Il giorno di Invictus: trent’anni fa la partita di rugby che unì il Sudafrica

MotoGP. 

 

   

L’educazione è l’arma più potente per cambiare il mondo

Nelson Mandela

 

 

Il giorno degli Invictus

Quando gli All-Blacks avevano ormai le mani sui fianchi e neppure un’ultima goccia di energia, sul prato di Ellis Park scese Nelson Mandela, prese la Coppa del mondo e la passò tra le mani di François Pienaar come da mesi aveva sognato di fare, dicendo a un paese senza dirlo che la storia stava cambiando, era cambiata. Era l’atto che nell’immaginario e nella cultura popolare chiudeva il capitolo della segregazione razziale. 

Il giorno prima Miriam Makeba aveva detto a Repubblica che «Nelson Mandela non è un mago, i cambiamenti sono lenti» senza immaginare che una cerimonia di premiazione nel torneo di uno sport che si gioca con una palla storta potesse raddrizzare la grande storia del suo paese. Corrado Sannucci da Johannesburg colse quello che stava accadendo, scrisse che mentre Mandela felice nella sua maglietta verde poteva agitare le braccia come un tifoso qualsiasi, si scatenava la festa di un popolo più unito. Anche se Soweto continuava ad amare il soccer, lo sport nero. 

Mandela invitò il National Sport Council a mantenere il simbolo degli Springboks, ormai diventato il simbolo dell’unità nazionale. Venti giorni prima, in Sudafrica era stata abolita la pena di morte. Nel giorno in cui l’Italia arrestava finalmente Leoluca Bagarella, il Corriere della sera parlava di rugby come atto di riconciliazione, come primo momento di reale integrazione in questa nazione di 42 milioni di abitanti, dalla bandiera arcobaleno come le etnie che la compongono. La vittoria era arrivata prima ancora che la partita iniziasse: al momento degli inni, dentro lo stadio, tutti hanno cantato a squarciagola l’inno Dio salvi l’Africa, la canzone-simbolo della resistenza dei neri contro l’apartheid

Un Mondiale di tutti i colori, titolo L’Équipe dedicando la prima pagina a una fotografia diventata storica, prima che diventasse un libro e dopo ancora un film, una parentesi celebrativa dentro la seconda parte della carriera artistica di Clint Eastwood, dedicata al più grande dilemma in cui una persona possa finire, l’impossibile quesito di stabilire chi sono i buoni in una storia.

Esattamente trent’anni dopo, oggi L’Équipe riprende il filo di Invictus e dedica una pagina alla società sudafricana, rimasta frammentata dalle disuguaglianze. Tuttavia, il rugby si è ampiamente democratizzato. Al punto che le generazioni post-apartheid non parlano più di discriminazione razziale in campo

Due mesi fa, racconta il giornale francese, Stellenbosch e Città del Capo hanno giocato la finale della Varsity Cup, il campionato universitario sudafricano. Da una parte c’era la Stellenbosch University, patria del rugby afrikaner bianco, un passaggio quasi obbligato per unirsi agli Springboks durante l’apartheid. Dall’altra parte l’università di lingua inglese di Città del Capo, tradizionalmente progressista e dalla demografia più eterogenea. I giocatori neri sono ai massimi livelli del rugby, Ntokozo Makhaza è stato votato giocatore universitario dell’anno e convocato per il ritiro pre-stagionale degli Springboks senza neppure una presenza tra i professionisti. 

Nel paese più diseguale del mondo – scrive il giornale francese – il rugby non è immune da certe fratture. I giocatori delle township affrontano enormi difficoltà nel trasporto per raggiungere le partite. Ma esistono sempre più ponti per dare una possibilità a più persone possibili. 

«Da dove vieni, la lingua che parli, la comunità da cui provieni… Niente di tutto ciò conta», assicura Herschel Jantjies, 25 presenze con la nazionale del Sudafrica, originario di un povero villaggio nei pressi di Città del Capo. Un torneo annuale riunisce i giovani provenienti dalle scuole dei luoghi più svantaggiati. Gli osservatori della federazione individuano dieci, a volte venti giocatori e offrono loro delle borse di studio per le migliori scuole del paese. È questa la differenza rispetto a trent’anni fa: non più la favola di Clint, ma l’opportunità. Louis Koen dice che forse presto gli Springboks saranno composti al 90% da giocatori neri e nessuno avrà nulla di cui lamentarsi. 

Il rugby sudafricano c’è arrivato passando attraverso le polemiche sulle quote che impongono un numero minimo di giocatori neri nelle squadre. Un argomento delicato in Sudafrica spiega L’Équipe. John Dobson, allenatore degli Stormers, racconta che in passato erano in uso fogli Excel nelle segreterie delle squadre, con colori diversi per ogni rettangolino, in modo da separare i giocatori bianchi dagli altri, e poterli contare in fretta: vite di persone chiuse dentro celle, sembra una sintesi digitale e degradata della parabola di Mandela. 

Il rugby sudafricano ha trovato la forza di uscire dall’imbuto di Excel e di trovare una soluzione. Esiste ancora la premura di non scendere sotto il 50% di giocatori neri, ma onestamente bisogna sforzarsi di meno. Hanno lavorato sul senso vero dell’inclusione e dello sviluppo: non l’eguaglianza dei pani e dei pesci, ma l’eguaglianza dei vapoforni e delle canne da pesca. Non ti porto l’orata, ti insegno a pescarla.

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