Dopo due settimane di Olimpiadi televisive e tre giorni senza, ancora non c’è in giro qualcuno che si dica soddisfatto della maniera in cui siamo tenuti a viverle. Lo ha detto nel migliore dei modi Marco Cattaneo, conduttore del talk serale su Eurosport, alla sua prima esperienza professionale ai Giochi. La parte più difficile del suo viaggio è stata orientarsi nell’abbondanza, “scegliere se andare a seguire D’Amato e Esposito nella ginnastica artistica – ha scritto nel suo diario su Instagram – o guardare invece la clamorosa Italia-Giappone di pallavolo. O quel giorno in cui c’era il badminton alla stessa ora di Italia-Brasile di Judo. Quella sensazione di felicità a essere lì, ma un velo di dispiacere per non essere anche là”.
Da casa: lo stesso. L’allargamento dell’offerta televisiva dà l’idea di essere all’Eden, come sottolineava il critico tv Antonio Dipollina su Repubblica nei giorni scorsi. Hai un canale per vedere tutto il torneo di basket, ne hai uno solo per la ginnastica, uno solo per quello che vuoi. A un certo punto scopri che ti manca una cosa antica, una cosa nota solo dai Boomer in su. Il triangolo. Il triangolino che appariva in basso a sinistra sul televisore quando stavi guardando Sport Sera sul secondo Canale e cominciava Happy Days sul Primo. Lampeggiava.
Il triangolino lampeggiava e ti diceva: ehi, guarda che di là inizia un’altra cosa bella. Se la stavi aspettando, alzati, vai al televisore e cambia. Era ancora l’età delle manopole, e non dei bottoni. Il polso batteva il polpastrello, ruotare era il verbo giusto, non schiacciare. Il telecomando introdusse la rivoluzionaria novità di poter cambiare canale senza alzarsi, ma così come video killed the radio stars, così quel nuovo oggetto da divano uccise il benedetto triangolino lampeggiante. Un malinteso. L’idea che lo zapping autonomo potesse fare a meno di una guida. L’inizio dell’età della disintermediazione. Dopo sono venute le crisi delle agenzie di viaggio e dei giornali. Comunque. Non è questo.
Il punto adesso è l’abbondanza dei Giochi. Ci sono due maniere di reagire. C’è il Lodo Gianmario Bonzi – voce olimpica di Eurosport – che su facebook ha scritto: le Olimpiadi su due settimane non funzionano. Ce ne vogliono almeno tre.
Se c’è un modulo da firmare, qui aderiamo. Come dice il totem di Slalom, l’Olimpiade più bella è stata quella fantasma dell’estate scorsa, anno 2023, quando da giugno fino a settembre sono stati spalmati in televisione i Mondiali di atletica, i Mondiali maschili di pallacanestro, i Mondiali femminili di calcio, i Mondiali di ciclismo su strada e su pista, i Mondiali di ginnastica ritmica e artistica, i Mondiali di nuoto, gli Europei femminili e maschili di pallavolo, i Mondiali di rugby, e per i più perversi anche i Mondiali di judo i Mondiali di canoa e canottaggio, i soliti Mondiali di scherma, i Mondiali di tiro con l’arco. Nel tempo libero c’erano il tennis e la Formula 1, in inverno i Mondiali di pallamano. In sostanza: il programma intero di un’Olimpiade ma distribuito nell’arco di quattro mesi.
La seconda maniera di reagire è il Lodo Liew. Da Jonathan Liew, mirabolante prima firma del Guardian, convinto che verso il gigantismo olimpico bisogna regolarsi “come dopo ogni pasto sontuoso, quando il corpo separa nettamente il nutrimento di cui ha bisogno dalla materia in eccesso”. Ehm. “Le Olimpiadi, per dirla in modo un po’ indelicato, devono subire un processo simile”. E dunque seguendo la sua convinzione, parte con il suo processo di espulsione. Liew fa notare che ci sono 48 discipline in 32 sport, “incluse includono tutte le varianti isotopiche come BMX freestyle e ginnastica ritmica. Si tratta di un aumento del 41% rispetto ai Giochi di Barcellona del 1992 e del 20% da Londra 2012. Quanto è troppo?”.
