
Quando lo scudetto del rugby si posò per la prima volta al sud, il panorama tutt’intorno spingeva a considerarlo una eresia, uno scisma, come il papato che finisce ad Avignone. Rovigo aveva vinto sei degli ultimi 14 titoli. L’asse tra Parma e il Veneto era stato spezzato solo dalla squadra che il ministero dell’Interno e la polizia di stato avevano insediato a Roma. Né il Petrarca Padova né L’Aquila erano ancora arrivati in cima. Quattro squadre potevano contare sul sostegno di uno sponsor: l’Amatori Milano con la GBC, il CUS Genova con l’Italsider, il CUS Roma con l’Ignis, il Treviso con la Metalcrom.
Il rugby alla Partenope Napoli era un piccolo pezzetto di una polisportiva che nel basket sarebbe arrivato a vincere la Coppa delle Coppe. Ogni volta che si poneva la questione del finanziamento della squadra, il capitano Marcello Martone riuniva i compagni e veniva fuori dalla stanza con la decisione unanime di non aderire a nessuna delle soluzioni prospettate dai dirigenti: «Nessuno di noi se la sentirebbe di fare da uomo sandwich».
Il campionato del ‘65 fu duro e violento, con diverse partite decise dal giudice sportivo e una tra CUS Genova e Amatori Milano sospesa per una rissa in campo. Fu un 6-0 a tavolino contro l’Ignis Roma a dare lo scudetto aritmetico alla Partenope il 5 maggio. Pochi giorni prima era stata sospesa pure la partita dei napoletani a Frascati sullo 0-3 per oggetti lanciati dalle tribune contro i giocatori. Il Frascati ebbe tre giornate di squalifica al campo e una multa di 100.000 lire. Lo scudetto, diremmo oggi, venne festeggiato sul divano.
La Gazzetta parlò di “anni ed anni di duro ed appassionato lavoro svolto quasi con accanimento senza mai deflettere anche dinanzi alle più grosse difficoltà: anni di sacrifici silenziosi ed oscuri, anni di lotte spesso molto aspre. L’esultanza che oggi ha pervaso i giocatori della Partenope e tutti gli ambienti sportivi cittadini, anche se contenuta nella più ammirevole compostezza, è indescrivibile”.
La squadra di calcio a Napoli era in B: sarebbe stata promossa di lì a poco. Nella pallanuoto Napoli aveva già vinto cinque scudetti con la Rari Nantes e tre con la Canottieri, ma il successivo sarebbe arrivato solo nel ‘73, a spezzare una lunga egemonia del Recco.
Elio Fusco seppe dello scudetto dietro il tavolo d’ufficio della società elettrica dove lavorava, Marcello Martone, medico, in una pausa del suo lavoro nel gabinetto di analisi in ospedale. Fusco disse che era stato un peccato non poter finire la partita di Frascati, «ma pure in quell’ambiente così ostile nel quale non si poteva certo giocare con la dovuta serenità, eravamo riusciti ad imporre la nostra superiorità. Non vogliamo nemmeno parlarne più. Non vogliamo nemmeno discutere se si trattò di una sarabanda preventivamente organizzata ai nostri danni. Vogliamo che il nostro sport, che per fortuna è ancora uno sport di dilettanti, viva in tutta serenità questo momento che per noi è il più bello. Questo è veramente un risultato clamoroso, per chi conosce l’ambiente nel quale il nostro sport vive, specialmente a Napoli. Certo, qualche bottiglia di spumante il capitano e tesoriere Martone potrà anche offrirla».
Eh sì, in questo piccolo mondo antico, il capitano della squadra faceva il medico ed era pure il tesoriere della polisportiva.
GLI ARTEFICI: ELIO FUSCO E MARCELLO MARTONE
Marcello Martone era il piedino d’oro della squadra, quello che calciava i drop, unico rugbista presente sull’album Panini I campioni dello sport ‘ 66/67, figurina numero 397, dopo Don Fullmer e prima di Nicola Pietrangeli. Aveva cominciato a giocare che non era ancora maggiorenne, ha smesso che di anni ne aveva cinquanta. Come un sir Matthews nel calcio.
Martone sarebbe andato pure avanti se suo fratello Mario, nel frattempo diventato presidente della federazione, non avesse introdotto il limite d’età per i giocatori italiani. Così lo obbligò a riconsegnare il tesserino di affiliazione.
Durante la guerra, a rugby fermo, Martone s’era dato al calcio in serie C con la Turris. Ma la palla storta era un’altra cosa. La federazione mandava i dirigenti a osservare i tornei scolastici e a selezionare i migliori. Gli istituti che a Napoli si sfidavano erano il Vittorio Emanuele, il Genovesi, il Mercalli, il Garibaldi, il Vico, l’Umberto. Il fascismo aveva messo in piedi una squadra della Gioventù italiana. L’allenatore era un francese, un certo Radicini. Una volta lo arrestarono con l’accusa di vendere merce falsa.
La Partenope era nata come polisportiva nel ’51 e si era lanciata nell’avventura del rugby l’anno dopo, prendendo un posto in serie B. «Io giocavo per amicizia e per divertirmi. Quando chiedevo se c’erano soldi – raccontò Martone in una intervista a Repubblica Napoli una ventina d’anni fa – mi rispondevano: ma perché, lei ne ha bisogno?».
