Inter-PSG: cinque scene da ricordare

 

Il perdono di Hakimi

Come fanno tutti e meglio di tutti Fabio Quagliarella, Hakimi ha segnato alla sua vecchia squadra e si è trattenuto. Ha alzato le mani come i pistoleri stanchi nei vecchi western e ha chiesto scusa ai tifosi di un  tempo ammassati dietro una rete alle spalle della porta. Ha messo le mani giunte come in preghiera verso di loro e in due gli hanno meravigliosamente battuto le mani. Poi ha baciato il prato, un gesto mistico, un atto religioso. Il Giornale dice: Ma ringrazi chi l’ha lasciato libero. L’Équipe gli ha dato 8 in pagella perché ha sturato la serata e perché ha esercitato una buona pressione sul lato sinistro.

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La scarpa bucata di Acerbi

La scarpa rovinata del gol al Barcellona è diventata leggendaria. Ma ieri il mito di quell’incursione salvifica si trasforma in un incubo dice La Stampa. Il buco all’altezza dell’alluce è diventato un messaggio di segno opposto. Gioca con la scarpa bucata ma i buchi li trova anche attorno [Il Giornale]. Anche il Guardian dice che in questa sorta di guerra meccanica, un calcio totale nel senso più letterale del termine, i fortunati scarpini di Acerbi si sono rivelati disperatamente inadeguati.

Una sinistra assonanza con la finale persa dal Milan giusto trent’anni fa, quando Marco Simone si presentò in campo per la prima volta senza le scarpe nere. Uno shock. In tv da casa pareva Sandie Shaw, la cantante scalza. Aveva scelto delle Valsport bianche, una novità assoluta e come ogni novità trattate come il demonio [un insolito paio di scarpe bianche, Fabio Monti, Corriere della sera]. Dopo ne sono arrivate di verdi, rosa, viola, celesti, petrolio, fluo, ma quella sera con le scarpe bianche Simone [ehm] fu il volto della sconfitta, fu la foto da mettere in prima pagina. Pareva che scivolasse, e se scivolava la colpa era per forza del colore delle scarpe [mamma mia che giocatore è stato Marco Simone].

Acerbi è uno dei cinque interisti attesi da Spalletti [con Barella, Bastoni, Dimarco e Frattesi] per cominciare in settimana le qualificazioni mondiali, richiamato per la partita in Norvegia nella scia della suggestione delle sue buone marcature su Haaland. Adesso chi lo sa. E soprattutto chissà con quali scarpe. 

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Le suole e i tacchi dei parigini

A proposito di scarpe. Le francesine, si sa,  stanno su tutto [o sotto tutto]. Eleganti, da cerimonia, casual: classico e informale, moderno e retrò. Ancora prima della Rivoluzione francese calpestavano i pavimenti delle corti reali e le strade delle periferie. 

Per forza di una scarpa così finisci per usare ogni pezzetto. Il tacco e la suola. Ha cominciato Doué con una specie di ruleta e passaggio cieco, ma usando il piatto del piede al posto del pallone. Una giocate che se la ripeti a calcetto con gli amici la partita finisce, diventate uno in meno, quello che ci prova finisce con il bicipite femorale strappato. 

Dopo c’è stata la suola-tacco di Dembélé da cui è nata la corsa di Vitinha che ha innescato il terzo gol. Infine la suola-suola di Barcola per un controllo che nulla aveva di pretenzioso, era chic ma era pure il solo possibile in quel momento [tiro fuori].

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Dimarco con il telo in panchina

Quando Simone Inzaghi ha capito che non era aria e ha richiamato Dimarco in panchina, il terzino delle parabole incantevoli si è messo un telo dietro la nuca, posato sulle spalle come fanno i pugili suonati. L’immagine della frustrazione. The Athletic dice che Hakimi era considerato come il principale punto debole difensivo del PSG a causa della sua inclinazione a spingersi in attacco. Il piano dell’Inter prevedeva che Federico Dimarco si facesse trovare nello spazio alle sue spalle. Ma il contributo più notevole di Dimarco è stato quello di tenere Hakimi in gioco per il primo gol, e da allora in poi le sue sporadiche irruzioni in avanti non sono state seguite da un passaggio verso di lui, oppure lo hanno portato a essere colto in fuorigioco. Secondo L’Équipe il PSG tormenterà a lungo le notti di Federico Dimarco

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La t-shirt lanciata a Luis Enrique dalla tribuna

C’è una scena, verso la fine di No Teneis Ni P*** Idea, il brillante documentario in tre parti su Luis Enrique trasmesso in Spagna e Francia, una scena che lascia senza parole. Durante una cena di beneficenza, una cena organizzata per la raccolta fondi in favore di Fundación Xana, il musicista catalano Joan Dausa canta un pezzo in omaggio alla bimba che non c’è più.

