Kanchha Sherpa, l’ultimo superstite della conquista dell’Everest
Era l’ultimo superstite della spedizione che nel 1953 portò per la prima volta l’umanità sulla cima dell’Everest. Kanchha Sherpa, celebre tra gli alpinisti di tutto il mondo, è morto giovedì scorso, lasciando in eredità la sua lezione coraggiosa. Una storia cominciata da adolescente, quando scappò verso le montagne di Darjeeling dal villaggio di Namche Bazar, oggi tappa obbligata per chi si dirige al campo base dell’Everest. A 19 anni incontrò Tenzing Norgay, che gli offrì un lavoro come tuttofare nelle spedizioni himalayane. Poco dopo, Kanchha lo seguì in Nepal, entrando a far parte della spedizione guidata dal neozelandese Edmund Hillary. Senza alcun addestramento alpinistico, raggiunse quota ottomila metri, trasportando tende, cibo e materiali sulle pendici della montagna più alta del mondo.
«Ero l’uomo più felice quando Tenzing e Hillary raggiunsero la cima» raccontava due anni fa alla AFP, come riferito dal nipote Tenzing Chogyal Sherpa. Con abiti troppo grandi e carichi pesanti, i sherpa cantavano mentre scalavano le ripide pareti. «Tenzing e Hillary ci hanno aperto gli occhi e hanno reso possibile lo sviluppo», ricordava Kanchha nel 2019 a YOHO TV. «La vita era durissima prima di loro. Non c’era alcun modo di guadagnarsi da vivere».
Nel tempo, Kanchha Sherpa ha assistito alla trasformazione della regione: il turismo dell’Everest è oggi un’industria che muove milioni di dollari, ma un terzo dei morti in montagna è ancora costituito da sherpa nepalesi, testimoni silenziosi di un lavoro pericoloso e indispensabile. Secondo il Guardian, Kanchha ha partecipato a oltre vent’anni di spedizioni prima che la moglie gli chiedesse di fermarsi, preoccupata per i rischi. L’ex alpinista si è dedicato allora all’istruzione dei bambini sherpa, convinto che l’educazione fosse la ricchezza più grande della regione: «Ora possono studiare e diventare ciò che vogliono: medici, ingegneri o scienziati, come mio nipote» spiegava. Ha creato una fondazione per aiutare le famiglie che non possono permettersi la scuola, con l’obiettivo di preservare la cultura e la lingua sherpa, minacciate dall’influenza occidentale. «Temo che i giovani la dimentichino lentamente».
Il New York Times ricorda che Kanchha Sherpa fu anche tra i primi a sperimentare l’uso dei portatori locali come guida stabile per le spedizioni, aprendo la strada a un modello che oggi sostiene centinaia di alpinisti ogni anno. “Kanchha Sherpa – si legge – era il ponte tra le montagne selvagge e il mondo moderno”.