Il giorno che Magic chiamò Jordan e aveva paura di morire

  ▻  La notizia che quel giovedì mattina avrebbe dovuto sconvolgere Los Angeles, era l’uscita di Izzly Stradlin dai Guns N’ Roses. Li aveva fondati lui e non ne poteva più. L’ultimo tour, disse, era stato un incubo. Gli sbalzi d’umore di Axl Rose erano diventati fissi. Izzly aveva detto agli altri che avrebbero dovuto imparare delle cover e tenerle pronte per i momenti in cui il loro frontman lasciava il palco. Quelli se ne infischiarono. Avevano da poco cacciato Steven Adler, la dipendenza dell’eroina non lo metteva più in condizioni di suonare. Si raccontava che in studio avesse dovuto ripetere Civil War 81 volte, prima che gli uscisse una versione buona da tenere. La musica dentro la band era diventata un argomento irrilevante. Tornarono dal tour e Izzly disse basta. Fece fare una telefonata dal manager Alan Niven per avvertire gli altri, arrivederci, se ne andava. 

Una telefonata da Los Angeles l’aveva fatta anche Magic Johnson. Era uscito da uno studio medico, aveva aperto la busta del referto medico, entrò in macchina e compose il numero di un cellulare di Chicago. Il tipo dall’altra parte stava guidando in autostrada e gli chiese solo: «Sei sicuro?». «Certo che sono sicuro, sei il primo a cui lo dico». Michael Jordan seppe così che Magic Johnson stava lasciando il basket, ma soprattutto che aveva una paura fottuta di morire. Era sieropositivo. Era come se Coppi l’avesse detto a Bartali ha scritto Emanuela Audisio per Repubblica. Non erano più rivali, erano due uomini uniti da una confidenza. Nelle condizioni di Magic c’erano quel giorno un milione e mezzo di americani, 230 mila dei quali con una prospettiva di vita inferiore ai tre anni. Avevano sviluppato l’Aids in 200 mila e il numero dei morti negli USA era nel frattempo arrivato a 125 mila. I giornali la chiamavano la peste del Duemila, arrivata in anticipo sui tempi dello slogan. In Italia era una condizione per duecentomila persone secondo i dati ufficiali, tra le 400 mila e il mezzo milione per altre fonti. Era un tempo in cui una diagnosi di Aids equivaleva a una condanna nell’80 per cento dei casi. Gli scienziati erano al lavoro da una decina d’anni ma il solo rimedio – quel 7 novembre del 1991 – era il l’Azt, un farmaco che ritardava la diffusione dell’infezione, un cocktail di altre medicine aveva il compito di combattere gli effetti secondari.

La scienza aveva imparato che il virus Hiv può nascondersi in modo astuto e subdolo nell’organismo, restare in silenzio anche fino a 10 anni, per uscire allo scoperto solo in uno stadio avanzato del suo sviluppo, la cosiddetta fase Larc, seguita dalla fase Las e dall’Aids vero e proprio. Magic aveva scoperto di essere al primo stadio e aveva due cose da fare: fermare l’avanzata della malattia e non contagiare altre persone, con il sangue di un infortunio durante una partita, con lo sperma della sua vita sessuale disinvolta. 

 

L’Aids era diventato per questo un tema della campagna elettorale. Intrecciava la discriminazione della comunità omosessuale e il dramma della tossicodipendenza, per lo scambio di aghi e siringhe. Aveva colpito figure di spicco del cinema, della pittura, della moda, della politica, del teatro, della pubblicità, della letteratura, adesso arrivava a minacciare il mondo dei corpi perfetti e degli eroi, il mondo dello sport che si sente sempre al riparo di tutto.

Michael Jordan sapeva, e non era ancora nulla. La parte peggiore per Earvin Johnson detto Magic sarebbe stata dirlo a sua moglie, e dopo ancora: al mondo. 

Fu la CNN a dare la notizia. Erano i suoi anni d’oro. La guerra del Golfo l’aveva fatta diventare un’agenzia globale di immagini e di voci. Magic Johnson è stato colpito dall’Aids. È la fine della sua carriera. Questo fu l’annuncio, poi venne la conferenza stampa. Non aveva l’Aids – chiarì lui – «ma i test non ammettono dubbi: sono stato colpito dal virus Hiv, non posso rischiare, sono costretto a lasciare la squadra».  

Aveva 32 anni e aveva saltato tre partite per quella che era stata comunicata come un’influenza. C’era al suo fianco Kareem Abdul Jabbar, Magic disse: «Il basket sarà sempre parte della mia vita. Continuerò a giocare, magari con lui. Una parte della mia esistenza è finita, ma non rinuncio alla sfida»

Aveva sposato la sua storica fidanzata, Cookie, un mese e mezzo prima. Aspettavano una bambina. «Mia moglie sta bene – spiegò lui -non ci sono problemi con lei». Dovette spiegarle come era stato contagiato. Dovette rompere la scorza del loro rapporto per ricostruirlo nel profondo. Disse che avrebbe girato il mondo per insegnare ai giovani come fare sesso senza correre rischi. 

