidabile: la Vanoni, tutta vibrante, sempre molto sexy, e Orietta Berti: angelica, naturalmente”.
Chi sfoglia i giornali la mattina, non immagina che al pomeriggio la giornata diventerà drammatica. Un volo partito dall’aeroporto di Francoforte alle 17.41 con un ritardo di 8 minuti, dopo un’ora di viaggio e in fase di atterraggio a Brema, va a schiantarsi in un campo oltre la fine della pista. Il carburante nel serbatoio, ancora 2.500 litri, prende fuoco e provoca un incendio al suolo, spento dai vigili del fuoco dell’aeroporto solo dopo 40 minuti. Muoiono a bordo quattro nuotatori e tre nuotatrici della Nazionale italiana: Bruno Bianchi, Amedeo Chimisso, Sergio De Gregorio, Carmen Longo, Luciana Massenzi, Dino Rosa, Daniele Samuele. Tra le vittime ci sono anche l’allenatore Paolo Costoli, il telecronista RAI Nico Sapio, l’attrice Ada Tschechowa.
L’aereo era stato rifornito con una dose extra di carburante perché l’equipaggio aveva ipotizzato l’aeroporto di Stoccarda come destinazione alternativa, a causa delle condizioni meteo. Il rapporto finale sulle cause dell’incidente mostrerà che uno strumento nella cabina di pilotaggio aveva registrato dei dati errati, facendo deviare la traiettoria dal corridoio di discesa previsto dal sistema di atterraggio. Probabilmente il capitano stimò l’altitudine in modo sbagliato a causa dell’oscurità e della scarsa visibilità. Secondo la rivista tedesca Der Spiegel, l’aereo era ghiacciato e la visibilità quasi nulla.
La Stampa ricostruisce: “L’atterraggio, secondo il direttore dell’aeroporto di Francoforte, signor Ulz, non avrebbe dovuto essere facile, ma neppure estremamente difficile. «Un tipico atterraggio nella cattiva stagione», ha detto Ulz alla radio. Il disastro è avvenuto nel momento in cui il «Convair», perforando la coltre di nuvole basse e ridotta la velocità (a circa 200-250 chilometri orari), stava virando per portarsi all’altezza delle luci che segnano il limite meridionale della pista. Aveva già acceso i fari di atterraggio. Da lontano si sono d’improvviso viste le luci scendere a precipizio («come una stella filante, meglio, come un razzo, dopo lo scoppio», ha detto alla radio un testimone oculare), poi una grande fiammata multicolore, seguita dal boato di un’esplosione. Secondo taluni vi sarebbe stata una «scivolata d’ala», dovuta al pieno carico, la ridotta velocità e forse una virata troppo stretta. Secondo altri, invece, e la tesi avallata dalla direzione della «Lufthansa», il capitano Saalfeld, accortosi di avere mancato (per la scarsa visibilità) la giusta direzione della pista, avrebbe tentato quello che in gergo aviatorio si chiama «overshout», cioè di spingere al massimo i motori e di riprendere quota in extremis, per ripetere l’atterraggio in condizioni di maggiore sicurezza. È una manovra alla quale i piloti di linea sono allenatissimi, anche nelle peggiori condizioni atmosferiche e di carico. Stasera la manovra — se è stata tentata — non è riuscita. Forse i motori non hanno risposto al richiamo del pilota. L’apparecchio è precipitato da non più di 25-30 metri di altezza, a meno di 300 metri dal margine della pista, in un campo arato, trasformato in un acquitrino dal disgelo e dalle piogge di questi giorni. L’acqua alta ha impedito agli automezzi dei pompieri di raggiungere immediatamente l’apparecchio”.
Mosca sul Corriere della sera del giorno dopo scriverà: “I giovani dello sport li si pensa ancora immortali. Il loro è un gioco, un piacere, qualcosa di leggero e di trasparente che vale per tutti noi, anche i più pesanti ed opachi. Trasferendoci nel loro gioco raddoppiamo, se giovani, la nostra giovinezza e, se vecchi la ritroviamo. Perché tanto sgomento, tanto orrore quando avvengono fatti come questo di Brema, come quello di Superga e come quello di Monaco; quando in un disastro aereo morirono diciassette giocatori squadra del Manchester? Perché con quei giovani muore non soltanto la loro giovinezza, ma la nostra o la illusione di essa. Perché con la scomparsa di Daniela Samuele muore per i giovani una sorella e per gli anziani una figlia. Perché veder troncate così improvvisamente, così facilmente, come nient’altro che un filo di lana, vite colme di tanta energia e di tanto ardore trafigge il cuore come una spada, fa pensare che filo di ragnatela sia questa vita nostra che di energia ha tanto meno e di ardore quasi più nulla. Come dire addio a chi non doveva andarsene, a chi dalla morte sembrava così lontano?”.