Lui si è dato una risposta e si è dato dei criteri per stabilire cosa tenere e cosa buttare, “se io fossi nel consiglio esecutivo del CIO”. Liew osserva i nuovi sport di L.A. e dice che “il paziente deve mettersi a dieta prima che si faccia seriamente male. Ci sono decisioni difficili da prendere. Forse il vostro sport preferito non ce la farà a passare l’esame”.
L’editorialista del Guardian dice che bisogna tenersi gli sport che attraggono i tifosi globali e quelli che possono essere organizzati nella città sede dei Giochi. Bisogna anche confermare quelle discipline che lui chiama con il “fattore wow”, gli sport cioè che funzionano sui social media così come nello stadio, Quindi: l’atletica resta, ginnastica, ciclismo, basket, BMX, skateboard e arrampicata restano. La lotta e il sollevamento pesi sono sport semplici, sono prove primordiali del corpo, dove eccellono i paesi più poveri: restano. Judo, boxe e taekwondo sono i più puri: restano. Pallamano, tennis tavolo e badminton sono sport di coordinazione occhio-mano e Liew dice che hanno tornelli bassi all’ingresso, sono accessibili a molti: restano. Tuffi, canoa e beach volley hanno il fattore wow: restano.
Con tiro, scherma e hockey cominciano i guai, e nei guai secondo il Codice Liew ci finisce la vela. “Quanti di voi – scrive – possiedono una barca? Quanti di voi potrebbero avere accesso a una barca e a un mare da solcare? Dei tanti anacronismi delle Olimpiadi moderne, la vela è forse il più evidente: un contentino per uomini super-ricchi che hanno fondato i Giochi e che ancora amano molto gli yacht, uno sport fondamentalmente inaccessibile alla maggior parte dei paesi del mondo, persino a quelli che hanno una costa praticabile. Ma il problema più grande è un altro. In un evento come i Giochi, il cui motivo distintivo è riunire le persone in un luogo per celebrare lo sport, la vela è sostanzialmente estranea: le gare sono abbandonate a centinaia di miglia di distanza in qualche porto benestante, sostanzialmente inguardabili alla televisione, soggette a essere rinviati se non c’è vento o se ce n’è troppo, e con una serie di penalità indecifrabili per tutti tranne che per i più accaniti barcaioli”.
Va fuori dalle Olimpiadi del barone De Coubert-Liew anche il tiro con l’arco, “un omaggio al combattimento militare medievale ridotto al livello di attività da campeggio, un’abilità che si svolge a un ritmo pre-digitale”. Se proprio desideriamo uno sport con un bersaglio, dice, “francamente c’è solo una scelta: portiamo Luke Littler a LA 2028”. Cioè: le freccette. Con quel sedicenne che ci ha intrattenuto durante le feste di Natale.
Oh, anche il surf è fuori. I fotografi si rassegnino. “È fantastico. È spettacolare. È quello che volete voi. “Ma che senso ha uno sport olimpico che devi mettere in scena lontano dalle Olimpiadi? Uno sport brillante. Ma non uno sport olimpico”. E poi Liew butterebbe fuori tutto quel che ha a che fare con un cavallo, tranne il cavallo con maniglie della ginnastica artistica. Prima ancora della questione maltrattamenti, l’editorialista del Guardian ha tirato fuori una norma dalla carta olimpica, dove si legge che “gli sport, le discipline o gli eventi in cui la prestazione dipende essenzialmente dalla propulsione meccanica non sono accettabili”, per aggiungere dunque: “Cosa importa se la forma di propulsione meccanica ha delle orecchie, una coda e un nome ridicolo?”. Tuttavia, da studioso consapevole del capitalismo e delle sue ricadute nello sport, si rende conto che “ci sono un sacco di individui con un patrimonio netto elevato e molti marchi che rivogliono indietro i loro soldi, quindi in qualche modo tutti devono far finta che l’equitazione sia una cosa reale”.
