Il calcetto di Mathieu Jalibert
Matthieu Jalibert ha un gesto che è diventato una sua firma: il calcetto a scavalcare la difesa, giocato per sé stesso. È uno strumento che nel rugby richiede tecnica fine, lettura del campo e gestione del rischio. Jalibert lo usa spesso. È come il dribbling di Garrincha. Lo conoscono tutti, lo temono in tanti, nessuno da fermarlo. In dieci partite stagionali lo ha giocato 14 volte su 123 calci complessivi. Più di una volta a gara. Non è una sorpresa ma una minaccia reiterata senza essere un automatismo. Contro il Lione, il 4 ottobre, nella vittoria per 32-10 del Bordeaux, non ne ha tentato nemmeno uno, mentre nello weekend contro gli Scarlets [50-21] l’ha usato come un grimaldello definitivo per scardinare la difesa, una volta per andarsene a piazzare una meta in solitudine, con palla riconquistata e schiacciata da funambolo; un’altra per aprire la strada a una meta costruita per altri.
Alla vigilia della partita di campionato con il Tolone terzo in classifica, L’Equipe stamattina racconta questo gesto tecnico diventato uno dei temi del torneo. Benjamin Boyet, ex apertura della Francia, lo spiega così: «Se funziona con lui, è grazie alla sua velocità, ai cambi di ritmo». È un gesto esigente che viene da lontano e che Jalibert ha perfezionato in questi anni. Con l’esperienza vede quando è la scelta giusta. Con certe difese organizzate, alte e aggressive, quella parabola corta sopra la linea fa una differenza tattica, purché il temo della giocata sia perfetto
Jalibert trova il tempo giusto spesso dentro il disordine, nell’uscita di palla sporche, quando ci sono dei tocchi imperfetti, in situazioni che inducono le difese a salire più in fretta. Contro il Montauban, alla terza giornata [71-24] ha segnato proprio così, su una touche piena di confusione: tocco rapido, parabola morbida, rimbalzo amico. La meccanica del gesto richiede la percezione della distanza tra la linea difensiva la linea della meta. La scelta della lunghezza del calcio varia in funzione dell’angolo. L’esecuzione è velocissima, quasi una continuazione della corsa. È un assist per se stesso. Jalibert calcia senza perdere velocità, mantiene l’ultimo appoggio per ributtarsi sul pallone e arriva prima di tutti. Pura sensibilità. Secondo Boyet, quel calcetto nasce dal gioco, dall’infanzia, da un rapporto naturale con la forma e il peso della palla. Sa come toccarla, sa dove colpirla, sa dosare gamba e piede. Il calcetto a scavalcare lo rappresenta perché è un gesto da protagonista. «È quasi l’unico capace di farlo a quel modo perfetto» dice Boyet.