Il fuoco di Leogrande e di Bodini | La fiaccola di Olimpia a Taranto e Lecce

Taranto e Lecce

38 giorni a Milano

Il fuoco di Taranto è sempre stato quello dell’acciaieria. La fiaccola di Olimpia ha dormito qui la notte scorsa, nella terra di Alessandro Leogrande, che le fiamme dell’Ilva le ha messe in Fumo sulla città [2013] e Dalle macerie [2018]. Rappresenta la potenza industriale che ha plasmato l’identità di Taranto, ma è stato anche un fuoco distruttivo – il fumo del titolo – simbolo dell’inquinamento, di una crisi sociale e sanitaria della città.

Tutta la scrittura di Leogrande è animata da un fuoco interno di matrice pasoliniana, dicono i critici: una passione civile, mite nei toni, inflessibile nella ricerca della verità e della giustizia sociale

“C’è una coltre di polvere che ricopre ogni cosa al quartiere Tamburi. È una polvere rossastra, fine, che si infila ovunque. È il segno tangibile di ciò che la grande fabbrica produce fuori dai suoi cancelli. Taranto – ha scritto – è una città che ha vissuto per decenni dentro questo paradosso: la fonte del reddito è anche la fonte del veleno. Non c’è un fuori e un dentro, tutto è mescolato in un unico destino di fumo e acciaio”.

Stasera invece il fuoco di Olimpia si ferma a Lecce, la città di Vittorio Bodini, poeta, traduttore in Italia di Don Chisciotte e altri giganti della letteratura spagnola: Federico García Lorca, Rafael Alberti e Francisco de Quevedo. Il fuoco in Bodini si manifesta come arsura e luce, una forza violenta che consuma il paesaggio del Sud. “Un incendio senza canti” è stata l’espressione usata dalla critica per descrivere la sua ultima stagione poetica [le Poesie ovali], dove il fuoco è stato il simbolo di una consumazione interiore e silenziosa. In alcuni dei suoi versi si parla di “terrazze di fuoco”, dove la natura vegetale sembra sconfinare in una dimensione metafisica. Nella poesia I pini della Salaria, Bodini lascia che il fuoco sia un elemento di conforto o rituale, menzionando le pigne calde da “mettere nel cavo petto dei morti”, così che il calore custodisca la memoria e accompagni il passaggio nell’aldilà.

“La luce è un’altra bestia sulle case / da aggiungere al bestiario / la cui favola / sa di sputi e minacce”. E ancora: “Cade a pezzi a quest’ora sulle terre del Sud / un tramonto da bestia macellata. / L’aria è piena di sangue, e gli ulivi, / e le foglie del tabacco, e ancora non s’accende un lume”. 

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