L’ultimo viaggio del marinaio Galeone

 

   

Mi sono divertito

Giovanni Galeone

 

  

L’ultimo viaggio del marinaio Galeone

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Se n’è andato nel giorno in cui è morto pure Pier Paolo Pasolini, per ricordarci di aver attraversato il calcio con le letture fatte e certi pensieri che vengono davanti al mare, guardando l’orizzonte. Se sei nato o cresciuto in un posto dove ce l’hai davanti agli occhi, devi scegliere se restare con i piedi nel bagnasciuga oppure alzare le vele e prendere il largo. Giovanni Galeone le vele ce le aveva nel cognome. Ha attraversato il nostro gioco più popolare come un magnifico eretico, mettendoci dentro eleganza e meditazione, bellezza e ironia. C’è stato un periodo in cui pareva un oracolo. Lo chiamavano il Profeta. Spettinato, arruffato, ma un Profeta. Una volta gli domandarono allora dove avrebbe fatto giocare Recoba e lui rispose: «A Montevideo, o nel Perugia o nel Lecce». 

Amava Brecht, Sartre e il 4-3-3, detestava soprattutto il conformismo. Quando gli domandarono della sua preferenza per Prévert, disse che si trattava di una «leggenda sbagliata messa in giro non so da chi: Prévert è noioso, il mio calcio allegro».  

Era figlio di una signora appassionata di lirica e nostalgica della monarchia, di un ingegnere dell’Ilva, liberale, uno che credeva in Giovanni Malagodi, un progettista dell’altoforno di Taranto. Per questo Galeone è nato a Napoli, dove la fabbrica aveva sfregiato un panorama con una promessa di benessere industriale. Aveva vissuto a Bagnoli sotto quel cielo che diventava rosso, e non per il tramonto, e si infuriava con chi giudicava casuale le sue origini. «Non scherziamo. Io ho vissuto la guerra lì. Parlo napoletano e guardo Gomorra senza i sottotitoli». In casa si leggevano Il Borghese, Julius Evola e Guareschi. Poi dice che uno si butta sinistra. Aveva tanto desiderato allenare il Napoli e gli dèi lo punirono accontentandolo. Fu uno dei quattro che si alternarono in panchina nell’anno della retrocessione in B con 14 punti. «Sono stato presuntuoso – disse – se da un posto si dimette Mazzone, significa che non c’è speranza».  

Era cresciuto a Servola, quartiere operaio di Trieste, altra città che confonde e mescola pallone, romanzi e poesie. Giocava in strada con Cesare Maldini e insieme battevano i figli dei ricchi, quelli che portavano il pallone. «Ho sempre avuto simpatia per chi veniva da situazioni di povertà. I miei valori politici si sono sviluppati attorno alla vita di chi aveva famiglie in difficoltà. Parliamo pure di comunismo, tanto non esiste più neppure l’ombra».

Nel calcio gli abbiamo attribuito una rivalità con Zeman e una con Sacchi, gli altri due grandi utopisti e innovatori tra gli anni Ottanta e Novanta. Due rivalità su cui Galeone scherzava, come su tutto: sugli amori e sul sesso, sui tic del calcio, sull’arrivismo di molti e i compromessi dei mediocri. Con Sacchi si scambiava sms di sfottò reciproco. Un giorno chiesero in federazione due biglietti per una partita Olanda-Inghilterra e scoprirono di essere stati mandati in mezzo agli hooligans. Che si fa, gli chiese Arrigo. Togliti la maglia, restiamo a torso nudo e facciamo finta di essere dei loro, suggerì Galeone. 

 | Mimmo Carratelli sul Corriere dello sport-stadio marca la differenza in una vecchia dichiarazione. «Sacchi esalta l’orchestra, io preferisco un Pollini al piano che non legge lo spartito». La furia e la calma. «La concentrazione serve quando la palla è tra i piedi degli avversari, quando l’abbiamo noi bisogna essere rilassati e tranquilli». E ancora: «Se vai a pressare chi sa palleggiare e ti fa correre, finisci con la lingua di fuori e ti frega in contropiede». Oppure: «I miei centrali di difesa respingono il pallone con le mani in tasca».

