L’ultima partita con arbitri umani
Quando stanotte l’arbitro di casa base chiamerà il primo lancio di Gara-7 delle World Series, bisognerà goderselo, anzi assaporarlo, scrive Jane Leavy sul New York Times. Sarà l’ultima volta che una squadra campione verrà decisa interamente da esseri umani. Dal 2026 nel baseball entrerà in scena il giudizio delle macchine: il sistema A.B.S., l’Automated Ball-Strike, permetterà alle squadre di contestare le chiamate e affidare la verità finale a un computer.
È il progresso, si dice. Ma Leavy — che nel suo libro Make Me Commissioner racconta cosa non va nel baseball e come rimetterlo in sesto — la pensa diversamente: “Il baseball è un gioco di errori, di sfortune, di rimbalzi cattivi e di capricci meteorologici”. È proprio l’imperfezione, spiega, a renderlo perfetto, con un argomento così incredibilmente vicino a quelli adoperati in Italia per contrastare l’introduzione della VAR. La tesi è che in uno sport dove anche i migliori falliscono due volte su tre, pretendere l’infallibilità degli arbitri significa snaturarne l’essenza.
“Il robot-ump è il tentativo del gioco di eliminare le deviazioni dalla norma, di azzerare le sbavature nella zona di strike. Ma ciò che il baseball celebra è l’eccezione”. Come la corsa all’indietro di Willie Mays per rincorrere la palla nei recessi del Polo Grounds, o la torsione improvvisa di Derek Jeter in Oakland, quando intercettò un tiro da destra e lo rimandò al piatto con un colpo di polso, in ganna in ganna.
Non è solo l’arte a incantarci, ma anche l’errore: una mente che cede, un braccio che tradisce. Morgan Sword, vicepresidente operativo della MLB, ha ammesso che i giocatori stessi hanno reagito male all’idea di un’arbitraggio automatizzato. Non sorprende Leavy: «Viviamo nell’epoca della glorificazione della spiegazione per tutto», dice Sword con malinconia. Ma il baseball sfugge alla spiegazione totale. Certe sere è ancora infestato dai moscerini o da un sasso che si trova su un diamante. “Il controllo è un’illusione”, ripetono i giocatori. Joe Torre, ex manager degli Yankees, l’ha detto nel modo più semplice: «Il nostro gioco è imprevedibile — e per buona parte. L’imprevisto accade».
Il sistema A.B.S. è in prova dal 2019, e il suo arrivo era inevitabile. La logica è quella che ci impaurisce per altre e più importanti questioni. “Se costruisci qualcosa, qualcuno la userà”. All’inizio sarà limitato a due chiamate per squadra, ma l’idea di un futuro senza umani dietro il piatto inquieta Leavy. L’ha fatto il tennis con i giudici di linea. La zona del computer sarà fissata in percentuali del corpo del battitore — 53,5 per cento dell’altezza per il limite superiore, 27 per cento per quello inferiore — l’algoritmo non tiene conto di come un giocatore si piega, si alza, cambia posizione. Questa è la preoccupazione di Leavy, ma come si sa gli algoritmi sono scritti dagli esseri umani e si possono cambiare.
Anette Hosoi, ingegnere al MIT Sports Lab, dice che “la capacità di adattarsi alla non uniformità è ciò che distingue i grandi giocatori. I robo-arbitri non sono più perfetti: sono solo più accurati. Se fossimo perfetti sempre, il gioco diventerebbe noioso”. E poi c’è Jim Joyce, l’arbitro che nel 2010 rovinò il perfect game di Armando Galarraga. «La MIA chiamata fu sbagliata» ammette. Quando se ne accorse, Joyce pianse e Galarraga lo perdonò. Da quell’errore nacque un piccolo miracolo di grazia. I due hanno scritto un libro insieme. Si intitola Nobody’s Perfect.