Torno quando voglio. Non si smette mai di essere Lindsey Vonn

Quando Lindsey Vonn si decise a scrivere un libro sulla sua vita, pensò che fosse importante raccontare soprattutto quello che stava fuori dalla ragioneria delle Coppe e dei record. Non solo le vittorie, non solo le medaglie, ma un percorso intero fatto di ossessioni precoci e sacrifici familiari, le ferite che non finiscono nelle statistiche e quelle che non si vedono affatto. Pensò che avesse senso farlo a carriera conclusa, quando il rumore delle gare si era spento e le rimaneva finalmente il tempo per guardarsi dentro. Voleva raccontare la piccina messa sugli sci a due anni e mezzo dal padre, e poi la bambina di nove anni che incontra Picabo Street in un negozio di sci del Minnesota, una campionessa in carne e ossa che le trasmette la sensazione di poter trasformare un sogno in un mestiere. Ecco cosa farà da grande: la campionessa.

Solo che serviva un piano. Un piano scritto in dieci anni insieme al padre, senza che lui battesse ciglio, come se credere a una bambina fosse la cosa più naturale del mondo. Nel libro Vonn si decise a raccontare quanto le fosse costato quel progetto, il trasferimento della famiglia, le rinunce, l’adolescenza passata più spesso in viaggio che a casa, le poche amicizie – ma solidissime – e una vita regolata dal lavoro prima ancora che dal piacere. Raccontò il significato di essere arrivata davvero in cima, di aver vinto l’Olimpiade a Vancouver e aver sentito tutte insieme sollievo, gioia e liberazione. Non tanto per sé, quanto per quello che c’era dietro. Ma raccontava pure l’altra faccia: gli allenatori che non avevano creduto in lei, le frasi ascoltate di nascosto, la sensazione di essere scartata mentre altre venivano indicate come delle predestinate. Tutte parole, scrisse, che non aveva dimenticato. Le avevano fatto male, ma erano diventate carburante.

Quando Lindsey Vonn si decise a scrivere un libro sulla sua vita, ci mise dentro anche la parte più fragile di sé, decidendo di non nasconderla. La depressione era arrivata più tardi, quando i riflettori si erano spenti, quando dopo le Olimpiadi si era ritrovata sola, lontana dalla famiglia, retrocessa nelle gerarchie, con la sgradevole certezza che tutti i sacrifici non avevano prodotto nulla. Aveva capito che qualcosa non andava quando aveva smesso di sentire la voglia di allenarsi. Si fece aiutare, imparò a riconoscere il male oscuro, a conviverci, a prendersi cura della propria salute mentale senza pensare di sconfiggerla una volta per tutte. 

Nel libro ci mise anche quel suo corpo consumato e testardo. Gli infortuni a catena, le operazioni, le stagioni passate in riabilitazione, la sensazione di sciare su una gamba sola. E ci mise il dopo: l’incapacità iniziale di guardare lo sci in televisione, l’invidia per le altre, la fatica di accettare una vita senza quella adrenalina, fino a una pace conquistata molto molto lentamente. Scrivendo, Lindsey Vonn non aveva voluto celebrare il suo mito, ma rimettere ordine in una storia complessa. Aveva voluto raccontare che dietro una carriera straordinaria c’era stata una costruzione quotidiana di disciplina, solitudine, aiuti chiesti al momento giusto, una cura costante di sé. Non un’epopea perfetta, insomma, ma una vita intera, con tutte le sue crepe.

Un libro esatto, giusto, preciso, scritto dalla più grande sciatrice di sempre – non si era ancora manifestata in tutta la sua pienezza e in tutta la sua vita drammatica Mikaela Shiffrin. Un libro arrivato mentre il Washington Post scriveva che pima o poi – e forse presto – potremo discutere se sia il caso di eliminare la parola donna dalla descrizione di più grande, mettere da parte con rispetto il grande Ingemar Stenmark e lasciare lei sul podio, da sola. Era sette anni fa, erano vere molte cose, forse tutte, ma era falsa la premessa. La carriera non era finita. 

