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L’ultimo scroll
Il numero 11 di una mujer vertical
Mabél Bocchi era una di quelle atlete che ti costringono a riformulare le categorie. Il rimbalzo strappato a Uljana Semjonova – 215 centimetri, 130 chili, un pianeta in maglia URSS – resta la sua fotografia definitiva. Un’immagine che non rappresenta un’impresa canonica, una coppa da sollevare o cose del genere; rappresenta un’idea: che la sproporzione non è mai un argomento. Che il mondo, a volte, aspetta solo qualcuno che lo contraddica.
Il problema di Mabél è che non si fermava. Non si è fermata a 15 anni in B ad Avellino, quando il talento era già un’eccedenza. Non si è fermata quando l’atletica voleva rubarla al parquet. Non si è fermata davanti alla nebbia di Sesto San Giovanni, che per lei diventò un laboratorio di modernità: otto scudetti, una Coppa Italia, la prima Coppa dei Campioni femminile mai vinta da un club italiano in qualsiasi disciplina. E poi il Mondiale del ’75, il premio di miglior giocatrice, quel patto sottoscritto in latino con la gigante sovietica.
Lo raccontò a Gianni Mura nel marzo del 2019 in un memorabile incontro per una serie dedicata alle campionesse dello sport italiano pubblicata da Repubblica. «Le dissi più o meno: Ulyana, se non mi fai fare una figura di merda forse mi eleggono miglior giocatrice del torneo. Finì 85-49 per loro. In genere lei segnava una trentina di punti, ne fece 8. Io 10, se ricordo bene. Ulyana fingeva d’inciampare, faceva volutamente infrazione di passi, scivolava. E così fui eletta miglior giocatrice del mondiale, ma vinsi anche la classifica dei tiri liberi e il titolo di Miss Mondiale, alla pari con una ragazza coreana, e finii terza nella classifica delle marcatrici».
Si disse che Semionova lo aveva fatto «per simpatia. O per riconoscenza. Ci siamo affrontate un sacco di volte. Oltre a patire i 27 cm di statura in meno, non riuscivo a marcarla, faticavo a girarle intorno, mi sembrava un albero, che so, una sequoia. Era una donna sola, sostanzialmente. Quando veniva a Sesto, l’accompagnavo dal parrucchiere, la truccavo, le mettevo lo smalto alle unghie, facevamo shopping insieme ed era contenta come una bambina alle giostre».
Mabél giocava senza reggiseno perché «mi soffoca», combatteva per i diritti delle compagne, rifiutò Playboy, parlava troppo per chi avrebbe preferito che una donna ringraziasse e sorridesse. Ma Mabelbocchi – tutto attaccato – non era progettata per obbedire. È stata giornalista, conduttrice, attrice, docente universitaria, assessora, artista. Una vita indossata come si indossa una maglia larga: con l’idea che ci sia sempre un movimento possibile, un salto in avanti, uno scarto laterale. Quando il paese scoprì che le donne potevano essere campionesse, leader e personaggi, era perché lei aveva fatto in tempo a esserlo e mostrarlo. Con il corpo, con la voce, con la sfida quotidiana a tutto ciò che somigliava a un limite. Alla fine se n’è andata in Calabria, tra cani, gatti e sigari toscani, il mare di fronte e una libertà che nessuna malattia è riuscita a toglierle. Restano la sua ribellione gentile, il suo passo avanti rispetto ai tempi, e quella foto impossibile: lei contro Semjonova, enorme e piccola allo stesso tempo. Un tagliafuori contro la logica. Una lezione su ciò che accade quando una persona decide che la misura delle cose non la decidono gli altri.
Emanuela Audisio su Repubblica chiude così il suo ricordo: “Ragazze che fate sport, oggi mandatele un pensiero: quello che avete (una tuta della vostra misura, un fisioterapista, assistenza) esiste perché c’è stata Mabèl. Che ha giocato e lottato contro l’idea che gli uomini fossero migliori delle donne”. Stefano Semeraro su La Stampa ha scritto che “era religiosa a suo modo, seguace dell’antroposofia di Rudolph Steiner, dava una chance alla reincarnazione senza l’angoscia di perpetuarsi da viva: «Un figlio? Non ne sento la mancanza»”. Franco Arturi sulla Gazzetta dello sport la saluta come “un fenomeno autentico in campo e poi un personaggio esuberante e versatile: l’icona del basket femminile, di cui è stata una protagonista forse ancora inarrivabile in Italia”.
In quella chiacchierata Gianni Mura attaccò così: “Mabèl mi raccomando l’accento. È un nome molto diffuso in Argentina, e sua madre era argentina. Liliana Mabèl Gracielita, Nostra Signora dei Canestri ha tre nomi, ultimo quello di una sorellina morta 18 mesi prima che nascesse lei”.
Lei gli disse fra millanta cose: «Rifarei tutto, anche abbandonare gli studi di Medicina. Anche entrare in politica, e uscirne delusa, rifarei, anche vivere per mesi in un villaggio Masai senza luce e senz’acqua, dormendo per terra. … Non ricordo d’aver mai avuto una bambola. Un anno per Santa Lucia mi regalarono una cucina in miniatura e mi misi a piangere, aspettavo un pallone. … Papà era fascista, venerava Almirante e votava Msi. Però le cose che m’ha insegnato erano da comunista: rispettare il prossimo, mai sentirsi superiori, dare una mano a chi ha bisogno, mai voltarsi dall’altra parte».
Dietro la maglia aveva il numero 11. Perché «è il più verticale».