Arrigo è stato frenesia, Galeone era le flemma. Anche a Berlusconi piaceva discutere con lui. La chiamo, la chiamo, diceva, solo che non lo chiamò mai. «Non so se sono stato un bravo allenatore, so di essere stato un bravio insegnante». Sono cresciuti con lui Marco Giampaolo, Gian Piero Gasperini e soprattutto Massimiliano Allegri, più di un allievo, quasi un figlioccio. Certe frasi che salgono sulle sue labbra, le ha dette prima Galeone. Il suo ideologo. Tipo: «La mia idea è che bisogna adattarsi all’identità del luogo. Per dire, a Ferrara mi adorano e non ho vinto un tubo. Credo che si debba sempre considerare l’identità dei club dove si lavora. La Juve non è come il Milan».

Non per caso Galeone amava Liedholm, lo riteneva il numero uno, la sua radice. Guardavano il pallone allo stesso modo, con distanza, disincanto, il giusto peso. Due che non sono mai rimasti prigionieri della caverna di Platone. Sapevano che fuori c’era la vita, c’era il vino, c’era l’amicizia. Il risultato accade, le idee restano. Galeone apprezzava quelle di Corrado Orrico e di Enrico Catuzzi, «uno spettacolo, ma nessuno cita questo disgraziato che è pure morto». Ha vinto quattro volte il campionato di serie B, due volte a Pescara, una a Udine e Perugia. I suoi luoghi del cuore.

 | Alessandra Bocci sulla Gazzetta dice che lo hanno considerato a lungo un intellettuale, meglio uno chansonnier del calcio, eppure non si è mai dato arie tipo “ora vi spiego le cose”. Ridacchiava di chi si aggroviglia con i numeri e i sistemi di gioco senza mai risultare supponente. Punzecchiava, certo, con arguzia. Guardava indietro, ma era un uomo moderno. Aveva il calcio nelle ossa, quello passato, presente e anche futuro. Aveva sempre da nominare qualche giocatore che neppure i giornalisti più informati sapevano bene chi fosse. Era un esteta con i piedi per terra.

 |  Emanuele Gamba su Repubblica ha scritto stamattina che era irriverente, irregolare, scapigliato. Sigaretta in bocca e lingua sciolta, sciorinava con parole alte e voce dolce concetti controcorrente e spesso fastidiosi, che l’establishment ha sempre tollerato malvolentieri. Con il suo 4-3-3 ruppe gli schemi del conservatorismo tattico dell’epoca, ma le grandi non gli diedero mai un’occasione. Raccontò che una volta Moratti lo convocò per un colloquio, ma anziché domandargli quali idee avesse per l’Inter gli chiese dei rapporti con Moggi, che non erano buoni. Sono stati allora i suoi allievi a portare la sua eredità ai livelli più alti. Con Allegri, in particolare, ha sempre avuto un rapporto di confidenza, anche se Max non ha mai smesso di dargli del lei: capitò anche quando stava per sposarsi, venne assalito dai dubbi, mollò tutto e si rifugiò da Galeone in vacanza. Gli hanno dato del bevitore e del donnaiolo, lui se n’è sempre fregato, sapeva che era un modo per delegittimarlo, «come se fosse degradante per un uomo amare le donne e capire il vino e viceversa». Lo disse in una delle molte interviste all’amico Gianni Mura, che poi erano dialoghi sulla vita.

Al Fatto Quotidiano Galeone raccontò la loro relazione, disse che «usciamo e beviamo le nostre bottiglie di vino, poi scattano le gare mnemoniche, anche con altri; uno fortissimo era Giorgio Faletti, sapeva tutto. Ah, secondo Gianni non capisco nulla di portieri e Amarone».

 

archivi

Oi Dialogoi  –  Galeone e Mura

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➣   Il fallo tattico è un antidoto al talento.  «Tutte le innovazioni sono contro il talento. E le discussioni oziose: chi gioca a zona retrocede, chi gioca a uomo si salva. Può Baggio convivere con Del Piero? E Totti con Baggio? Al Real non si sono mai posti il problema, evidentemente. Eppure Zidane è una mezzapunta». 

➣   Da marcare a uomo?   «Ma quando mai. Zoff non doveva dimettersi per le critiche di Berlusconi dopo Francia-Italia». 

➣   Lei al suo posto cos’avrebbe fatto?   «Avrei cordialmente mandato affanculo Berlusconi».

➣   Smusso il concetto? «No. Se Berlusconi mi avesse chiamato in privato, gli avrei spiegato la mia decisione su Zidane. Se, come ha fatto con Zoff, mi avesse messo pubblicamente alla berlina, l’ avrei mandato affanculo. S’è accorto dei filoni sula panchina azzurra? C’è stato quello friulan-giuliano, Valcareggi, Memo Trevisan, Bearzot, Zoff, Maldini. Quello romagnolo, Vicini e Sacchi. E quello, tra Nazionale e Under, di personaggi targati Juve: Trapattoni, Zoff, Gentile, Tardelli, adesso Lippi. Chi allena la Nazionale lo decidono a Torino».