Il suo ex avversario McMillen, nel frattempo deputato al Congresso, dichiarò che si trattava di una missione magica e melanconica.

Dentro un’America che aveva provato a bandire da ogni scuola il tredicenne Ryan White, emofiliaco, contagiato per una trasfusione, dentro un Paese preso dalla tentazione di tatuare ogni malato in modo che fosse riconoscibile, Magic Johnson arriva a portare la notizia che l’Aids poteva colpire tutti, i belli, gli eterosessuali, i privilegiati. Quelli che si sentivano al sicuro e un test non l’avrebbero mai fatto. Anche Johnson lo aveva scoperto per caso, andando in laboratorio per un esame da consegnare a una compagnia assicurativa.

A Wall Street, il giorno dopo, i titoli delle società produttrici di preservativi toccarono picchi da record. La Carter Wallace che produceva il modello più diffuso, il Trojan, crebbe di 8 punti. Così come si impennarono le azioni delle aziende che conducevano la ricerca, come la Farmaceutic Immunoresponse, la Repligen Corp e la Biogenetic. Il governo americano aumentò i fondi per le attività scientifiche fino a 2 miliardi: nella finanziaria di dieci anni prima erano cinque milioni e mezzo. 

Il New York Times uscì con un editoriale dal titolo Magic Johnson as President”. Era all’improvviso un uomo bugiardo e traditore dentro casa sua, un irresponsabile che metteva a rischio la salute di sua moglie, e allo stesso tempo diventava un ambasciatore di qualcosa di più grande agli occhi del mondo. La sua promessa – scrisse il New York Times – dovrebbe far vergognare George Bush, il cui silenzio ha permesso che l’Aids scomparisse dall’elenco dei problemi nazionali. I democratici accusavano il presidente di aver assunto un atteggiamento moralistico, di avere chiuso le frontiere agli ammalati stranieri e di aver scoraggiato la conferenza internazionale sul tema, programmata per il 1992. 

Anche Bush intervenne. È una tragedia – disse – per me, per tutti quelli che amano lo sport, lui è un eroe. Non riesco a esprimere la grande stima che sento verso questo atleta. È un gentiluomo che ha affrontato questo problema in un maniera meravigliosa. Io correrò un giro di campo in più del necessario per dare il mio contributo alla soluzione del problema. 

 

      Johnson guadagnava nove milioni di dollari e si scriveva all’epoca che puntasse a diventare il proprietario dei Lakers. Aveva il sorriso di un cartone animato e aveva dato il benestare alla formazione di una Nazionale americana tutta di stelle per le Olimpiadi di Barcellona dell’anno dopo, le prime aperte ufficialmente dal CIO ai professionisti. Avrebbero giocato insieme i più grandi campioni della NBA, dissero senza troppa fantasia: potremmo chiamarlo Dream Team. Nei nostri cortili sventolano migliaia di magliette con il numero 32, annunciò allora Larry Bird da Boston, Che era rivale in campionato ma che aspettava quei Giochi per essere finalmente suo compagno di squadra,  per approfittare di uno degli assist che erano la sua specialità, ne aveva serviti oltre novemila in carriera. 

I giornali americani sollecitavano l’ingresso di Magic in politica, chi lo voleva candidato vicepresidente in coppia con Mario Cuomo, chi pensava che no, meglio di no, non potrà mica campare più di dieci anni? 

 

Chris Herring per Sports Illustrated dopo tutti questi anni sottolinea che la sua diagnosi non solo ha aperto gli occhi alle persone sulla natura della malattia, ma ha mostrato che il virus non doveva essere inteso come una condanna a morte, con una gestione e un trattamento adeguati. Si pensava che il virus dell’immunodeficienza risparmiasse gli eterosessuali che non usavano aghi sporchi. Come poteva essersi infettato Johnson? Era un uomo presente nella lista dei migliori giocatori di basket di tutti i tempi, con un sorriso da megawatt

