La mascolinità tossica nel rugby: la Francia e il c.t. Galthié dopo il caso Mendoza

 

«Come facciamo a diventare di nuovo persone normali?». È la domanda più intensa e drammatica che si pone Fabien Galthié in una lunghissima intervista data stamattina a L’Équipe e messa in prima pagina dal giornale francese.
Galthié è il cittì della Nazionale di rugby e per buona parte della chiacchierata non parla di mete o di calci piazzati, ma della cultura machista e della tossicità dell’ambiente. Ne parla tre mesi e mezzo dopo l’incriminazione di due suoi giocatori per stupro avvenuta a Mendoza, in Argentina, Hugo Auradou e Oscar Jegou, messi in custodia cautelare e solo poche settimane fa autorizzati a lasciare il Paese. Restano sotto accusa. Galthié definì gli eventi in quei giorni un
cataclisma.
Oggi discute della necessità di vigilare meglio sulla vita dei giocatori fuori dal campo. L’intervista è durata due ore e vuole soprattutto
comunicare la scrittura di una Carta che introduce nuove regole per un miglior ambiente di vita nel rugby e in Nazionale.

I punti salienti della Carta sono tre. Innanzitutto il rapporto con l’alcol. Senza autorizzazione è vietato. Il punto 2 riguarda l’automedicazione. Tutto deve essere dichiarato. Il terzo punto vieta la presenza di persone estranee nello spazio della Nazionale. Perché non c’era nessuno con i giocatori della Nazionale in libera uscita quella sera a Mendoza? Galthié dice che le regole avevano funzionato abbastanza bene per cinque anni. «Ma col tempo, questo meccanismo che lavorava sulla co-costruzione della responsabilità, sull’esperienza e sulla fiducia, si è lentamente indebolito per arrivare a quanto accaduto a Mendoza, con una squadra molto giovane, con poca esperienza internazionale, una selezione fatta all’ultimo momento, con una conoscenza meno buona dei giocatori e una preparazione meno buona. Questo ci ha portato a questi fatti inaccettabili».

Durante i Mondiali si era parlato di serate ubriache ad Aix-en-Provence, con una lite fra due giocatori. «Ne ho sentito parlare – risponde il cittì – non posso negarlo. Consideri che la parola “uscire” non è proibita per me. Penso che ne abbiamo bisogno, c’è bisogno di incontrare gente. Se parliamo del consumo di alcol o di sostanze proibite è un’altra cosa. Sicuramente ci sono stati degli abusi. Ma per cinque anni tutto è stato molto ben gestito dai giocatori. Dai giocatori, non da noi. Esisteva un patto di condivisione. Non c’era nulla di nascosto, non come al tempo dei divieti e delle cose che si facevano di nascosto. Ma Mendoza ha dimostrato che questa autogestione, o questa cogestione, non funziona. Me ne pento. Ci sono stati errori inaccettabili. Non stigmatizzerei però cinque anni di vita insieme, 52 partite, 80 settimane. Ci sono stati momenti di fragilità, questo è chiaro, e bisogna avere molta umiltà a riguardo. A Mendoza il programma da seguire era: ricevimento con gli argentini, rientro in albergo, cena in albergo, uscita. Uscire significa respirare, significa incontrare persone, significa non restare chiusi in un albergo, non vivere in isolamento per quattro settimane. Lo sport da eremiti non funziona. Ma quanto è successo quella sera ha fatto saltare completamente il banco. Noi prepariamo giocatori a superare i loro limiti. Senza sosta. Nei loro club, in Nazionale. Sii più forte, vai più veloce, non aver paura, affronta sfide incredibili. E loro lo fanno. Forse credevamo che una volta fischiata la fine della partita, avremmo fatto la doccia e saremmo tornati facilmente a essere persone normali. Una volta che abbiamo spostato i cursori delle prestazioni fisiche, psicologiche, intellettuali e analitiche, pensiamo che sia possibile all’improvviso fermarsi. Indossare un costume e diventare di nuovo persone normali. Il problema è qui. Abbiamo trascurato il problema di questo ritorno alla normalità quando le endorfine sono al massimo. Come torniamo giù? Come si torna a essere persone normali? Questi giocatori vivono in un equilibrio di potenza permanente per conquistare un posto in campo e continuano la sera a vivere questo equilibrio di potenza perché esiste questa cultura del non arrendersi, di andare sempre oltre perché siamo uomini, perché siamo un gruppo. Ma dopo la partita, il “posso farcela” deve essere finito. Non porta più a nulla».

A una domanda specifica, Galthié riconosce che esiste un problema che è proprio del rugby. «Sì, penso di sì, perché siamo uno sport di combattimento di squadra. E perché abbiamo la nostra cultura, la nostra tradizione». E questa mitologia, aggiunge L’Équipe, una volta porta a battere gli All-Blacks, un’altra conduce a una serata molto alcolica. 

«Non posso condividere tutto – risponde Galthié – perché ci sono cose riservate che restano nel gruppo. Ma nel 2020 abbiamo costruito il nostro gruppo anche con momenti così, tra di noi. La domanda è come affrontare la presenza di alcol. Credo che dobbiamo fare appello alla coscienza individuale, quella che a volte evapora sotto l’influenza del gruppo. Dobbiamo ribaltare il modello, non possiamo lasciarci trascinare dalla logica del gruppo al fischio finale. Ma cosa fai quando, nell’ambiente in cui ti trovi dopo la partita, c’è un ricevimento con alcol a bizzeffe?».

Galthié si dice molto turbato dai fatti di Mendoza, turbato ma «non mi sento indebolito. Quest’estate non sono andato in vacanza, proprio perché ero totalmente impegnato, con tutte le mie forze, a migliorare il nostro ambiente di vita. Non sono mai stato così convinto del mio impegno come in quel momento trascorso dentro una stanza con due giocatori e la polizia. Può sembrare paradossale, lo so. In una squadra di rugby penso che il 33% dei giocatori non beva affatto alcolici nonostante siano stati educati a questa presenza; Il 33% beve ma si controlla molto bene l’altro 33% ha dei punti deboli rispetto alla propria infanzia, rispetto al fatto che hanno iniziato a bere sul pullman della squadra. Dire che mancava un dirigente, non lo so, non è così semplice. Ho studiato come vivono anche le altre Nazionali e gli altri sport. Avevo sentito dire che i sudafricani avevano vissuto un Mondiale senza alcol. Volevo sapere. Sono andato a parlare con i dipendenti del loro campo base di Tolone. Volevo che mi raccontassero come avevano fatto i sudafricani, tradizionalmente grandi consumatori. Lo terrò per me. Al ritorno di Oscar Jegou e Hugo Auradou in Francia ero lì all’aeroporto Charles-de-Gaulle. Poi ero a La Rochelle quando Oscar è tornato al club. I dirigenti hanno suggerito che Auradou e Jegou non fossero selezionabili fino all’archiviazione del caso. Sono totalmente d’accordo con loro sull’argomento. Inoltre, ho chiesto a loro due e a Jaminet di impegnarsi. Hanno un dovere di testimonianza nei confronti dei giovani. Ho detto loro: “Fatelo, farà bene a voi e farà molto bene anche a noi”.

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