
Qualsiasi tifoso del Manchester United di una certa età sa cos’è il 26 maggio 1999. È la notte in cui i gol di Teddy Sheringham e Ole Gunnar Solskjær completarono nei minuti di recupero la rimonta sul Bayern Monaco nella finale di Champions League al Camp Nou di Barcellona. “È stata la notte in cui la vita di un tifoso dello United in Bulgaria cambiò per sempre”, racconta Nick Ames per il Guardian.
Marin Zdravkov Levidzhov veniva da Svishtov, cittadina sul Danubio di ventiduemila abitanti. Cresciuto nella Bulgaria comunista, adorava il calcio e coltivava un sogno bizzarro: cambiare il proprio nome in Manchester United. Ma come ricorda Ames “reclamare il nome di un club dell’Occidente capitalista era una missione impossibile”. Se Marin ci avesse provato prima della caduta del regime, probabilmente sarebbe finito in prigione.
Dieci anni dopo la fine del comunismo, in quella sera dell’ultima primavera del Novecento, il sogno cominciò a prendere forma. Marin guardava la finale da casa sua, con lo United in svantaggio, e fece una promessa a se stesso: se la squadra fosse riuscita a ribaltare la partita, avrebbe fatto di tutto per cambiare nome. Accadde l’impossibile.
Il giorno dopo si presentò da un avvocato. Aveva 36 anni, viveva con la madre e lavorava saltuariamente come operaio edile per quindici sterline al giorno. Ma da quel momento il sogno divenne un’ossessione. La sua storia cominciò a circolare per la città, poi nel Paese, infine nel mondo intero. Davanti a lui si spalancarono quindici anni di cause, carte bollate e sentenze deludenti.
La prima risposta dei giudici fu un rifiuto: per motivi di copyright non poteva. Il marchio era registrato a livello mondiale. Poi una decisione parziale: Marin poteva chiamarsi Manchester, ma non poteva usare United come cognome. La sua risposta, riportata dal Guardian, è rimasta celebre: «Non voglio chiamarmi come una città inglese. Voglio portare il nome del mio club».
Nel frattempo, Marin viveva una quotidianità stramba e tenera, circondato da decine di gatti che amava quanto lo United. Tutti avevano i nomi dei giocatori della squadra — da Rio a Rooney, il preferito era un micetto di nome Beckham.
Dopo anni di udienze, ottenne una piccola vittoria: riuscì ad aggiungere United come soprannome ufficiale sulla carta d’identità. Non gli bastò. «Non mi fermerò finché il mio nome completo non sarà Manchester United». Quando alcuni marchi gli proposero nel frattempo di sfruttare commercialmente la sua nuova identità, rifiutò. Quel nome era sacro.
Nel 2011 un documentario ha raccontato la sua storia, la troupe gli regalò il viaggio della vita: la visita a Old Trafford, dove incontrò Dimitar Berbatov, all’epoca centravanti del Manchester United, orgoglio bulgaro. Tre anni più tardi, ormai esasperato dalle sentenze, Marin si tatuò lo stemma del club sulla fronte, «come protesta contro le decisioni dei tribunali». Perse il lavoro, sua madre morì di Covid, lui cercò un’ultima via. Nato cattolico, si fece battezzare in una chiesa ortodossa con il nome Manchester United Zdravkov Levidzhov. «Almeno Dio mi conoscerà con il mio vero nome». È morto lunedì.