Giampiero Fossati della Canottieri Napoli si salva perché aveva un esame all’università. Era tra i convocati, avrebbe dovuto nuotare i 200 farfalla. Dino Buzzati sul Corriere d’informazione si prende una colonna per raccontare del contrasto tra le canzoni di Sanremo [“le lagne di Sanremo”] e la notizia arrivata dal telegiornale, che inizialmente non aveva parlato di vittime italiane.
“Quando a Superga si fracassò l’aereo che portava la squadra del Torino l’impressione fu enorme. Erano i più forti calciatori d’Italia. Questi qui di Brema, però, fanno più pena e più pieta. De Gregorio, Rora, Bianchi, Chimisso, la Massenzi, la Longo e la Samuele non erano famosi, anche se erano i più bravi. Chi in Italia si interessa di nuoto? Abbiamo il mare da tutte le parti, ma semplicemente saper tenersi a galla e una specie di rarità. Non erano famosi e neanche ricchi. Anche se avessero vinto tutte le gare non avrebbero guadagnato un soldo. Erano i puri, gli asceti dello sport, i candidi e generosi, con la faccia ancora da bambini. Niente divertimenti e baldorie come tutti gli altri ragazzi. Ma disciplina, dieta, esercizi, fatica. Con in fondo il miraggio di una gloria minuscola che sarebbe durata ventiquattro ore nella migliore delle ipotesi. Una volta, per malattia, di giovani ne morivano di più. La Morte, aggirandosi nel giardino, faceva la scelta qua e là. Ma non succedeva che, in anni di pace, strappasse via tutti insieme i fiori di una intera aiuola. Questi, poi, benché freschissimi, appena spuntati, di rara perfezione e bellezza, non trionfavano alla vista di tutti con grande clamore, bensì fiorivano di nascosto in un angolo del giardino. Perciò fanno molta più tenerezza e pietà. Più incredibile e amaro e vederli sparire cosi”.
Luigi Gianoli sulla Gazzetta dello sport scrive due giorni più tardi: “Non hanno avuto il tempo di soffrire, neppure d’avere un piccolo sospetto: questo forse ci consola in parte. Sono passati dall’allegria cameratesca di ragazzi appena usciti dall’adolescenza, dalla sfrenata giocondità d’una comitiva di giovanissimi ad un’altra esistenza ignota dalla quale non si fa più ritorno. Questa la sola certezza insieme con lo stupore d’una fine ingiusta, ma forse non più crudele d’una esistenza sbagliata. Ci consola un poco saperli felici; anzi al sommo della felicità nell’ultimo istante del viaggio, e l’essere partiti tutti insieme per l’ignoto tenendosi per mano. Ma tutto questo non basta. La realtà è dolore e torna a rimorderci senza pietà. Bastava un istante, bastava non partire, una febbre, bastava forse non avere tanta impazienza, non forzare il destino… Inoltre c’è sempre nel cuore un ricordo che strappa come una ferita che non vuole rimarginare e ci riporta indietro a riassaporare frammenti gioiosi della loro vita, tiepida vita illuminata da un sole adolescente, vita ansiosa di futuro, di successi, di vittorie: e vittorie sentite come un piacere collettivo da spartire in parti uguali tra tutti, una covata fedele di ragazzi tutti un po’ simili nei gesti, nel riso, nei modi, nella mentalità, forse perché istruiti, educati, allevati da Saini, giovinezze acerbe con un impegno così grande, i nomi grossi sul giornali, un impegno con se stessi e con gli altri, e la certezza di fare dono al mondo del meglio della propria esuberanza”.
Sul Corriere dello sport-stadio, Alfonso Fumarola scrive di aver perso dei fratelli. “Li avevamo conosciuti troppo profondamente, questi ragazzi, ed oggi, di fronte alla terribile sciagura, restiamo impietriti. Non ci sentiamo più i loro cronisti, ma i loro parenti. Questi ragazzi avevamo cominciato a seguirli fin dai loro primi passi, quando i loro allenatori promettevano mirabilie. Bruno Bianchi, classe 1943, era il più anziano del gruppo. 23 anni! E di te, Sergio, cosa dovrei dire? Lo confesso, non so da che parte cominciare. Sei stato primatista da quando sei nato, hai battuto records in tutte le categorie delle quali hai fatto parte, sei stato il più brillante nuotatore azzurro della stagione passata, in fatto di vittorie e di primati. Ma cosa contano oggi per me i tuoi records, ora che non ci sei più, ora che non posso più parlare di te, delle tue gesta, delle tue imprese sbarazzine? Ora che non ci sei più, mi accorgo di aver perduto un fratello minore”.