Il ritorno di Lindsey Vonn è irreale, e da irreale era stato accolto, a dimostrazione che i grandi esperti delle materie commettono tutti lo stesso errore, ogni volta, credono a sé stessi e alle cose che sanno, privandosi della credulità che abita nei curiosi e scartando il fascino dell’impossibile. Il ritorno di Vonn – ora lo sappiamo- era un fatto tecnico e fisico, non c’era niente di nostalgico. All’età di 41 anni Lindsey Vonn non si è messa a giocare alla sopravvissuta. Deve esserle andata in sonno Picabo Street e ha sentito di uovo la voce. Ecco cosa farò da ex: la campionessa. Ha messo cinque chili e mezzo di muscoli in più, ha trovato i materiali giusti dopo un anno di tentativi, ha scoperto che il corpo non le fa più male. Dopo l’assaggio complicato della stagione scorsa, con un ginocchio ricostruito e con inserti in titanio, Vonn si è presa un’estate per ricostruirsi sul serio, con una disciplina quasi ossessiva negli allenamenti e nell’alimentazione, ma con il vantaggio di averla già conosciuta. 

Ha preso quel film italiano e l’ha rovesciato. Torno quando voglio. L’arrivo di Aksel Lund Svindal nello staff è stato un altro segnale di ambizione e serietà. Non ha chiamato un consulente simbolico, ma un tecnico scelto perché poteva fare il lavoro meglio di molti altri. Quando l’altro giorno è stata la più veloce in prova, non c’era già più niente di romantico. Era un segnale crudo. A Milano-Cortina farà tre gare, la discesa, il Super-G, la combinata a squadre. Oggi le tocca dare la rivincita a tutte quelle che iri ha portato a scuola, come ha detto Sofia Goggia. O quelle che hanno riguardato la gara da allieve con il ciuccio – e pure questo ha detto Sofia. Fra due mesi la carriera di Vonn sarà davvero finita e forse aggiungerà un nuovo capitolo al vecchio libro. Ma per due mesi ancora ci divertiamo.

 

LA COPERTINA del 13 DICEMBRE

 

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Dicono di lei

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L’Equipe le dedica la prima pagina, eppure non è francese. Lindsey Vonn ha un problema: dovrà ripensare la sua collezione di cappelli. Non si tratta di rinunciare al doppio pompon in cima, ma al numero 82, stampato sul colletto. Perché quel record non è più rilevante da ieri ha attaccato Béatrice Avignon. Flavio Vanetti sul Corriere della sera ha scritto: Più che le parole ha parlato il volto di Lindsey Vonn rigato dalle lacrime, mentre sul gradino più alto del podio di St. Moritz teneva la mano destra sul cuore. Poi, commozione per commozione, ha ammesso di essersi sciolta nel sentire, al telefono, anche suo padre singhiozzare. Daniela Cotto su La Stampa: La velocità è l’ebbrezza della sua vita, quella che le regala l’adrenalina senza cui non può trascorrere neppure un minuto. L’elenco delle sue qualità sportive è infinito, su tutte la tecnica, l’abilità di lasciar scorrere gli sci e la voglia di esserci. Nella sua vita spesso irregolare, un po’ come un elettrocardiogramma impazzito, nel 2019 aveva deciso di ritirarsi. Perché il fisico era a pezzi e i dolori troppo forti per resistere agli allenamenti e alle sollecitazioni dei materiali. Ma Lindsey non può vivere a fari spenti. Ha bisogno dei riflettori. E la lontananza dal mondo dello sci, unita alla solitudine, l’ha messa a dura prova

E Caterina Soffici commenta: C’è una saggezza leggera e una filo di follia infantile in quel che Vonn ha fatto. Non un gesto aggressivo, non un “vi faccio vedere io” di cosa sono ancora capace. Ma piuttosto un “e perché no?”. Una domanda che sarebbe bello insegnare a scuola, come fondamento di una educazione civica del cuore. Insegnare che tutto è possibile, che i sogni sono materia da assimilare quando il filo di follia non ci è ancora stato strappato dal tempo, quel burocrate fiscale che ci affossa. Allenatelo, questo cuore. Sennò si spenge.

Giorgio Pasini su Tuttosport: Ne resterà una sola,  Lindsey Vonn.

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