I terzini di Peppe Vessicchio

  

Ecco che incontro l’anima

Ron

 

I terzini di Peppe Vessicchio

Che cos’è un’orchestra in fondo, se non una squadra. Le dinamiche di un ensemble sono le stesse di un gruppo che cerca un gol. Quante volte un calciatore è stato raccontato come un von Karajan. «Ci sono le individualità che sanno risolvere uno schema facendo da sé, ci sono le casualità che fanno diventare interessante un’azione». 

Quando Peppe Vessicchio parlava di calcio, sapeva cosa diceva. Aveva giocato da ragazzo, ruolo centrocampista, al campo americano, sotto gli altiforni dell’Italsider, rione Cavalleggeri, quartiere Bagnoli. Così quando pensava alla musica in relazione al pallone, gli pareva che l’imprevisto fosse la linfa del gioco: un rimbalzo, una deviazione, un’intonazione fuori misura che apre un mondo. «Un rimpallo può essere decisivo sul risultato di una partita quanto un bravo centravanti», ha scritto, invitando a fidarsi delle imperfezioni. «Lavoriamo a una giostra di meccanismi perfetti, quando forse faremmo bene ad allargare il campo delle nostre ipotesi alle meraviglie della casualità».

Una visione del mondo che veniva da lontano. L’esecuzione de La terra dei cachi a Sanremo era stato il più geniale e il più virtuosistico atto di superiorità mai visto su quel palco. Anziché cantare un frammento di un minuto della canzone com’era previsto nel regolamento, gli Elii e Peppe Vessicchio fecero stare tutto il pezzo nel tempo concesso suonandolo al triplo della velocità. Quell’idea assurda era nata lì per lì, provata e messa in scena su due piedi, con la piccola complicità din Pippo Baudo che finse di non accorgersi dei due secondi in più che si erano presi. «Fu l’ennesimo segnale di follia del Sanremo più divertente che mi sia toccato». La mattina dopo si ritrovarono su un campo di baseball, una delle grandi passioni di Faso. Da qualche parte — ricordava Vessicchio ridendo — esiste ancora una ripresa di un suo scivolone durante la partita.

Quel gioco improvvisato gli ricordò i giorni dell’infanzia, quando il baseball era un’eco del campo americano in terra e polvere gestito dalla famiglia Ambra: «Venivano a giocarci i militari e i dipendenti della Nato». Un ungherese, un certo zio Marcello, insegnava calcio ai ragazzi del posto. «Ne eravamo affascinati. Ma agli americani del calcio non interessava nulla. Venivano al campo, se ne impadronivano e imponevano il baseball». La canzone e quella partita improvvisata, diceva, erano riuscite per un giorno a riportarlo ai suoi sedici anni.

Il filo del gioco sarebbe tornato nella sua musica molti anni dopo, quando Vessicchio si trovò in Messico durante il Mondiale dell’86, arruolato da Gianni Minà per lo spettacolo che accompagnava le partite in tv. Il Mundial del gol del secolo di Maradona. Un Mundial che lo convinse di come anche la perfezione fosse solo una parte della verità: l’altra è l’istinto, l’attimo che sfugge alle regole e diventa creazione. «Il genio si muove con il suo estro nell’ambito dell’adesione alla teoria, e lo fa senza conoscerla».

Davanti allo stadio Azteca, un giorno, vide comparire Egidio, il bagarino che conosceva da Fuorigrotta. «Mi riconobbe e ci salutammo con un abbraccio». Era come se Napoli, con le sue stonature e la sua grazia, lo avesse raggiunto dall’altra parte del mondo.

Negli anni, in interviste e libri, Vessicchio ha continuato a intrecciare musica e sport, cercando ponti tra Mozart e Maradona. «Mozart non era imprigionato dalle regole perché le regole non erano tali per lui. Non erano precetti ma possibilità». Così come Diego non studiò mai la biomeccanica di un tiro: «Saranno gli scienziati a scoprire che quella curvatura della gamba d’appoggio gli consente un calcio più efficace».

La sua idea di armonia non si fermava al genio. Vessicchio amava gli umili del gioco, quelli che danno senso all’insieme. «Pensate cos’è un terzino su un campo di calcio. Uno dei ruoli storicamente più sottostimati», diceva. Nella letteratura calcistica, il terzino è stato a lungo il laterale dimenticato: lavora nell’ombra, sostiene, equilibra, resta ai margini del racconto. «Eppure da quella posizione marginale si partecipa al gioco e si incide in modo netto sul suo sviluppo».

Vessicchio guardava a Ruud Krol, a Roberto Carlos, fino a Gareth Bale. L’olandese sarebbe diventato il libero di un Napoli vicinissimo allo scudetto nell’anno del terremoto. Il brasiliano il tiratore della punizione più potente della storia. Il gallese il primo giocatore con una valutazione di mercato da cento milioni di euro. Tre esempi di una rivoluzione silenziosa: «Il terzino sta diventando un calciatore totale». La prova che – come nelle partiture di Mozart – anche le parti laterali, apparentemente di contorno, contengono una bellezza autonoma, «concorrono a rendere meraviglioso il sistema, conservando una loro bellezza svincolata dal resto». Per questo Vessicchio vedeva nel calcio la stessa legge dell’orchestra: l’arte di far convivere il genio e la disciplina, l’imprevisto e la forma, il centro e le sue periferie sonore. Il luogo dove la casualità e l’imperfezione sono un’occasione. 

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