Brigitte Bardot non è più licenziosa, ma semplicemente più liberata
Roland Barthes, Miti d’oggi
La chiamavano BB
Brigitte Bardot è stata un pentathlon. Un’invenzione della Francia che dentro il suo corpo ha tenuto molte cose insieme. È stata un’immagine dirompente. Prima ancora del mito, c’era una ragazza di Saint-Tropez che camminava a piedi nudi sul set quando nessuna diva lo faceva, che portava capelli sciolti, jeans e magliette come una provocazione contro la femminilità composta degli anni Cinquanta. Ha incarnato la libertà del corpo in un’epoca che lo considerava ancora qualcosa da contenere, da decorare, in qualche misura da disciplinare. È stata una sigla, bastavano le iniziali a dir tutto di lei. Quelle due B non proponevano la sensualità come promessa agli uomini, erano come una sovranità su sé stessa. Questa è stata la sua rivoluzione.
È stata un cortocircuito culturale. Critici e registi hanno proiettato su di lei tutte le fantasie dell’epoca: era la bambola, era l’eroina moderna, era la Lolita europea. Ma BB fece esplodere quei ruoli quando ne fu stufa, si ritirò presto dal cinema, decise di non essere più un oggetto di sguardi, ribaltando il patto che la società aveva scritto firmando pure per lei. Il suo basta all’età di 39 anni è stato una scelta radicale, una decisione molto contemporanea ma presa nel ‘73: rinunciare alla Bardot per tenersi Brigitte.
È stata una voce dissonante. Ha dedicato la vita alla causa degli animali diventando una delle attiviste più famose e scomode al mondo. Al coraggio nel difendere chi non ha voce, si sono affiancate negli ultimi decenni posizioni politiche controverse e discusse, una parte ineludibile del giudizio pubblico su di lei, tanto che la destra di Francia stamattina dice che è stata una francese pura.
Invece poche persone come BB sono state del mondo, come sempre appartengono al mondo le rivoluzioni. Lo è stata per aver anticipato l’emancipazione prima che la parola diventasse comune. Per aver mostrato che la bellezza può essere uno strumento ma anche una prigione, e che la fuga — a volte — è l’atto più potente. Per aver insegnato, nel bene e nel male, che essere un’icona è una condanna e una scelta quotidiana. Brigitte Bardot resterà il volto di una libertà senza manuale, fiorita dal coraggio di una ragazza che decise di cambiare il mondo semplicemente camminando a piedi nudi.
Una leggenda vera in mezzo all’abuso che si fa della definizione. “A movie icon”, ha scritto il New York Times nell’annunciare la sua morte all’età di 91 anni. Borghese di nascita e ribelle per vocazione, ha condiviso la scena con i giganti della sua generazione. Alain Delon e Jean-Paul Belmondo sono stati amici e compagni di viaggio. I loro tre volti hanno rappresentato la modernità del cinema francese.
Ma sotto la diva c’è stata disciplina. Aveva passato da ragazza il concorso per entrare al Conservatorio di Parigi. Ha studiato danza classica, ha allenato un corpo pensato per muoversi. «La danza mi ha dato portamento, disciplina, coraggio fisico» ha scritto in Initiales B.B.. E quel modo di stare al mondo — così naturale, così leggero, così atletico — è diventato un’estetica.
Brigitte Bardot ha attraversato lo sport senza mai volerlo davvero, ma è stata «la prima a imporre il look sportivo» ha spiegato Yves Bigot a L’Equipe. Costumi da bagno, capelli sciolti, nessuna costruzione. Solo libertà. Il suo rapporto con il mare ha trovato subito una forma cinematografica. Nel 1952 in Manina, la fille sans voiles, ha interpretato una giovane sub al largo della Corsica fra immersioni e salvataggi, con un bikini che diede scandalo mondiale. È stato il primo contatto con un immaginario fatto di corpi in movimento, di acqua e sole. Quello che ha portato quattro anni dopo a E Dio… creò la donna, quando BB ha cambiato le regole del desiderio.

Al nuoto ha abbinato la montagna. Bardot ha frequentato Méribel per decenni, un legame nato dai suoi compagni di vita: Vadim era appassionato di sci, Gunter Sachs era stato campione europeo di bob junior. Sugli sci Bardot ha accettato di vivere la goffaggine e l’imprevisto. «Ero più spesso con il sedere nella neve che in piedi» ha raccontato. Ed è in quella posizione scomoda che nel 1966 ha incontrato Valéry Giscard d’Estaing. Nel tentativo di aiutarla, il futuro presidente è scivolato e il cane di lei Charly gli ha morso i polpacci.
Lo sport ha attraversato le sue relazioni. Robert “Bob” Zagury, franco-brasiliano, è stato nazionale francese di basket e quarto ai Mondiali del 1954. Ha prodotto Spécial Bardot, lo show televisivo del 1968 che ha fissato per sempre l’immagine di BB sulla Harley-Davidson. Alain Delon ha condiviso con lei il mare di Saint-Tropez. Nel 1971, al Grand Palais, è arrivato François Cevert, pilota di Formula 1, bellezza magnetica e zero filtri. Bardot non ha amava il rombo dei motori, lo chiamava «horror della velocità e del rumore». L’intesa non è durata. E poi c’è stato Pelé. Il 31 marzo 1971, BB andò a dare il calcio d’inizio a un’amichevole benefica del Santos, allo stadio di Colombes. «Ero gelata dal nervosismo» ha raccontato. Il pallone, calciato con troppa forza, colpì in faccia un fotografo a pochi metri. «Pelé era piegato dalle risate, e anch’io». Ma subito dopo, l’eccesso di entusiasmo trasformò tutto in «un inferno», con una fuga necessaria negli spogliatoi, circondata dalla pressione del mito.
Natalia Aspesi su Repubblica ci regala stamattina un indimenticabile attacco di pezzo per salutarla: “La fanciulla che inventò l’adolescenza delle donne, la luminosa bellezza dai capelli biondi, arruffati e spettinati, la giovanissima e peccaminosa ragazza che faceva perdere la testa agli uomini, una troppo giovane minorenne che esibiva il suo fascino crudele ai maschi forti e prepotenti: anche lei è morta, povera BB, e aveva 91 anni, il tempo “quasi” giusto per morire”.
Boris Becker e Bjorn Borg hanno lasciato le loro impronte sulla storia del tennis. Ma nessuno s’è mai sognato di chiamarli BB. Non c’è stata sulla faccia della terra un’altra BB all’infuori di lei.
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È sempre stata nei miei personaggi, anche quando non la disegnavo
MILO MANARA intervistato da Luca Valtorta, Repubblica