L’allenatore segnato dalla tragedia di Hillsborough

Lo chiamavano Kenny venuto dal cielo perché così sembrava, un misterioso dono piovuto dall’alto. Un ragazzo dai piedi d’oro e dal sorriso d’oro, cresciuto in un isolato di Glasgow e capace di giocare a calcio meglio di quasi chiunque altro su tutta l’isola della Gran Bretagna. Un cervello, un cannoniere, un supereroe. È con questo giovane Kenny al centro della scena che si apre il nuovo documentario di Asif Kapadia dedicato a un protagonista dello sport, dopo quelli su Senna e Maradona. Kenny Dalglsh si apre su un ragazzino e si chiude su un uomo di mezza età che ha perso la luce dagli occhi, un uomo che fissa il pavimento di una conferenza stampa nel febbraio 1991, quella in cui sconvolse lo sport dimettendosi da allenatore del Liverpool.
«È stato emozionante» racconta a Jonathan Northcroft del Times. «Quindi preparate i fazzoletti». Tipico Dalglish. Secco, schivo, autoironico. All’età di 74 anni il carattere inconfondibile non è cambiato. Accanto a lui, sul tavolino dell’hotel in cui il Times lo ha incontrato, ci sono una lattina di Irn-Bru e una barretta Dairy Milk. Dalglish aveva 38 anni e face il giocatore-allenatore del Liverpool nei giorni della tragedia di Hillsborough, semifinale di FA Cup contro il Nottingham Forest nell’aprile 1989, Dalglish affrontò la morte di 97 tifosi, visitando gli ospedali, partecipando ai funerali e diventando un punto di riferimento nella lunga battaglia per avere giustizia. Le dimissioni, ventidue mesi dopo, furono la conseguenza di un accumulo di stress. Dopo un 4-4 con l’Everton, «mi sono detto subito, ecco, adesso hai finito» racconta con il volto appoggiato alla panchina di Goodison Park. «Non credo di essere mai tornato normale» dice.
La narrazione del film ripercorre la sua carriera tra immagini d’archivio, con la voce di Kenny e di sua moglie Marina a commentare. Dal Celtic, dove impressionò Jock Stein negli under-15, fino al trasferimento record al Liverpool, «Non dovevo sostituire Kevin Keegan. Dovevo solo essere me stesso» racconta. Dalglish segna 179 gol, 186 assist, vince sei campionati e tre Coppe dei Campioni, eppure resta incredibilmente il ragazzo cresciuto nella Glasgow operaia.
Il film mostra la magia in campo: il sinistro, il destro, gol ovunque, passaggi che altri non avrebbero visto o eseguito, relazioni telepatiche con Souness e Rush, l’invenzione di uno dei primi falsi nove. Studia i portieri avversari, osserva le ombre dei difensori, segna un gol decisivo in finale di Coppa dei Campioni 1978 con un pallonetto. George Best lo definisce, insieme a Di Stéfano, uno che sta «tre o quattro mosse avanti a tutti».
E poi arriva Hillsborough, la sequenza più dura del film: i figli Paul e Kelly che attraversano Leppings Lane mentre i corpi vengono portati via su barelle improvvisate. Dalglish che guida, incapace di sapere se i propri familiari siano al sicuro. Northcroft scrive che Dalglish è un uomo che non ha mai perso la sua umanità.Lui ringrazia per questo Marina, dice che lo deve a lei, la chiama «le migliori cinque sterline che abbia mai speso nella mia vita: per il certificato di matrimonio». Il film sarà nei cinema del Regno Unito e Irlanda il 29 e 30 ottobre, su Amazon Prime Video dal 4 novembre.