L’occhio del ciclismo: addio a Cor Vos, il fotografo dei dettagli in corsa

 

     

L’occhio del ciclismo

Per mezzo secolo ha trasformato il ciclismo in immagini da ricordare. Cor Vos nos non è stato soltanto un testimone delle corse, un fotografo di braccia alzate e schiene ritorte, col tempo era diventato un custode della memoria in bicicletta. Scattava come i campioni, loro con le gambe, lui col dito. Insieme hanno fissato cadute, attimi di leggerezza, gesti eroici nel cuore del gruppo. Come dice Ride Magazine, il suo nome è da sempre sinonimo di fotografia e ciclismo.

La sua carriera iniziò quasi per caso, come spesso accade. Era un ex corridore di criterium e di piccole gare, nel 1968 subì un trauma cranico durante una corsa, fine della carriera agonistica. «Non avevo mai preso una macchina fotografica in mano» raccontava «ma un giorno ne comprai una russa e iniziai a provare. Tutto da autodidatta. Mi sono anche insegnato da solo a sviluppare le foto sul posto» 

Nel 1975 partecipò al primo Tour de France come fotografo, senza moto, relegato ai margini. L’anno successivo, dopo aver convinto la direzione della corsa, fu finalmente la moto numero sette. Da allora la sua vita è stata un inseguimento perpetuo al gruppo: pochi metri dietro o di lato, spesso dentro episodi che ha fatto diventare epici. La bidonata di Laurent Fignon, infuriato con i fotografi. La caduta di Jesper Skibby sul Koppenberg travolto dalla giuria. I capelli di Gert-Jan Theunisse che volano in discesa a novanta all’ora [qui]. «Non è la nitidezza che conta – diceva Vos – è il momento che parla da solo». Lo diceva e lo mostrava.  

Il suo talento era accompagnato da una cura meticolosa della professione. Insieme alla moglie Carla gestiva un’agenzia con collaboratori in tutto il mondo. Da dietro un computer a Hoogvliet, aggiornava quotidianamente il suo archivio sterminato. Persino quando non c’erano corse, passava le ore a digitalizzare e catalogare decenni di pellicole. «I soldi non mi interessano, non mi importa diventare l’uomo più ricco del cimitero, ma la responsabilità verso i miei ragazzi sì».  

Cor Vos è morto all’età di 77 anni. Era diventato un direttore d’orchestra. Sapeva quando scattare e quando fermarsi, rispettando il corridore e la scena. «Se un corridore fa pipì, non scattiamo. È una regola non scritta». Ma se Hennie Kuiper forava a Roubaix mentre era in testa, quello era storia su cui avventarsi. O come quella volta in cui Joop Zoetemelk vinse il mondiale del 1985: tra fotografi stipati, in uno spazio improvvisato in una palestra, Vos sviluppò l’immagine in tempo reale.

La sua vita è fatta di episodi indimenticabili. L’amicizia con Gerrie Knetemann, di cui fotografò la nascita della figlia; le burle di Kuiper e Van Vliet, con il casco riempito di vlaai; i dispetti e la rabbia dei corridori come Fignon [qui] o Jan Raas che prende a pugni uno spettatore sul Koppenberg [qui]. Robert Millar che si ferma davanti a un carretto di gelati alla Gand-Wevelgem [qui]. Raymond Poulidor furioso perché non arriva l’ammiraglia per il cambio gomma [qui]. Il segreto della sua grandezza, – ha scritto Wielerflits – era il occhio unico, letteralmente, visto che era cieco da un occhio fin dalla nascita

«Nella terra di ciechi, l’orbo è re» scherzava dall’alto della sua maniacale attenzione al dettaglio, alla pazienza di aspettare l’attimo senza disturbare i corridori. 

Oggi, sfogliando il suo sterminato archivio – scrive il giornale olandese – si ha la sensazione che ogni corsa di quegli anni abbia avuto due voci: quella dei corridori e quella dello sguardo di Cor Vos. Il suo occhio non tornerà più, ma ha regalato al ciclismo l’eternità della memoria visiva.

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