La Francia mi ha dato il suo cuore; il minimo che io possa fare è di darle la vita [Joséphine Baker]
Il percorso del 2026
Le luci che si abbassano, le immagini che scorrono, i brividi che salgono. A Parigi, al Palais des Congrès, il rito di fine stagione del ciclismo francese è cominciato come sempre, con quel piccolo film che ci dice quale estate avremo, il luglio che verrà, il velo che si solleva sul percorso del Tour, il sinonimo della bella stagione. È “un piccolo lume che si porta con sé per attraversare l’inverno” dice l’immaginifico Roos. E dunque questo nuovo Tour, da Barcellona a Parigi, promette di proteggere “la fiamma vacillante dell’incertezza”. Così ci piace credere oggi, nove mesi prima della partenza dalla Catalogna, un Tour che come l’’America nasce il 4 luglio e che dall’America avrà la concorrenza dei Mondiali di calcio per 15 giorni, fino al 19.
Un percorso di salite sopportabili, costruito per tenere tutto aperto fino all’ultima vigilia, fino alla tappa che passa per la Croix de Fer, il Télégraphe, il Galibier e l’Alpe d’Huez dal versante di Sarenne, 5.600 metri di dislivello, il punto dove tutto dovrà esplodere. Al terzultimo giorno Ma tra le righe di Roos si legge l’altra preoccupazione: “impedire a Tadej Pogacar di far saltare la concorrenza troppo presto”.
Il Tour e Pogacar si inseguono, si studiano, si sfiorano da cinque anni. Lui è a una sola vittoria dal club sacro di Merckx, Anquetil, Hinault e Indurain. È la figura centrale di un equilibrio fragile. Christian Prudhomme e i suoi hanno dovuto disegnare un racconto che non gli spiani la strada ma che ne celebri il mito, “tra la preoccupazione di limitare la supremazia del campione del mondo e la costruzione di teatri all’altezza della sua storia”. Ecco perché l’Alpe d’Huez raddoppia, torna due volte, prima come un palcoscenico offerto e poi come una prova da superare.
Roos dice che in tutto questo c’è una tensione amorosa, una danza esitante tra il più grande corridore del tempo e la corsa che lo consuma. Il Tour è per Pogacar un obbligo, un passaggio imposto sia dal destino sia dal contratto, “una romanza logora” che non finisce mai, la sua gloria passa da lì. Eppure L’Equipe adesso riconosce in lui una dna da corridore d’un giorno, nato per le classiche, per le scintille e non per le lunghe attese. Le tre settimane gli spengono il divertimento, come s’è intuito un anno fa, “un formato che lo annoia, un anacronismo, “come costringerlo a leggere i Fratelli Karamazov quando un algoritmo può riassumergli tutto in due paragrafi”.
Sarà difficile impedirgli di prendere la maglia gialla subito: la cronometro a squadre d’apertura, dura nel finale e con i tempi presi individualmente, o la rampa del Montjuïc il giorno dopo fanno al caso suo. Poi il ritmo salirà piano piano, attraversando cinque massicci — Pirenei, Massiccio Centrale, Vosgi, Alpi e Giura — con tappe-petardi, dice Roos, che promettono delle imboscate senza trincee. Foix-Carcassonne, la Corrèze, il Lioran sono medie montagne che diventano “un laboratorio di sorprese”.
Più avanti avremo la lunga salita verso Solaison e la doppia Alpe con i suoi 21 tornanti storici, e poi il versante di Sarenne, quarant’anni dopo averlo scalato con Hinault e LeMond. Fino alla tappa di Parigi, con il ritorno a Montmartre, “il finale sospeso tra nostalgia e rivalsa”. Pogacar, staccato da Van Aert l’estate scorsa, dovrà passare di nuovo di là, prima di chiudere il suo penta-trionfo agli Champs-Élysées
“Il piano è scritto dice Roos – e à attende di essere smentito. Ci resta tutto l’inverno per immaginare come”.
Dove attaccarlo
Thierry Gouvenou, direttore tecnico del Tour, dice che se mai Pogacar dovesse cadere, il colpo potrebbe arrivare proprio sull’Alpe d’Huez: «L’unico momento in cui potrebbe andare in difficoltà è nella penultima tappa, con la serie di lunghi colli d’alta quota. Con il Sarenne, ruvido e poco scorrevole, un giorno storto può costare minuti. Lo abbiamo già visto cedere sul Granon o sulla Loze. Ma le speranze sono minime».
