Billy Bonds, il più grande martello del West Ham

Quel color prugna e quel celeste sono stati una seconda pelle, sono stati un modo di stare al mondo. Billy Bonds non è stato soltanto l’uomo che ha vestito la maglia del West Ham, per Jonathan Wilson del Guardian era uno di quei pochissimi che incarnano un club più di chiunque altro. Aveva giocato altrove, certo, ma dopo 799 partite e due Coppe d’Inghilterra alzate da capitano era come se l’East End gli avesse riscritto anche il sangue.

La sua morte, all’età di 79 anni, è stata salutata ieri al London Stadium da un montaggio sul maxischermo. Non era semplice raccontare in pochi minuti una carriera che ha vissuto più nei contrasti che nei gol. Così, accanto ai tiri da lontano, scorrevano sul video i suoi occhi d’acciaio, six foot two with eyes of blue, come cantavano i tifosi, e chissenefrega se in realtà era qualche centimetro più basso. Nell’applauso del quarto minuto, mentre Jarrod Bowen posava la maglia numero 4 sotto la North Stand, c’era soprattutto un omaggio alla sua aura.

Per chi è cresciuto calcisticamente negli anni Ottanta, Bonds era l’archetipo dell’inglese granitico e pulito, capace di menare e giocare, rimboccarsi le maniche e indicare la via. Il successore naturale di Bobby Moore, il capitano perfetto. Aveva passato la fascia ad Alvin Martin nel 1984, ma al West Ham non riuscivano a fare a meno di lui: lo richiamarono, lo fecero giocare ancora, fino a quando un ginocchio stanco lo convinse a fermarsi. Aveva perso tutta la stagione 1985-86 per un alluce.

Arrivato nel 1967 dal Charlton per 50.000 sterline – una trovata di Ron Greenwood – era subito entrato nei titolari. Partì da terzino destro, ma quando quel ruolo cominciò a cambiare fu spostato a centrocampo per completare Trevor Brooking: Brooking era la classe, Bonds i recuperi, scrive ancora Wilson. Non che non sapesse segnare: fu capocannoniere del club nel 1973-74. Solo che il suo compito, chiarissimo, era proteggere il talento altrui. Brooking sembrava uno che avrebbe potuto attraversare la Somme con i calzoncini immacolati; Bonds usciva ogni volta da una miniera, era fango e sudore fin dentro la barba.

Non ci fu alcun dubbio, nel 1978, quando il West Ham retrocesse: Bonds restò. E l’anno dopo, insieme a Brooking e a una squadra ancora di Seconda Divisione, alzò la Coppa nella finale contro l’Arsenal. Sarebbero tornati su, avrebbero sfiorato la Coppa di Lega, e se non fosse stato per qualche costola rotta – in uno scontro con Phil Parkes, all’ultima giornata – avrebbe forse esordito con l’Inghilterra in un’amichevole contro il Brasile. L’occasione non tornò più.

Il pezzo di Wilson insiste su un punto: parlare di Bonds solo come calciatore è riduttivo. Dal 1988 era diventato allenatore delle giovanili con John Lyall, poi nel 1990 aveva preso in mano la prima squadra e l’aveva portata in Prima Divisione alla prima stagione completa, oltre che alla semifinale di FA Cup persa per un cartellino rosso lampo a Tony Gale. Poi una retrocessione immediata e poi un altro ritorno. Nel 1994 arrivò tredicesimo nella nuova Premier League, ma lasciò poche settimane prima del via del campionato seguente, rimpiazzato da Harry Redknapp: una ferita che non si è mai rimarginata, prima di una parentesi al Millwall che non poteva funzionare. Bonds, ovunque andasse, sembrava fuori posto. QPR e Reading sono state delle deviazioni, non delle destinazioni. Il suo territorio era il West Ham, che lo ha eletto Hammer of the Year quattro volte e nel 2019 gli ha intitolato la East Stand del London Stadium.

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