L’omaggio della VAR a Carlo Sassi

Addio all’inventore della moviola

Quando nel giro di tre ore gli arbitri italiani sono andati due volte alla VAR in Sassuolo-Udinese e hanno cancellato tre gol in Pisa-Fiorentina, tutto è stato definitivamente chiaro. Era un omaggio a Carlo Sassi e al mezzo secolo impiegato dalla moviola per arrivare dagli studi di una tv a un campo di calcio. Era il 22 ottobre del ’67 quando Gianni Rivera segnò il gol del pareggio, il pallone aveva battuto contro la parte interna della traversa ed era ricaduto in campo. Il gol di Hurst un anno dopo Hurst. Fu la sera in cui Carlo Sassi inventò la moviola alla Domenica Sportiva, dimostrando con un fermo immagine che si era trattato di una decisione sbagliata. 

Poiché tra la storia e la leggenda vince sempre la leggenda, ogni tanto si tramanda che quella sera l’arbitro Lo Bello in studio ammise l’errore. In realtà sono due episodi diversi. Le scuse di Lo Bello sono del ‘72. Otto anni dopo Sassi voleva lasciare. Lo disse in una intervista al Manifesto. Quando vi fu lo scandalo scommesse che coinvolse parecchi calciatori, la moviola non era iniziata da tanto tempo. Decisi di non farla più: ma come, pensavo, io stavo lì a fare le pulci all’arbitro cercando di vedere quanto non aveva visto lui e poi si viene a scoprire che i calciatori si mettevano d’accordo sull’esito delle partite?.

Maurizio Crosetti su Repubblica ha scritto una volta che fino a quella data, la moviola serviva solo nel cinema. Inventata da Iwan Serrurier nel 1924, cambiò la vita ai montatori permettendo di studiare e tagliare le singole inquadrature. Ma nel destino di uno strumento che all’inizio veniva prodotto e venduto per 20 mila dollari in un bellissimo mobile di legno, c’era una rivoluzione del costume e persino del linguaggio: perché oggi, per moviola, si intende qualcosa di rallentato e ripetuto in serie, una specie di nuovo occhio implacabile. Non è solo uno strumento, è una metafora.

Sarebbe diventata telebeam, moviolone, supermoviola. Sarebbe diventata un cabaret, fino a farsi strumento giuridico tra le mani dei notai di Lissone, quelli che vanno a cercare un extra movimento del braccio su un pallone che spiove dal cielo mentre tieni gli occhi chiusi ai confini dell’area di rigore, stabilendo che si tratta di una pena da sanzionare con un tiro libero davanti alla porta semi spalancata dalla distanza di 11 metri. 

Non possiamo farne una colpa a Carlo Sassi, e quando oggi si chiede che nella sala VAR ci stiano degli ex calciatori, vale la pena ricordare che Sassi sì, aveva giocato. Era stato capitano del Sacrofano nella Prima Categoria laziale ai tempi in cui era un dipendente del Banco di Roma e aveva avuto la ventura di incrociare Garrincha come compagno di squadra. Quel Garrincha lì, arrivato a Roma con la donna di cui era innamorato, la cantante Elza Soares, e ingaggiato da quella squadra di dilettanti per tre amichevoli, alla modica cifra di 80 mila lire a uscita. Sassi aveva fatto pure un provino per l’Inter.

«Mi presento e sono così emozionato che entro in campo con le scarpe da calcio, pantaloncini, maglione e camicia. Mi sono dimenticato di cambiarmi la parte alta». 

Era figlio unico di un dirigente della Pirelli, mamma casalinga. Liceo scientifico e Bocconi. Un giorno al bar, un amico gli presentò la moglie che lavorava in Rai. Si sentì dire che stavano cercando gente nuova, si fece convincere. Se quel giorno Carlo Sassi non avesse preso il caffè, oggi forse non avremmo la VAR e il Pisa avrebbe battuto la Fiorentina. 

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