Tutti i portieri che mi hanno parato un rigore è come se mi avessero battuto a scacchi
Gianluca Vialli
Storia di Ann-Katrin Berger guarita due volte da un tumore
C’è una cosa che sanno tutte: mai arrivare ai calci di rigore se in porta dall’altra parte c’è Ann-Katrin Berger. Per molto tempo di lei non sono arrivate notizie. Era una sconosciuta perfino in Germania. Si era trasferita prestissimo in America, anche se al Gotham Football Club la chiamavano “il muro di mattoni”, Berger boh chi la conosce, Gotham per noi è la città di Batman. Ha cominciato a farsi un nome da portiera del Chelsea. Una volta Berger ha detto a Die Welt che lei stessa era consapevole delle proprie qualità ma «non avevo il palcoscenico internazionale dove mostrare a tutti di cosa fossi capace».
Durante gli Europei del 2022, Berger scoprì di essersi ammalata. Un cancro alla tiroide. Anzi, per la verità scoprì di essersi ri-ammalata. Era tornato. Non disse niente a nessuna delle compagne e a nessuno della federazione. Il torneo finì e lei si curò, guarendo per la seconda volta. Le cose sono davvero cambiate dalle Olimpiadi dell’estate scorsa, Parigi, quarti di finale contro il Canada. Quando ha parato due rigori e ha segnato lei stessa l’ultimo. Nella finale per il terzo posto ne prese un altro alla spagnola Alexia Putellas al 99esimo minuto, assicurando il bronzo alla Germania.
Si sa come vanno le cose nel calcio, da quel giorno si porta appresso l’etichetta di “para-rigori”. Ha una tecnica balorda, al confine con la provocazione. Tiene le braccia intrecciate dietro la schiena fino all’ultimo istante. Solo quando la tiratrice ha finito buona parte della rincorsa, le fa schizzare all’infuori come una molla, tac, come la punta di una penna a quattro-colori, un gesto fulmineo che smuove la scena immobile e spiazza, può distogliere l’attenzione, ma soprattutto le serve a darsi lo slancio. Sceglie un angolo e si tuffa. Se l’avversaria ha scelto l’altro angolo pazienza, non potrà farci nulla e se ne parla al prossimo. Ma se il tiro passa dalla parte sua, lei quel tiro l’ha preso.
LA BORRACCIA
Ieri sera in RAI sottolineavano che la borraccia di Berger inquadrata dalle telecamere aveva come spesso accade un foglietto attaccato sopra, con frecce e freccette, le indicazioni sulle abitudini di tiro delle francesi. Ma Berger l’ha lasciata in panchina, forse ha improvvisato, forse aveva memorizzato tutto, si è gettata quasi sempre sulla sinistra. Anche stavolta ne ha parati due e ha segnato il suo. «Il calcio mi ha salvato il cervello e la salute mentale perché avevo qualcosa a cui aggrapparmi». A un tipo così, a una storia così, il cittì Christian Wück ha dato la porta da titolare nello scorso mese di marzo.
C’è una cosa che sanno tutte: mai arrivare ai calci di rigore se in porta dall’altra parte c’è Ann-Katrin Berger, figuriamoci se hai giocato in undici contro dieci dal minuto numero 13. La Francia ha gettato via un’occasione. “Un crepacuore” lo definisce l’Équipe stamattina dedicando la foto a tutta pagina alle battute, la nazionale che continuerà a non aver mai giocato una finale di niente, Europei, Mondiali, Olimpiadi, niente, nonostante le 13 dei suoi club in Coppa dei Campioni, otto vinte dall’Olympique Lione.
Da “strapparsi i capelli” dice all’interno il giornale parlando di “ballo delle imprecisioni” e di passaggio “dal sogno all’incubo” – un grande classico. Nell’esame di episodi e circostanze che hanno portato alla vittoria della Germania, l’occhio cade sulla improbabile rincorsa di Majiri prima del primo rigore sbagliato o sulla debacle inattesa, un vero collasso, della coppia d’attacco formata da Kadidiatou Diani e Delphine Cascarino. Le pagelle sono piene di votacci, molti 4 e un 3 al cittì Bonadei per aver schierato Diani al posto di Baltimore, “le ali non sono state convincenti e le sostituzioni non hanno dato i risultati attesi”, ma ci sono anche un paio di 7 per Karchaoui e Geyoro, in effetti sublimi, chi nel recuperare palloni [la prima], chi nel cercare spazi fra le linee o inventarseli [la seconda]. A Cascarino è stato annullato un gol per una punta della scarpa in fuorigioco [azione meravigliosa], un rigore lo aveva sbagliato durante i 90 minuti Nusken, la tiratrice numero uno della Germania poi esclusa dalla cinquina della serie, eppure scelta dal caso affinché segnasse il colpo decisivo una volta andate a oltranza.
IL GESTO
Tutto questo sbiadisce di fronte agli 87 minuti giocati con la donna in più e trascorsi senza effetto sul risultato, anzi prendendo pure un gol in superiorità numerica. Inoltre fino all’ottavo minuto dei supplementari la Germania non ha fatto sostituzioni.
“Sulla carta era svantaggiata – scrive The Athletic – ma sulla carta è vero pure che le portiere non sanno volare”. E invece guarda Berger come ti straccia la carta: “Una portiera che sfida la gravità” dice il magazine americano, analizzando qui l’altro gesto prodigioso della sua serata, la parata al minuto 105 su tiro di Janina Minge, con le gambe in aria parallele all’erba, “il braccio sinistro esteso in un’altra dimensione” per andare a prendere un colpo di testa sconsiderato all’indietro di Janine Minge a qualche millimetro dalla linea di porta. “Mezz’ora dopo Berger era in ginocchio, con le braccia tese davanti come la statua del Redentore”.
È questo il crepacuore vero che manda la Germania in semifinale contro la Spagna, mentre all’Italia martedì tocca l’Inghilterra.