I muscoli di Cristiano

 

 

I muscoli di Cristiano

Questa è una foto da guardare alla fine di tutti gli scroll dopo Fem Van Empel. Un corpo scolpito fino all’eccesso, lucido e granitico, perfetto. Un monumento. Come tutti i monumenti è più fermo che vivo. È l’immagine di un calcio che non sa dismettere la sua corazza nemmeno quando è nudo. Questa memorabile galleria di  muscoli avverte per conto di Cristiano Ronaldo e del suo mondo che siamo dentro una casa dove la potenza sfratta la fragilità. Questo è il codice. Questa è la grammatica. Prendete e guardatene tutti, guardate a cosa dovete puntare, guardate com’è fatto il modello dell’impegno e dell’’ossessione. 

In quella tavola  per lavare i panni che Cristiano porta al posto dell’addome, si sente l’eco dell’ego e si leggono tutti i  comandamenti della vecchia religione del machismo sportivo, quella che ancora trasforma uno spogliatoio in una camera dove rimbalzano urla e furia, dove lo stato di tensione è l’unica prova della virilità agonistica. In questa fotografia c’è l’idea stessa della performance totale, la prestazione che precede e supera il gioco, e forse lo schiaccia.

Ma fuori dall’inquadratura di Cristiano sta accadendo altro. Lo sport più giovane, più laterale e più contemporaneo si muove in una direzione diversa, meno fisica e iperbolica. Chiede di parlare meno di invulnerabilità e più di verità. La Gen Z non cerca statue, casomai cerca crepe dentro le quali incontrare conforto e riconoscibilità.

Così questa immagine di un calciatore quarantenne resta sospesa, impeccabile ma distante. Non è sbagliata, sembra vecchia. È fuori sincrono. Pare l’icona perfetta di un’epoca nella sua  decadenza. È un segno di forza che finisce per sembrare un’estrema difesa di qualcosa, un ambiente che ancora predica la necessità della rabbia, della garra, della cazzimma, tutto l’armamentario retorico di quei guerrieri che appaiono dentro bellissimi documentari tutti uguali, e nei quali tutti giocano a fare Al Pacino nella sua maledetta domenica, dove si grida sempre qualcosa a qualcuno nell’intervallo e si scaraventano oggetti giù da un tavolo anche per dire con la vena al collo che adesso, cazzo, adesso ti bevi quel fottutissimo bicchiere di tè eccetera eccetera. È l’immagine di un mondo dove esercita il proprio magistero un sacco di gente prigioniera di sé stessa, una caverna di Platone dentro la quale si crede reale ciò che si vede riflesso sulle pareti. Questo mostra Ronaldo di sé e di tutto il calcio, una massa di muscoli enormi che un giorno arriveranno alla gola e toglieranno la forza di respirare. O forse è tutta invidia. Quasi certamente è tutta invidia. 

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