Quando nacque il gol alla Del Piero

I trent’anni della nascita di un marchio di fabbrica

La prima volta che vedemmo un gol alla Del Piero, Roberto Perrone sul Corriere della sera scrisse che si trattava di una cosa che non è un gol, ma una creazione fantastica perché da sinistra, e su lancio verticale di Sousa, gli riesce tutto: il taglio, il rientro rapido su Kohler, l’esecuzione. E in quel destro che vede l’angolo e vi si deposita altissimo, c’è del genio.

È l’atto di nascita di un gesto, un marchio di fabbrica, un calco da imitare. La sera del 13 settembre 1995, in una serata di Champions League che la Juventus trascorse vincendo in rimonta da Dortmund senza Vialli e senza paura, il gol alla Del Piero si mise nella scia del doppio passo alla Biavati, del cucchiaio alla Panenka, della punizione a foglia morta alla Corso. Il calcio è fatto di flash che restano negli occhi. Il gol kung-fu è Ibra. La parata dello scorpione s’è fatta uomo con Higuita. Uno dice Quaresma e si pensa alla trivela. Il gol dal calcio d’angolo è Palanca. La maledetta ha la barba di Pirlo. E più ci si allontana dal centro, più si procede verso le periferie, più ogni cosa si fa leggenda. Marco Nappi che fa la foca andando in slalom con il pallone sulla testa, Vito Chimenti che stringe il pallone a tenaglia fra i piedi e lo porta in avanti col tacco saltando il difensore con un pallonetto [la bicicletta], Luciano Marangon che fa passare il pallone da un lato dell’avversario e lo supera in velocità correndo dall’altro [la vacca].

Il gol alla Del Piero compie trent’anni e ha avuto un copista, un miniaturista, in Lorenzo Insigne – che di Del Piero aveva infatti il poster nella stanza. Quella volta a Dortmund, in una partita da esporre al Louvre [ancora Perrone sul Corriere], Alex fu un piccolo principe da 8 in pagella, distratto a volte, tenero nello sfuggire i contatti con l’aria pesante di certi contrasti, però regale se deve interpretare il suo ruolo, che è quello del finisseur. Il gol gli nasce dai cromosomi

Ne aveva segnati due simili la stagione prima contro il Napoli e contro la Lazio, ma come ci ha insegnato Agatha Christie due indizi sono una coincidenza, la prova arriva con il terzo. Il terzo era la magia di Dortmund. Lui commentò con quell’ironia che tiene nascosta sotto il sorriso a pizzo. «Adesso dovrò imparare a segnare i gol facili» disse. 

Fabio Vergnano su La Stampa scrisse: Complimenti alla mamma. Si dice per le belle figliole e per i bravi calciatori. E Alessandro Del Piero è bravo sul serio, non un fuocherello destinato a spegnersi alla prima pioggia. Il gol di Dortmund è stato trasmesso da tutte le tv del mondo e ha incantato Agnelli che si dice gli abbia telefonato ieri, come faceva con Baggio e Platini, per quanto il giovanotto neghi. Benedetto ragazzo che l’Avvocato paragonò al Pinturicchio e tutti sprofondammo nella dietrologia. C’era in quella definizione pittorica la volontà di sminuirlo di fronte a Baggio. Ora le distanze si sono accorciate. Annullate. Del Piero e diventato il titolare nella Nazionale, segna gol che lo affermano in Europa come accadde un tempo al Codino. Teorizza una vita in punta di piedi, l’antitesi delle entrate in scivolata dialettica di Vialli. Glielo hanno insegnato a casa. Una famiglia piccolo borghese. Padre dipendente, ora in pensione, dell’Enel, la madre casalinga. A S. Vendemmiano, non lontano da Treviso, la gente urla poco. A vent’anni parla da vecchio. Arriva agli allenamenti con il «beauty», da qualche mese ha adottato un look complesso con le basette lunghe e appuntite, un pizzetto composto da tre esili fili di peluria che scendono dai baffi e sul mento. È quasi inguardabile ma si piace.

 

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Mi piace il colpo estroso, il calcio è fatto anche di questo e non soltanto di corse e di pressing: La musica mi rilassa e mi segue anche in campo: Michael Jackson, Phil Collins, Renato Zero. Non i Take That, che mi sembrano finti. Se potessi imparerei a suonare il piano o l’armonica. E poi vedo molta televisione, sempre meno i programmi sportivi: da ragazzino la domenica accendevo il televisore dalle 18 finché non finiva la Domenica Sportiva. Adesso registro tutto e me ne vado al cinema – ALEX DEL PIERO, settembre 1993

 

Quel gol a Dortmund riportò l’attenzione sul rinnovo del contratto. «Del Piero ha mediatori molto abili e agguerriti, spero che alla fine prevalga il buonsenso» disse Umberto Agnelli, ed era un modo elegante di chiedere uno sconto, ma anche di allungare ombre – scrisse Repubblica – sul procuratore del numero dieci, Claudio Pasqualin.

Cinque giorni dopo, contro il Vicenza prese 5 in pagella da Repubblica. Maurizio Crosetti scrisse che anche l’arte produce tossine, anche la fantasia ha qualche scoria. Stavolta il piccolo genio ha sonnecchiato

 

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LA FOTO DI SANDREANI CON PELE’

Oggi sono pure cinquant’anni dall’ultima partita giocata da Pelé in Italia. Venne con i Cosmos in amichevole a Roma, dove era già passato con il Santos e dove si era fatto parare una volta un memorabile rigore da Alberto Ginulfi. Di memorabile nella partita del 13 settembre 1975 c’è stata invece la marcatura di Sandreani. Stamattina ne parla al Corriere della sera. Aveva 20 anni e Liedholm nell’intervallo gli disse che toccava a lui perché Giorgio Morini s’era fatto male. 

«Andò alla grande. Per me non era un’amichevole. Io mi giocavo tutto, non avevo voglia di brutte figure. Pelé lo capì subito, non era serata di spettacolo, di tocchi e di tacchi. Vincemmo 3-1, non ci fu partita. Gli arrivarono pochi palloni, non fece granché. Però è lì che vedi il campione. Si adattò al tipo di match. Parlava tantissimo coi compagni, che non avevano grandi qualità, un allenatore in campo. Per tutto il tempo ripeteva ai suoi “easy, easy, easy”. Come a spiegare “giocate facile, facile”. In Italia non erano mica gli anni della marcatura a zona, neppure per un avanguardista come Liedholm. Feci con O Rei più o meno quello che anni dopo fece Gentile con Maradona. Non ho mai più rivisto Pelé. Però quell’ “easy, easy, easy” mi pare di sentirlo ancora adesso. Mi resta una foto, che tengo appesa in casa. Se vuole gliela mando».

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