Ariarne Titmus, la vita ricomincia a 25 anni

  

Addio è breve e finale, una parola dai denti aguzzi: mordono la corda che lega il passato al futuro.

John Ernst Steinbeck, La valle dell’Eden

  

Il ritiro della nuotatrice australiana

È la stessa età in cui Bjorn Borg sentì il sapore ferroso della nausea e Ashleigh Barty l’insofferenza di una vita piena di doveri. Agli stessi 25 anni se ne va pure Ariarne Titmus, una delle migliori nuotatrici al mondo dell’ultimo periodo. La sua ultima partecipazione alle Olimpiadi di Parigi 2024 le ha portato l’oro nei 200 stile libero, l’argento nei 400 e negli 800, la vittoria con il record olimpico nella staffetta 4×200 stile libero. Se ne va da detentrice di quel record mondiale che era stato di Federica Pellegrini [1:52.23 sui 200 ai Trials 2024] e se ne va alla maniera delle stelle contemporanee, con un video su Instagram nel quale racconta di come ha affrontato alcuni problemi di salute e di come ha trascorso la sua carriera facendo «tutto o niente». Ha raccontato di essersi sempre data degli obiettivi anche al di fuori del nuoto e di come la pausa presa dopo Parigi le abbia fatto scoprire che non c’era nessun motivo per tornare, si sta tanto bene fuori dall’acqua. 

Pochi mesi prima dell’Olimpiade in Francia aveva scoperto un tumore alle ovaie. «L’ho scoperto casualmente. Ho fatto degli esami per un infortunio all’anca e facendo un’ecografia pelvica totale i medici hanno individuato questo tumore nelle mie ovaie. Non sapevano quanto grande fosse, ma io sapevo che uno dei più grandi obiettivo della mia vita era quello di diventare, un giorno, madre. Amo il mio sport e amo vincere, ma sono altrettanto convinta che non ci sia niente nella vita grande quanto diventare madre e avere una famiglia. Ho voluto subito sapere tutto, abbiamo fatto diversi test. Per fortuna era un tumore benigno, ma di quasi 9 centimetri di diametro».

 

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«Per la salute delle ovaie – queste sue parole sono su Vanity Fair – la cosa migliore era toglierlo e questo mi ha messa davanti alla mia più grande paura. Dovevo decidere. Poteva restare lì, ma poteva mettere a rischio la mia salute riproduttiva. La mia carriera sportiva doveva venire prima? E se lasciare lì il tumore avesse reso più complicato per me diventare madre? Non ho mai avuto il dubbio su cosa fare. Mi sono operata e ho detto che avrei pensato dopo al nuoto. Ho pensato alla mia salute come persona, ho dato tempo al mio corpo di recuperare. Sono tornata ad allenarmi come prima dopo tre mesi ed è un periodo lunghissimo quando manca poco alle Olimpiadi. Ho fatto affidamento sugli anni di allenamento precedenti e ho avuto fiducia in me stessa. Ne sono uscita una persona migliore. Pensavo che tutto accade per una ragione. Accadono cose nella vita per metterti alla prova. Quello che mi è successo ha tirato fuori la mia parte di lottatrice. Delle volte devi cadere e sono molto orgogliosa di come ho fatto le Olimpiadi di Parigi».

Nella didascalia al video sul suo profilo Instagram ieri intorno alla mezzanotte italiana ha scritto: Cara Ariarne di sette anni, oggi ti ritiri dal nuoto agonistico… I sogni che avevi… si sono avverati, e l’occhio cade su quelle righe mentre lei parla del suo primo oro olimpico alle Olimpiadi del 2020 nei 400 stile libero, quando batté la detentrice del record mondiale Katie Ledecky da sfavorita. 

In una intervista di qualche tempo fa al sito delle Olimpiadi, aveva raccontato di motivarsi con la forza del dialogo interno e della musica. A giugno aveva detto che Los Angeles 2028 sarebbe stato il capolinea della sua carriera. Non ce l’ha fatta. Troppo lontano.

«La mia vita ricomincia a 25 anni» è la frase che racconta un sollievo. Non esiste una sensazione migliore. Ha detto che vuole restituire qualcosa alle atlete più giovani di questo sport, le ragazze che potrebbero non avere le risorse migliori, e ha aggiunto che le sono piaciute quelle esperienze di trasmissione del sapere che ha avuto: potrebbe essere una strada potenziale per il suo futuro.

È un’altra lezione, un’altra dimostrazione che arriva da questa nuova generazione di campionesse e di campioni, capaci di un senso dell’agonismo diverso da quello che abbiamo conosciuto noi novecenteschi, scherzano con gli avversari, pensano di essere prima di tutto compagni di viaggio e dopo avversari. Rigettano l’idea che lo sport debba essere ossessione e veleno. Per cose più serie ma in fondo affini, Michela Marzano li ha descritti su Repubblica come stanchi di un mondo che misura tutto in termini di performance e di successo. Loro hanno compreso, prima di noi, che la competizione non è libertà, che la forza non è potere, che la rassegnazione non è saggezza. Hanno visto dove ci ha portato la corsa al primato, la logica del merito, la violenza travestita da ragione. E allora hanno deciso di rimettere al centro l’umano: le relazioni, la lentezza, la fragilità. Il loro rifiuto non è disimpegno, ma una forma diversa di responsabilità. Perché quello che chiedono, in fondo, non è un mondo perfetto ma abitabile“.

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