Poche mattine fa Cookie Johnson è stata a CBS Mornings e al presentatore Gayle King ha detto che in quel momento per lei non era importante come l’avesse preso, ma che non morisse. Johnson racconta che parlare a sua moglie della diagnosi è stata la cosa più difficile che abbia mai dovuto fare in vita sua. Sports Illustrated ha scritto che Johnson non era tenuto a gestire la vicenda in pubblico eppure lo ha fatto. Che abbia deciso così – ora che sappiamo come le persone sieropositive che ricevono cure adeguate siano in grado di vivere quanto chi non è stato contagiato – che abbia deciso così è straordinario. Secondo Nina Harawa, professoressa di medicina ed epidemiologia dell’UCLA, specialista nel trattamento dell’HIV e di altre malattie sessualmente trasmissibili, la sua dichiarazione pubblica ha aiutato moltissimo. «Ci sono dati senza equivoci possibili sul numero di chiamate cresciute alle hotline, dopo la divulgazione della notizia, e sul numero dei test aumentati. C’è stato un dibattito molto più intenso sull’HIV grazie alla sua esposizione. Voglio stare attenta nel dirlo bene, ma ci sono state volte in cui mi sono chiesta se non ci faccia bene avere un altro Magic. Intendo dire, che ci sia qualcuno con cui i più giovani sono in sintonia, che convive con l’Hiv e che sia disposto a dircelo».  

 

La malattia di Johnson ebbe un impatto sulla cultura popolare, e quella a sua volta portò un riverbero dentro la società. Brandon Ogbunu per The Undefeated ha studiato la variazione delle occorrenze tra i libri e nei testi delle canzoni dei Termini Hiv e Aids. La conclusione a cui giunge è che prima del 1999, AIDS appariva più spesso nei libri. Un elemento importante, offre una comprensione sociale del problema più ampio: per molti anni il termine AIDS è stato usato per descrivere tutto ciò che riguardava la malattia, persino il virus stesso

Da una situazione analoga si parte nei testi dei pezzi hip hop, probabilmente anche per il fatto che è più facile trovare una rima con Aids che con  Hiv. Ma può anche essere il segno di come nella stessa fascia demografica che scrive testi hip hop – adolescenti e ventenni – ci fosse una comprensione più vaga. Keith Murray rappava in questo senso in Be Happy (Bad Boy Butter Mix) di Mary J. Blige nel 1994. Tuttavia The Undefeated nota come il divario tra AIds e Hiv si sia ridotto al minimo nel 1993, quando il primo termine cala a una percentuale del 55 percento tra i rapper. Si può ipotizzare che l’annuncio di Johnson abbia fatto la differenza, scrive. Dal 1999 circa, l’uso di Aids è diminuito in modo significativo e nel 2014 ha toccato un terzo del valore di allora. Il cambio di prospettiva, si legge, è evidente nel pezzo Roses di Kanye West (2005), quando dice:

 

You know the best medicine go to people that’s paid

If Magic Johnson got a cure for AIDS

And all the broke motherf—ers passed away

You telling me if my grandma’s in the NBA

Right now, she’d be OK?

 

      Magic si curò. Otto mesi dopo era alle Olimpiadi. Non a tutti pareva quella che chiamiamo favola. L’Australia minacciò di ritirarsi temendo il contagio. La prima domanda che gli fecero alla prima conferenza stampa fu: che effetto le fa sapere che non vedrà crescere i suoi figli? 

Di ritorno da Barcellona con la medaglia d’oro, a quattro giorni dall’inizio del nuovo campionato NBA, i giornali pubblicarono una foto in cui Magic Johnson era in allenamento, e di fianco a lui Gary Vitti gli medicava senza guanti una ferita sul braccio. Si sollevarono in tanti, chi la chiamò imprudenza e chi una vergogna. Un giornalista scrisse che «Magic era bisessuale», il presidente dei Phoenix Suns si spinse a dire che «Magic rovina i nostri investimenti miliardari». Magic lascio perdere, si ritirò prima dell’esordio. Era un Topolino spelacchiato – ha scritto Audisio – si era illuso di poter giocare fino a 36 anni, ma ora non gli andava di fare male al suo sport. Così riperse tutto, era la seconda volta

Sarebbe tornato per una trentina di partite nel 1996 prima di darsi agli affari. Possiede un impero di teatri, cinema. Giacomo Rossetti sul Messaggero ha scritto: Lo scorso 14 agosto Magic ha spento 62 candeline. Un traguardo irreale, per le cognizioni mediche di inizio anni Novanta. Eppure lui è ancora lì, a capo della Magic Johnson Foundation, creata appena dopo l’annuncio della positività per raccogliere fondi da destinare alla lotta all’Aids. E’ sempre lì, a sensibilizzare i giovani sul tema dell’Hiv, e dal 2006 grazie al programma I stand with Magic ha fornito gratuitamente decine di migliaia di test per il controllo della sieropositività. Il più grande successo dell’ex playmaker però è un altro: aver fatto parlare di sé non come di un malato, ma come di una leggenda vivente oltre che un imprenditore di successo

Non mangia più la carne rossa, niente frittura, meglio la frutta. Prende ogni giorno una pillola di Combivir e un inibitore. Fa esami del sangue ogni tre mesi. Ma è sempre Magic. 


 

PUBBLICATO IN ORIGINE IL 7 NOVEMBRE DEL 2021

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