Una vita da rifugiati dopo le Olimpiadi: quelli che non sono tornati a casa

“L’Équipe” è andato alla ricerca degli atleti scomparsi dopo i Giochi di Parigi. In Francia e in Belgio, dove hanno trovato rifugio, associazioni, avvocati e club sportivi si stanno stringendo attorno a loro in una profonda ricerca di umanità.
Per molto tempo di loro ci sono state piccole tracce su TikTok, messaggi ai parenti, agli amici, oppure qualche vaga indicazione su Facebook per cercare un alloggio. Per molto tempo sono stati fantasmi, sono stati dispacci di polizia giudiziaria che segnalavano la loro scomparsa. Sono andati alle Olimpiadi di Parigi e non sono tornati. Non sono più tornati a casa, perché il concetto di casa cambia. Quasi sempre è il posto dove nasci, più spesso diventa il posto in cui sei libero, il posto in  cui sorridi. Per mesi il quotidiano francese L’Équipe è andato alla ricerca di uomini e donne che hanno partecipato ai Giochi Olimpici e Paralimpici del 2024 e che hanno scelto di non rientrare in patria. Hanno attivato magistrati, fonti della polizia, associazioni per l’accoglienza dei rifugiati, ministeri, istituzioni, federazioni sportive, il CIO stesso, incontrando spesso un imbarazzato silenzio. In ogni competizione internazionale ci sono atleti che utilizzano il visto di breve durata concesso dal Paese ospitante per non lasciarlo mai più. Le autorità pubbliche non danno mai grossa pubblicità al fenomeno, soprattutto in un contesto come quello francese in cui la questione migratoria accende il dibattito politico. Gli stessi stati da cui sono fuggiti gli atleti solitamente nascondono la loro scomparsa. 
L'EquipeAlla domanda del giornale francese se esistesse o meno un rapporto sulla situazione degli ingressi e delle uscite dal territorio nazionale prima e dopo le Olimpiadi, il ministero dell’Interno ha risposto solo che «chiunque rimanga oltre il periodo di validità del visto si trova in una situazione irregolare». 

Najat Vallaud-Belkacem, ex ministro dell’Istruzione, oggi presidente dell’associazione France Terre d’asile, racconta che i dati degli atleti ospitati nei centri di accoglienza per rifugiati sono riservati. È impossibile quantificarne con precisione il numero di chi si è fermato con il visto olimpico. La ricerca è tanto più ardua in quanto gli Stati da cui provengono gli atleti mentono spesso. L’estate scorsa, Le Parisien aveva segnalato l’apertura di cinque inchieste per sparizioni a cura della Brigata per la repressione dei crimini contro le persone (BRDP), un dipartimento della polizia giudiziaria di Parigi. Quasi tutti sono stati chiusi, essendo stata accertata la natura volontaria delle sparizioni”, informa Éric Mathais, procuratore della Repubblica di Bobigny. Secondo le informazioni a disposizione di L’Équipe, solo un para-atleta del Ruanda è ancora ufficialmente ricercato.

Secondo una fonte della polizia, il vicepresidente del Comitato olimpico eritreo, irrintracciabile dal mese di agosto, sarebbe stato ritrovato in un paese europeo dove ha chiesto asilo. È stata ritrovata dagli inquirenti anche Mireille Nganga, un’atleta originaria del Congo. Aveva incantato la Francia durante la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi ballando sulla sua sedia.

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Un parente sostiene che la donna ha lasciato il villaggio olimpico il 5 agosto e ha preso un treno per Lione, con l’intenzione di farsi accogliere da un’abbazia. La diocesi non ha confermato. Una cosa è certa: il numero di atleti e membri delle delegazioni scomparsi e che hanno chiesto asilo è ampiamente sottostimato, scrive L’Équipe. Gli atleti si nascondono temendo ripercussioni sulle loro famiglie. Oppure per paura di essere individuati dalle autorità francesi e di essere soggetti all’obbligo di lasciare il territorio (OQTF).

In realtà, sostiene L’Équipe, in Francia più spesso si incontra una rete di associazioni che fa a gara di solidarietà per prendersi cura di loro. Emmanuel Grâce Mouambako, 36 anni, è scappato dal villaggio paralimpico con la sua guida per non vedenti, Sharon Victor Loussanga, prima che quest’ultima lo mettesse su un treno per Orléans e prendesse lui stesso un treno per un itinerario diverso. La sua delegazione gli aveva confiscato il passaporto, dunque oggi possiede solo alcuni fogli e il badge di accredito ai Giochi. I dirigenti congolesi, temendo la fuga, avevano cancellato tutti i contatti dal telefono della guida, ma non hanno pensato di fare lo stesso dallo smartphone che lo sponsor coreano ha distribuito a tutti gli atleti olimpici. Mouambako pare un tipo intraprendente. Ha contattato di persona il 115, ha ottenuto un alloggio ma è rimasto fermo. Il velocista congolese ha usufruito del servizio di supporto alla vita sociale (SAVS) che in questi mesi lo ha aiutato a essere indipendente, a migliorare il suo inglese, la lettura del linguaggio Braille, le sue capacità informatiche e gli ha offerto attività ricreative e occasioni per incontri. Sta bene. Vive a Orleans e continua a praticare sport.

Questa e altre storie sono raccontate nel reportage a cui L’Équipe ha dedicato la prima pagina del giornale. Marcelat Sakobi, pugile della Repubblica Democratica del Congo, ha lasciato sue tracce in Belgio, nel centro per richiedenti asilo di Glons. Si è allenata in una palestra di Liegi, è stata vista alla Liberty Boxing Gym di Renaix. Un manager l’ha presa sotto la sua ala protettrice. Sakobi è stata campionessa africana 2017, aveva terminato il suo combattimento alle Olimpiadi di Parigi in lacrime, con una mano sulla bocca e l’indice sulla tempia, il gesto utilizzato per denunciare la violenza nel Paese. Oggi sta pensando di aderire alla squadra olimpica dei rifugiati, ma la strada è lunga.

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Il beninese Fayssal Atchiba, tre volte medaglia paralimpica a Tokyo, ha chiesto asilo in Francia il 20 novembre a La Courneuve, prima di essere trasferito a Blois e poi a Issoudun, dove vive in un centro di accoglienza.  Aristote Ndombe Impelenga, 23 anni, nuotatore della Repubblica Democratica del Congo, si è affidato a un avvocato perché l’Ufficio francese per l’immigrazione e l’integrazione (OFII) gli ha rifiutato il beneficio delle condizioni materiali di accoglienza: 200 euro al mese sotto forma di carta prepagata. Anche lui ora pensa di andare a LA2028 con il team dei rifugiati. 

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Altri atleti e para-atleti non hanno voluto apparire con la loro vera identità sul quotidiano. Alcune, alcuni, scappano da storie di abusi. 

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