Dieci anni senza Jonah Lomu

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La Macchina del tempo 

 

 

  Era appena tornato da una vacanza a Dubai con la famiglia, la moglie Nadene Quirk e i due figli piccoli. Aveva 40 anni e aveva cambiato il rugby con i suoi 120 chili, con la sua capacità di correre i 100 metri in meno di 11’’. Domenico Calcagno sul Corriere scrisse che era stato il prototipo di un giocatore non previsto. Grande, forte e veloce. Massimo Calandri su Repubblica disse che era un mostro di velocità e forza fisica, un fenomeno della natura, uno che avrebbe dominato in qualsiasi disciplina: la Nfl offrì un tesoro per convincerlo a passare al football, niente da fare. Stefano Semeraro su La Stampa raccontò che quando era nato, Jonah pesava sei chili, papà Senisi e mamma Hepi si erano trasferiti da Tonga a Mangere, il quartiere malfamato di Auckland dove da ragazzino Jonah, che si chiamava ancora Siona, vede morire lo zio decapitato da un machete.

Claudio Gregori sulla Gazzetta dello sport lo salutò con le parole usate da Brera per Coppi: Gli eroi autentici vanno per tempo rapiti in cielo. Era l’eroe del rugby, come Coppi lo è stato della bicicletta. Tutti e due si sono rivelati a vent’anni. Lomu non si poteva fermare. Nel bestiario di un gioco, che esalta la tecnica, l’intelligenza, la velocità e la forza, era il Rugbyraptor. Un animale nuovo. Micidiale e stupendo. Coppi è stato fulminato dalla malaria, Lomu, invece, è stato lavorato per 12 anni dal male. Ha la grandezza del dolore. Per questo la sua uscita di scena non è un sprofondamento. È un’ascensione al cielo.

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