➣   Proposte, considerazioni, futuro, varie ed eventuali. «Bisogna tornare a insegnare calcio. Curare davvero i settori giovanili con buoni maestri ben pagati. Era il programma di Italo Allodi, che molti han fatto passare per cinico e baro, invece era una delle migliori teste del nostro calcio. Morto lui morto il progetto». 

➣   Tornerebbe ad allenare? «Fosse una cosa seria, sì. Ho smesso per nausea da brutto calcio ma c’è qualche segnale di schiarita, il ritorno alle mezze punte, Pirlo nel ruolo che fu di Desailly (complimenti a Carletto, grande mossa), Baggio che continua a fare gol. Se torno, è perché vorrei un’uscita allegra e vivace com’era stata l’entrata in A. L’esonero a Perugia l’ho vissuto come una pugnalata alle spalle, avevo una bella squadra e stavo andando bene. Non credo di meritare un finale in calando e vorrei un’occasione per uscire bene dalla scena. Tutto qui, ma senza farne un dramma». [17 gennaio 2004]

➣   Galeone, l’ultima volta che ci siamo sentiti per un’intervista aveva chiuso con questa frase: non credo di meritare un finale in calando e vorrei un’occasione per uscire bene dalla scena. «Ho detto proprio così? Era già una frase da vecchio. Ma lo pensavo e lo penso tuttora. L’ occasione ce l’ ho adesso, con l’ Udinese. Mi sta tornando la voglia. Che mi passa quando ho giocatori scarsi. A Udine sei o sette bravi ci sono». 

➣   Cos’ha fatto nel periodo di disoccupazione? «Ho cercato di non annoiarmi. Se era bello andavo a pescare, se era brutto stavo in casa a leggere o ad ascoltare buona musica». 

➣   Sento Jelly Roll Morton in sottofondo. «Esatto. Quanto ai libri, rileggo i classici. Dei contemporanei mi piace solo Erri De Luca». 

➣   E il pallone? «La noia del pallone. Sono andato a vedere molte partite di serie B, cioè alla mia altezza, perché pensavo che in A non mi avrebbe chiamato nessuno. Ed erano partite di una bruttezza terrificante. Quando allenavo in B c’erano squadroni: la Lazio, il Cagliari, il Bari, il Lecce di Barbas e Pasculli. Adesso, zero».

➣   Com’è allenare oggi? «Duro. Per i miei gusti, almeno. Con le rose così vaste, ogni volta c’è da spiegare a una quindicina di persone che non giocano per scelta tecnica, frase già ridicola in sé. Chiaro che è scelta tecnica, non antipatia personale o affari di tasca col procuratore o affari di cuore con la sorella dello stopper. Se devi dire a un ragazzino che sta fuori è un conto, se devi dirlo a Inzaghi o Del Piero un altro. Ad ogni modo, capisco che vada di moda l’allenatore-gestore di risorse. È un calcio più organizzato, con meno tempo libero ma anche meno scapigliatura, meno allegria. Perché Ronaldinho è diventato una specie di icona? Perché trasmette l’allegria del gioco, l’importanza e la bellezza della tecnica». 

➣   Perché l’abbiamo trascurata? «Perché bisogna insegnarla, e non c’è abbondanza di maestri. Hanno preso a scarseggiare alla fine degli anni ‘ 80, quando il muscolo ha sorpassato la destrezza. È più facile dire a un tuo giocatore di buttar giù l’avversario che insegnargli a impossessarsi regolarmente del pallone. Che era una mia specialità da giocatore, modestamente. Un mio allenatore diceva che avevo il radar. Cercavo di mettermi nella testa del giocatore avversario e di prevedere gli sviluppi del gioco. Non è vero che recuperano più palloni i giocatori che hanno il tackle più duro. Li recupera la squadra organizzata che spinge l’altra in un vicolo cieco, azzerandole gli sbocchi con un movimento collettivo. Io non so dire se sono un buon allenatore e a questo punto nemmeno ha molta importanza. Però so di essere un ottimo insegnante di calcio e so di non aver mai chiesto, mai nella vita, a un mio giocatore di fare fallo tattico. Di questo sono piuttosto fiero. Il calcio è musica, ci vuole orecchio». [13 aprile 2006]

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