Fuori il basket 3×3, sport che rappresenta “un’esigenza improvvisata” – Liew, lo sapete, è un umorista raffinatissimo – uno sport che nasce in un pomeriggio nel quale qualche compagno non si presenta al campetto, e sì, giochiamo tre contro tre. Fuori il canottaggio, per gli stessi motivi della vela, più “una patina di arroganza universitaria, gli stessi otto paesi che vincono tutto e il brivido di barche in gran parte simili che gareggiano tra di loro sulla stessa distanza in linea retta. Sono sicuro che ci sono dei canottieri pronti a spiegare perché abbiamo bisogno di eventi separati per quattro e quattro di coppia, perché ci sia bisogno di organizzare tutto su un lago a miglia di distanza quando la gara di barche più famosa al mondo si svolge su un fiume in mezzo a una città. È uno di quegli sport olimpici che esistono in gran parte perché la gente nel 1900 pensava che fosse proprio bello”.
Fuori il golf perché a essere onesti, dice, “non ha funzionato. A parte il fatto che i suoi valori fondativi – l’avarizia, la solitudine, la pace e la tranquillità – sono essenzialmente un anatema per tutto ciò che sono le Olimpiadi, riuscite a immaginare un golfista che accende la torcia olimpica?”. E allora fuori. Fuori – ATTENZIONE – anche la pallavolo. Liew lo sa, lo sa e lo dice che “questo potrebbe essere il punto più controverso di tutti. Perché la pallavolo soddisfa molti dei requisiti di uno sport olimpico classico: tradizione, bassi limiti d’accesso, sede cittadina. Ma non ci dovrebbero essere due discipline uguali e separate. E allora, scusate: la spiaggia ha vinto. La beach è pittoresco, all’aperto, edonistica, prende le abilità della pallavolo tradizionale e le proietta in un formato più digeribile. Ci sono troppi sport olimpici che trasmettono ancora l’atmosfera di un centro ricreativo provinciale alle sei del pomeriggio”.
Fuori il calcio maschile, a meno che non vengano i migliori al mondo come nel tennis, allora dice Liew che può restare. Ma non accadrà mai, e il torneo attuale è “un compromesso insoddisfacente, squadre di sconosciuti under-23 con una misera spolverata di polvere di stelle. Ecco perché il calcio femminile rimane una parte vitale e apprezzata del programma. Se nel calcio maschile ci troviamo a parlare di Mohamed Elneny, allora è giusto dire che si tratta di un’opportunità persa”.
Colpo di scena. Il barone De Coubert-Liew metterebbe mano pure al programma di nuoto, non tutto il nuoto, ma quelle gare che definisce una strana forma di nuoto. “Nessun altro sport – scrive – consente ai partecipanti di essere praticato al contrario e di essere definito come un evento separato e con medaglie separate”. Deve avercela con il dorso. “Per quanto Michael Phelps e Léon Marchand siano impressionanti – dice – con le loro molteplici medaglie in molteplici discipline, bisogna chiedersi se davvero siano tutte discipline così diverse, considerato che esistono persone in grado di vincere ovunque. Il nuoto – secondo Liew – occupa fin troppo spazio nei Giochi, portando allo scenario ridicolo in cui Parigi ha costruito due strutture acquatiche, una per il nuoto e una per tutti gli altri sport in piscina. Manteniamo lo stile libero con tutte le due distanze. Manteniamo una gara mista per dare ad Adam Peaty qualcosa da fare nei fine settimana. Il resto via, finisce nel grande intestino dei Giochi per essere espulso, un processo brutto e deplorevole, ma dal quale il corpo nel suo complesso uscirà molto più sano”.
Segue dibattito.