In campo lo chiamavano ‘o duttore. «Studiavo dalle dieci di sera alle tre di notte. Mio padre era notaio. Inflessibile. Veniva a svegliarmi alle sette del mattino perché non saltassi le lezioni. Quando mi sono sposato, gli scontri sono cominciati con mio suocero: proprio non mandava giù l’idea che io lasciassi casa, restando fuori la notte per andare in trasferta con la squadra. Ogni volta che rientravo a Napoli dopo la partita, per cinque o sei giorni non mi rivolgeva la parola. Si partiva in macchina al sabato, si dormiva, si giocava, si rientrava. Il lunedì mattina ero in laboratorio».
Per i compagni non era diverso. Augeri era avvocato, Gelormini commercialista, Rodà magistrato, Scatola veterinario. Si disse che era nata una scuola rugbistica napoletana. «Il nostro segreto era la fantasia, non potevamo permetterci di metterla sul piano fisico contro i babbasoni del Nord. Andavamo via di velocità. Di leggerezza. Il più alto di noi era 1 e 72. Sulle touche il segreto era far prendere la palla sempre agli avversari, più alti e più grossi, senza nemmeno provare a contrastarli, e poi subito dopo andavamo a placcarli». Nella pallanuoto, per lo stesso motivo, Fritz Dennerlein avrebbe inventato la difesa a zona.
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L’ECLISSI
Due scudetti vinti così. L’anno dopo sarebbe arrivato il bis. Potevano essere di più. «Il secondo titolo ci spaccò. La Partenope non aveva più una lira per noi, il basket assorbiva tutti gli investimenti con gli stranieri, compravano gli americani e toglievano soldi al rugby». La storia dei campioni d’Italia senza fondi diventò un caso nazionale. Il quotidiano Roma di Achille Lauro lanciò una donazione, Enzo Tortora invitò la squadra in tv alla Domenica Sportiva. Zanussi mandò un assegno da un milione, Cinzano ricevette i giocatori sul suo grattacielo a Milano. Stava finendo tutto, 1966.
«Arrivò Borghi con il suo marchio. L’Ignis. Io, a nome della squadra, gli chiesi di darci un lavoro anziché prometterci stipendi per giocare. Lui offrì di mettere la scritta Ignis sulla maglia. Ce ne andammo in sette. Gli dissi: con una scritta sul petto non giocherò né ora né mai». Il rugby, alla Partenope, chiuse bottega cinque anni dopo lo scudetto con la cessione del titolo al CUS Napoli. Martone prosegui con loro, poi con l’Enel e nell’Esercito. Una vita così ha avuto solo due convocazioni in Nazionale, la prima a 17 anni contro la Germania B e la seconda a 47 contro il Marocco. Senza mai un minuto in campo.
Anche Elio Fusco era più di se stesso. Era il 9, il mediano di mischia, ma era anche l’allenatore di quella squadra che già nel ’64 aveva perso il titolo all’ultima giornata, battuta 9-3 nello scontro diretto col Parma. Due settimane prima per battere L’Aquila (6-0) Fusco era sceso in campo con una spalla lussata. Divenne celebre la foto di Elio che in un altro scontro diretto per il titolo, ultima giornata a Roma, sorrideva senza due denti, ma felice per lo scudetto. Lo avevano appena colpito con un pugno.
IL CASO BOLLESAN
Era un rugby spettacolare e concreto, pieno di idee nuove. L’estate dopo lo scudetto, pur di giocare a Napoli, l’ingegner Marco Bollesan si fece trasferire dall’Italsider di Genova a quella di Bagnoli. Bollesan, ragazzone di Chioggia, tutto muscoli e aggressività, lavorava come caporeparto a Cornigliano dopo essere stato garzone di un fruttivendolo. Era figlio di un venditore di macchine per ingranaggi, Era stato canottiere a Sabaudia durante il servizio militare e giocatore di pallanuoto nel Sori.
Nel suo libro Una meta dietro l’altra (Limina), Bollesan ha raccontato: “Fino a quel momento il mio gioco era gli autoscontri, e bum e bum, giù cornate, per passare, e siccome ero il più arrabbiato di tutti, spesso passavo. Ma a Napoli ho imparato che se un muro non lo puoi abbattere a testate, invece di continuare a spaccarti la testa magari puoi girargli intorno. Ho scoperto che c’era anche l’inventiva, l’improvvisazione, utili magari per uscire da qualche situazione intricata. Strada chiusa? E oplà, palla passata dietro la testa, e se non la prendevi ti invitavano a scetarti. Ma che ne sapevo io, che si poteva anche giocare così? Ma non ci ho messo tanto a scetarme. E quello era il gioco della Partenope di Elio Fusco. Elio, nel suo campo, era un genio, era capace di invenzioni estemporanee, di furbate che non credevi possibili, e invece lui le realizzava. In quegli anni c’era un solo arbitro a dirigere le gare, i guardalinee erano uno ciascuno tra i dirigenti o gli accompagnatori delle due squadre. E allora, spesso, al momento della mischia chiusa, se l’arbitro era dall’altra parte, lui non introduceva neanche il pallone: faceva finta. E in un attimo il gioco era aperto dai piedi della terza centro, cioè il sottoscritto, e la pressione avversaria, così, gli faceva letteralmente fresco. Provavano a protestare, ma il rischio era anche quello di passare per fessi, e così Elio ogni volta la faceva franca. Perché come dicevano loro, devi essere un po’ sfaccimme nella vita. E questa per me è stata una grande lezione. Il primo anno che sono arrivato a Napoli, devo ricordarlo, loro erano già i campioni d’Italia, e noi si giocava con lo scudetto sul petto. Bello, però non era mio. Ne volevo uno anche per me. E quell’ano, infatti, replicammo”
Fu l’estate in cui il Napoli nel calcio diede una maglia azzurra a José Altafini e Omar Sívori, ma come dicono quelli bravi bravi nel narrare: questa è un’altra storia.
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