Ci pensi ogni tanto alle rane?
Baustelle
La rana italiana e la generazione dell’abbondanza
La generazione dell’abbondanza si manifestò in tutta la sua pienezza quattro anni fa, quando il covid fermò il mondo e pure i Giochi di Tokyo. Benedetta Pilato di anni 16 ebbe dodici mesi di tempo in più per la sua mutazione da sprinter pura in velocista da durata, per passare insomma dagli amati cinquanta metri agli olimpici cento. Solo che gli olimpici cento avevano già due interpreti solide, destinate alle Olimpiadi: Martina Carraro e Arianna Castiglioni.
Quell’anno in più di preparazione mise Benedetta Pilato nelle condizioni di stupire alla International Swimming League di Budapest in vasca corta e di togliere poi più di un secondo ai suoi tempi in vasca lunga, facendo ai campionati invernali di dicembre 2020 il tempo per Tokyo, lei prima delle altre due raniste d’Italia. A quel punto restava un solo pass. O per Carraro, alla quale Pilato aveva tolto il record italiano, o per Castiglioni.
Nell’aprile del 2021 parve una storia assurda, paradossale, del tutto nuova per la scena italiana. Era più una cosa americana. Oggi sappiamo che era l’annuncio di una scena diventata comune. Martina Carraro nuotò un tempo buono per i Giochi olimpici ai Regionali di fine marzo 2021, ma il regolamento le chiedeva di farlo agli Assoluti. Non valeva. Arianna Castiglioni nel frattempo prendeva il covid e non sapeva nemmeno se ce l’avrebbe fatta a presentarsi all’appuntamento di Riccione. Ce la fce. Andò in acqua e in batteria batté tutte. Miglior tempo. Primato personale [1’06”37]. Un tempo sotto il limite per i Giochi. Ma anche per lei non fu sufficiente. Il solito regolamento diceva che il tempo andava realizzato in finale. Così le tre raniste si lanciarono dai blocchetti al pomeriggio e la finale venne vinta da Martina Carraro. Si riprese il record italiano, diventò la prima italiana a scendere sotto 1’06” [1’05”86] e lasciò fuori dai Giochi la povera Arianna, alla piastra arrivata seconda ex aequo con la Pilato in 1’06”00: pure quello un tempo buono per le Olimpiadi.
“Una gara come mai s’è vista in Italia” scrisse Piero Mei sul Messaggero. In termini brutali: Arianna Castiglioni aveva nuotato due volte un tempo utile per andare ai Giochi, la seconda volta anche nella gara giusta, ma non andò ai Giochi. L’appendice ulteriormente paradossale fu che non solo non ci sarebbe andata, ma vide altri atleti della Nazionale convocati con una wild card per aver avuto il covid – dopo che lo aveva avuto anche lei, e senza aver fatto il tempo com’era capitato a lei.
La generazione dell’abbondanza nella rana è cominciata quel giorno. L’argento mondiale vinto ieri mattina a Singapore da Nicolò Martinenghi non è stato solo il suo 12esimo podio consecutivo in una grande manifestazione, tra vasca corta e vasca lunga, ma anche un podio arrivato dalla rana – lunga o corta, uomo o donna – per la 17esima grande manifestazione di fila, dagli Europei indoor di Copenhagen del 2017.
Ha cominciato Fabio Scozzoli, una delle tre figure a cui si deve la trasformazione di questo stile insieme con il sudafricano Cameron Van Der Burgh e il britannico Adam Peaty. Sono stati loro a imporre tra i ranisti lo sviluppo muscolare nella parte superiore del corpo. In fondo gli inglesi chiamano questo stile Breaststroke, colpi di petto, e un motivo ci deve essere.
È lo stile che ha portato in dono all’Italia i primi ori olimpici della sua storia nel nuoto, con Domenico Fioravanti: era appena venticinque anni fa. La rana italiana è diventata un’eccellenza. Novella Calligaris fu l’artefice di una rivoluzione sociale e pop negli anni Settanta: convinse ragazze e ragazzi a frequentare lo sport consigliato dai pediatri. Federica Pellegrini lo avrebbe reso cool, facendolo uscire dagli studi medici e portandolo sulle copertine dei magazine. Ora c’è questa banda di matti che nuota con le mani chiuse davanti al petto. I ranisti sono i jazzisti del nuoto. Hanno tutta la tecnica del mondo fra le dita e ogni tanto devono improvvisare. Senza ritmo la potenza non serve.
I paradossi sono diventati la regola. Prendiamo Ludovico Blu Art Viberti. Ha il miglior tempo al mondo dell’anno sui 50 rana, ma nelle batterie della notte appena trascorsa non ha neppure messo piede. Escluso. Perché quel tempo non lo ha realizzato in tempo, e quando s’è presentato ai Trials-Assoluti si è piazzato solo terzo. Fuori. Come la povera Castiglioni o come in quelle storie che ogni tanto arrivano dagli USA.
Sono diventate una regola pure le continue spettinate alle gerarchie. Oggi c’è Anita Bottazzo che nuota la finale dei 100 rana. Nella semifinale di ieri è stata spalla a spalla con la favorita Kate Douglass e ha chiuso col secondo crono, a 17 centesimi dal primato italiano di Benedetta Pilato – a Singapore qualificata solo negli amati 50. Ha nuotato in 1:05.61, primato personale, passaggio da 30.36 e ritorno da 35.25. Dopo cinque anni di allenamenti in Italia, nell’estate scorsa se n’è andata alla University of Florida per farsi allenare da a Gainesville da Annie Lazor, bronzo olimpico a Tokyo 2021. È diventata campionessa della SEC Conference, All-American NCAA e campionessa italiana. Intanto studia biotecnologie. Una malattia genetica le ha portato via suo padre e ora lei sta approfondendo. Frase da ricordare: «In America mi hanno insegnato a gareggiare senza pressioni. Come l’insegnano? Senza insegnarlo. Prima di una gara non dicono: vai e vinci. Prima di una gara dicono: have fun, Divertiti».
CHE COSA SI DICE IN GIRO
▥ LA VIGILIA Lia Capizzi, Corriere della sera: “Arriva in piscina pallido in volto, le occhiaie da carenza di sonno. A poche ore dalla finale mondiale dei 100 rana Nicolò Martinenghi è uno straccio. Reduce da una notte travagliata, crampi allo stomaco, avanti e indietro dal letto al bagno per vomitare. Colpito da un’intossicazione alimentare simile a quella che da giorni scorsi sta tormentando mezza squadra americana. Inutile girarci intorno, nonostante la necessità di tutelare la privacy, di non creare allarmismo, con le bocche cucite di tutti gli addetti ai lavori.
Tramite i social degli atleti nipponici si scopre che ci sono campioni piegati in due, con conati di vomito a bordovasca. Evidentemente la gastroenterite virale si sta diffondendo ed ha contagiato anche Tete, il nickname di Martinenghi”.
▥ IL KARMA Giulia Zonca, La Stampa: “Si scopre poi che l’infrazione captata dalla Var era del russo (qui da neutrale) Prigoda, ma la tecnologia del nuoto restituisce alla parte lesa senza togliere al colpevole, trovato poi dal karma in finale. Squalifica, stavolta vera. La sequenza di eventi si aggroviglia nella pancia di Martinenghi”