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L’ultimo scroll
Sotto le luci del Monday Night Football, sulla palla che viaggiava verso la end zone come un oggetto impazzito, dal mucchio di giocatori dei Cowboys, i 128 chili di Marshawn Kneeland sbucarono inattesi per un tuffo che avrebbe trasformato quell’azione in un touchdown. “Il compimento di una vita passata a correre più veloce delle circostanze, delle perdite, del dubbio” come racconta Nicholas Bogel-Burroughs su The Athletic.
Quel touchdown del 3 novembre era il primo della sua carriera. Sarebbe stato anche l’ultimo. . La mattina dopo, ancora elettrico per l’azione, Kneeland aveva scritto al suo ex coach universitario Lou Esposito: sarebbe tornato in Michigan, aveva «buone notizie» da dargli. Due notti dopo era morto, per un inseguimento della polizia, un incidente e un colpo d’arma da fuoco autoinflitto. Le domande — perché fuggire? perché una pistola in auto? — sono rimaste sospese, le autorità hanno diffuso pochi dettagli. Le comunicazioni della polizia registrano il direttore della sicurezza dei Cowboys che parla di messaggi inquieti, quasi un addio, e la frase:: «Non posso andare in prigione».
Un epilogo brusco, devastante, per un uomo che sembrava aver raggiunto i propri sogni: un contratto milionario, un cerchio di amici fidati, una compagna incinta del primo figlio. «Era molto entusiasta dei miglioramenti», ricorda Brandon Kimble, il suo coach al liceo. Solo un mese prima pregavano insieme, lui e la compagna Catalina Mancera, nella cucina della loro casa a nord di Dallas.
Il campo di Godwin Heights High School — quello dove Marshawn correva quando andava a scuola a piedi nel suo quartiere — è un rettangolo d’erba incastrato tra una pista, un torrente, una ferrovia e case silenziose. La sorella, Yahmya, ricorda qui per The Athletic certe giornate piene di risate, musica e disegni. Kneeland aveva una sola idea in testa: la NFL. Gli insegnanti insistevano per un piano B, lui no. Cresciuto tra la madre Wendy, una impiegata UPS, e i nonni paterni, con un padre spesso in carcere, portava su un braccio il tatuaggio con la scritta My sister’s protector. Sulla pelle di lei, la risposta: My brother’s keeper.
Godwin Heights era una scuola famosa per il basket, non per il football. Nessuno aveva mai ottenuto una borsa di studio in Division I venendo da lì. Poi arrivò la stagione 2018, il suo ultimo anno: difensore, tight end, un leader silenzioso. All’inizio un vero disastro. Poi una partita a 100 miglia da casa: sotto 21-0, Kneeland chiese di essere spostato al centro della linea difensiva. «Non credo abbiano guadagnato più di 15 yard nel secondo tempo», dice Kimble. Rimonta da 28 punti, vittoria, e poi quattro successi di fila con la qualificazione per playoff.
Lou Esposito, allora a Western Michigan, lo aveva seguito anche d’inverno. Era fatta: sarebbe diventato un giocatore da Division I. A Kalamazoo, un mezzo a tanti silenzi, Kneeland era capace di scoppiare all’improvviso in un discorso acceso su anime e videogame. In certe occasioni sorprendeva per quanto tenesse tutto dentro – scrive ancora The Athletic. La sua etica del lavoro è diventata una specie di leggenda interna. «Andava sempre così forte», dice Esposito. Anche la sua dolcezza era nota: quando il coach soffriva per la morte del padre, Kneeland lo consolò dicendo: «Nessuno può portarti via i ricordi». E quelle stesse parole gli furono restituite quando nel febbraio 2024 morì la madre di Marshawn per un’overdose. Era in Florida. L’agente Jon Perzley gli spiegò che nessuna squadra gli avrebbe contestato un’assenza. Giocò. Disse che sua madre si sarebbe arrabbiata se avesse rinunciato. Il risultato fu un’esibizione straordinaria che lo portò dritto nel mirino dei Cowboys. Tornò a casa per il funerale: e «la sua morte mi ha distrutto» disse in chiesa. In aprile, seduto in Michigan tra famiglia e amici, ascoltò il suo nome al Draft. Sua sorella chiamò dalla Corea del Sud, dov’era in servizio con l’esercito.
A Dallas, insomma, Kneeland aveva trovato una dimensione: il lavoro, il futuro, l’idea di restare uno dei Cowboy per tutta la carriera. Parlava con Catalina Mancera del dopo: un matrimonio, i figli, una casa. I segni di un uomo diventato adulto. A settembre il primo sack. A novembre il primo touchdown. E poi quella notte. L’inseguimento della polizia. La pistola. La fine. I Cowboys erano in pausa di campionato: un compagno ha postato l’immagine dei fiori lasciati nel suo armadietto. Nella notte scorsa la squadra ha giocato e vinto la prima partita senza di lui: 33-16 sui Raiders.
Gli amici e la famiglia non vogliono parlare della sua morte, né dei pensieri che potrebbe aver avuto. Troppo presto, troppo doloroso. Yahmya passa del tempo con Catalina Mancera, cercando di capire come le persone trovano la forza per sopravvivere a certi dispetti che fa la vita. Come continua a vivere chi resta. Dopo la morte della madre, Kneeland portava una capsula con un po’ delle sue ceneri al collo. La figlia di cinque anni di Yahmya lo chiamava Uncle Buddy. Adesso, dice sua sorella, il fratello vivrà nel figlio che sta arrivando. Esposito, invece, continua a pensare a quel messaggio: aveva buone notizie. Si riferiva al fatto che sarebbe diventato padre? O a qualcos’altro? Tutto questo, dice il coach a The Athletic, è brutale.