A un certo punto, Luis Enrique si mette a salutare un gruppo di ragazze adolescenti e le loro madri. Chiacchierano, scherzano, e dopo alcuni secondi diventa chiaro che sono le amiche di Xana. Avevano la sua età quando si ammalò, oggi hanno l’età che avrebbe avuto lei. Sono un riflesso nello specchio della vita di Lucho. Xana aveva nove anni quando le fu diagnosticato un osteosarcoma. Luis Enrique lasciò la panchina della nazionale spagnola per starle vicino. Con lei aveva danzato al centro del prato di Berlino dieci anni fa, l’altra finale vinta con il Barcellona contro la Juventus. Avevano danzato, avevano sventolato la bandiera, avevano fatto una foto con le facce strane. 

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Il cartoon di Xana che sventola la bandiera era stampato su quella magliettina nera che gli hanno lanciato dalla tribuna dentro una busta di plastica. Le t-shirt a mezza manica rendono fichi solo i cinquantenni [e oltre] che fichi sono già, quelli con i muscoli sgonfi, la faccia piena di solchi, i capelli spettinati, tipo i cantautori che insegnano italiano e latino al liceo oppure gli allenatori catalani che festeggiano le vittorie con una gioia bambina. Le t-shirt a mezze maniche bisogna saperle portare.

Lucho ha riempito del ricordo di Xana le chiacchiere della vigilia. Senza rabbia nella voce. Dice di non aver bisogno di una Champions o di un risultato per pensare a lei. È stato emozionante vedere lo striscione preparato dai tifosi per lui e per lei, ma tutto qui, dritto, essenziale, senza l’esibizione della sofferenza indicibile che deve portarsi dentro. 

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The Athletic ha scritto: Questa non è una storia di calcio, ma il calcio c’entra. C’entra perché Luis Enrique ha trovato la forza di diventare un allenatore da 11 finali vinte su 11, agile e vivace, facendo la spola da sinistra a destra, come un mimo impegnato in un’estenuante esercitazione di fitness militare [il Guardian]. 

Mentre il PSG alzava la Coppa, Luis Enrique si è voltato verso l’Inter che stava di lato e ha battuto le mani, prima di unirsi alla festa dei suoi. Era impossibile ieri sera non sentirsi toccati dalla storia di quest’uomo passato dall’Italia e scappato per le troppe pressioni, per le esagerazioni con cui riempiamo questo gioco. 

Esteban Cambiasso è stato bravissimo in studio a Sky a intuire cosa stava succedendo, a vedere la commozione arrivare, a prendere il microfono e fare possesso-frase per consentire alla conduttrice Federica Masolin di vivere senza imbarazzi quel momento, «per dare respiro a una futura neo mamma» ha detto. 

Giulia Zonca su La Stampa ha scritto: Per riportare sul campo la storia di una bambina ci volevano dei ragazzini, Si è messo la mano sul cuore davanti all’omaggio della curva. Si è levato la maglietta, ha ballato, ha stretto a sé ogni ragazzo che lo ha aiutato a piantare un’altra bandiera. Senza più Xana a sventolarla, ma con un nuovo fruscio di felicità.


Désiré Doué: un Neymar senza follie

Si chiama Desiderio. Aspettavamo Dembélé ed è arrivato Doué. L’elogio di Barney Ronay sul Guardian: È un un tipo di giovane attaccante molto particolare, con una precisione da artista nei suoi rapidi movimenti a distanza ravvicinata, sempre quel tanto che basta per una finta e uno schiocco di tacchi, sempre deciso, mai gratuito. Guardandolo in serate come questa, è come se qualcuno avesse preso Neymar e lo avesse fatto bollire per otto ore, finché tutte le frivolezze non fossero scomparse, per poi mandarlo in campo croccante, inamidato e purificato. È un Neymar senza follia, senza il peso dell’appetito eccessivo, un Neymar post-terapia. In più Doué ha quella caratteristica che hanno tutti i migliori giocatori, la vista larga, la capacità di congelare, riavvolgere, valutare lo spazio e gli angoli intorno a sé in un batter d’occhio, nel tempo analogico di tutti gli altri. Come si fa a diventare così a 19 anni, su un palco come questo, con un gol e un assist nei primi 20 minuti della finale di Champions League, in una squadra che non l’aveva mai vinta e dove fino all’estate scorsa non giocavi?”. 

Ronay chiude allora con un altro paragone. Non è solo un Neymar bonificato, Doué è anche dello stesso livello di Lamine Yamal. Yamal può essere più appariscente, più cinematograficamente efficace. Doué è più compatto, meno prodigioso, una versione matematica delle audaci pennellate artistiche di Yamal.

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Il riscatto di Donnarumma

Campione d’Europa per club quattro anni dopo il titolo con la Nazionale. Non ha parato rigori stavolta, anzi, non ha dovuto parare granché: solo una discesa rapida a terra, ma era stato l’artefice di semifinali e quarti di finali. E poi il bacio agli avversari-amici durante il paseo fatto dal PSG ai battuti. Il tricolore sulle spalle. Leggero come se non fosse una finale di Champions, consapevole del valore della leggerezza, anzi, della normalità: per esempio poter trascorrere a casa la sera e la notte prima della partita – come si fa nelle squadre di Luis Enrique. 

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