L’organizzazione ha evitato che la corsa potesse dirsi chiusa già dopo i Pirenei — «forse abbiamo alzato un po’ il piede nella prima settimana, potevamo essere più furbi». Bernard Thévenet, due volte vincitore del Tour, ricorda che si può perdere ovunque, anche per un piccolo imprevisto, ma aggiunge: «Sul tracciato non ci sono molti punti per metterlo in difficoltà. Ha una squadra esperta, resta per l’80% favorito. Non vedo nessuno capace di staccarlo né a cronometro né in salita».
La Visma–Lease a Bike di Richard Plugge punta sull’usura: «L’ultima settimana è molto dura, ci sarà fatica. È un’ottima cosa per noi». Thor Hushovd, alla guida di Uno-X Mobility, ammette che il Tour è durissimo: «Tante tappe corte, molte accelerazioni, ritmi alti. Per noi può essere interessante, molto più che i colli di venti chilometri con Pogacar davanti».
È buffa questa circostanza. Mentre gli organizzatori di tennis sono sospettati di far tutto per favorire la corsa dei più forti e avere sempre una finale Sinner-Alcaraz, il ciclismo sta cominciando a studiare come mettere i chiodi fra le ruote del Cannibalino. In questa irrituale partite, Gouvenou pensa che «attaccherà già sul col du Haag, ma soprattutto a Solaison. E poi vedremo come gestirà la doppia Alpe d’Huez. Al momento, contro di lui non si può fare nulla».
La salita inedita
Per la prima volta nella sua storia, il Tour de France avrà nel 2026 l’arrivo inedito al Plateau de Solaison, in Alta Savoia, alla fine di una salita lunga e ripida. In ottobre, L’Équipe ha seguito la ricognizione ufficiale del finale della 15ª tappa in un luogo silenzioso e dominato dalla natura, un parcheggio tranquillo per camminatori che sarà invaso dai camion e dalle transenne della carovana. «Volevamo un arrivo al Plateau de Solaison per valorizzare salite storiche, che possano ancora far sognare», ha spiegato Christian Prudhomme, direttore del Tour.
La salita misura 11,3 km all’8–9% di pendenza media, stretta e faticosa: il gruppo dei favoriti si allungherà presto in fila indiana. In cima, la piccola cappella di Sainte-Marie, ricostruita dopo un incendio nel 2020 e riaperta nel luglio 2025, sarà il primo rifugio per chi arriverà dopo 184 chilometri e quasi 4.000 metri di dislivello. Il percorso partirà da Champagnole (Giura) e arriverà in Alta Savoia passando per il col du Salève (4,2 km all’11,2%). «È un versante molto più duro, estremamente ripido», spiega Thierry Gouvenou. «Siamo in cima a 50 km dal traguardo. È una rampa di lancio, ma dopo quindici giorni di corsa possono esserci cedimenti. Un leader che fosser rimasto da solo potrebbe pagarlo caro».
Il Plateau de Solaison non è però sconosciuto al ciclismo: vi sono già arrivati il Tour de l’Avenir 2014 e il Delfinato due volte [2017 e 2022]. Nel 2017 vinse Jakob Fuglsang, nel 2022 Jonas Vingegaard precedette Roglic. Lo stesso Roglic aveva scherzato quel giorno: «Vedrei bene il Solaison al Tour, ma non prima della mia pensione». Martial Saddier, presidente del consiglio dipartimentale dell’Alta Savoia, racconta che «è una salita terribile, senza respiro, ma magnifica. Speriamo che il Tour si giochi qui». Il dipartimento è molto attivo nella promozione del ciclismo. Ospiterà i Mondiali del 2027 [strada, pista e MTB] intorno a Sallanches.
Alla fine della ricognizione, davanti alla cappella, Prudhomme e il suo staff condivisero beignets di patate, formaggio, charcuterie e un bicchiere di génépi. Ma la calma del sole d’autunno, dice L’Equipe, diventerà tumulto.