L’ossessione di Tamberi, saltare 2,22 con una colica renale in atto

Una colica renale produce il dolore più insopportabile tra quelli che esistono in natura. Un immaginario consulente di santa romana chiesa per il proselitismo e il reclutamento di nuovi fedeli dovrebbe puntare tutto sulla colica renale. Tutto. Dovrebbe commissionare spot e lanciare campagne di volantinaggio basate esclusivamente sulla colica renale. Invece la chiesa cattolica si concentra sull’otto per mille. Trascura la colica renale. La sottovaluta. La ignora. Non la considera per ciò che è. Un micidiale strumento per la conversione e l’avvicinamento a Dio.

È in quell’istante là, in quel lunghissimo inesorabile istante là, quando sei accartocciato su te stesso e pare che tu stia chiedendo perdono alle mattonelle, che si entra in umile relazione con il mondo iperuranio. Si parla al cielo e lo si implora di mandar via quel dolore che non augureresti neppure a Raymond Domenech durante una finale ai Mondiali. Francesco Montorsi, primario di urologia al San Raffaele, stamattina al Corriere della sera paragona il dolore a quello dell’infarto miocardico e del parto senza anestesia. 

Non c’è nulla di più efficace di una colica renale per suscitare devozione e indurre all’arrendevolezza. In Non avevo capito niente, Diego De Silva spiega che cosa si prova, una specie di totale sottomissione: “Sono nelle sue mani, un ricoverato in piena colica renale alla vista della fiala antidolorifica”.

Invece la chiesa non se ne giova. Eppure di coliche renali soffriva padre Pio, e ne La compagnia dei celestini per Stefano Benni l’episodio più violento mai accaduto nella storia dell’isoletta di Linorio è una colica renale al parroco. È una cosa seria, serissima, una colica renale. Ne è morto Giovan Battista Della Porta, si dice anche Jack London. Per un attacco, il maratoneta italiano Valerio Arri si giocò l’oro olimpico del 1920 ad Anversa, quando era il favorito. Bruno Arpaia (Tempo Perso) sostiene che si tratti di uno dei due dolori (l’altro è il mal di denti) che supera le pene d’amore. Un dolore basso e sguaiato nella forma, “qualcosa di chiassoso, quasi volgare” (così scrive Andrea G. Pinketts, Il vizio dell’agnello), ma trascendentale e sacro nella sua essenza. Una colica renale è salvifica per il Dandi del Romanzo Criminale di Giancarlo De Cataldo: diventa il suo alibi per l’omicidio Magnanti. Ed è una semidivinità da non nominare invano per Niccolò Ammaniti, in Ti prendo e ti porto via:  “Hai raccontato che non avevi fatto i compiti perché avevi avuto una colica renale. Tu che non sai neanche cos’è una colica renale”.

Certo, dopo se ne ride. Quando passa. È il bisogno di un esorcismo. Camilleri fa venire una colica renale a Mimì Augello, e al telefono Catarella neppure lo capisce, “mi parlò di una facenna di un rinale” (La paura di Montalbano). Oppure c’è il musicista Larsen che con i Peninsulina (Marco Della Noce, Che storia), faceva pezzi tipo Philip Glass, ma come suonati “da un pizzaiolo in preda a una colica renale”. Così com’è stata espediente comico per Verdone (Un sacco bello), e Aldo Giovanni & Giacomo (Tre uomini e una gamba).

Quando tutto passa, quando finalmente arriva il dopo, la rivelazione autentica è un’altra. La colica renale è una macchina del tempo. Quando l’attacco è superato, succede che il medico prescriva una terapia fatta di riposo, borsa d’acqua calda e due litri d’acqua da bere ogni giorno. All’occorrenza prescrive alcune siringhine, in genere degli oppiacei. Ora, lo capisce chiunque che una cura del genere profuma d’Ottocento. Pare prescritta da Carlo Bovary sotto dettatura di Thomas De Quincey. A quel punto, una volta introdotto l’ago nel corpo, intramuscolo o endovena che sia, chiudendo gli occhi si può avere un confronto politico con Metternich sul Regno delle Due Sicilie.

 

Ecco. Se tutto è vero – ed è vero – questa è stata la condizione in cui il povero Gian Marco Tamberi in arte Gimbo si è presentato a una finale olimpica per difendere il titolo. Uscendo di scena senza passare 2,27, ma saltando 2,22 con una colica renale in atto. I 2,27 non li aveva passati neppure in qualificazione. Emanuela Audisio su Repubblica: La Francia si riconferma paese con un debole per la ghigliottina, soprattutto quando c’è da eliminare un vistoso e stravagante monarca. Il re dai voli infiniti è esiliato, Uno zombie, Gimbo. Anche se entra nello stadio saltando come un grillo, incappucciato nella tuta, con il cappellino con la scritta Dream it. Va sotto la curva, chiede l’applauso, apre le braccia come Cristo in croce, ma non è giorno di miracoli, solo di via Crucis. È stata la Passione di Gimbo, titola anche La Stampa.

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| Ma ne valeva la pena, si domanda Audisio. I calcoli renali come conseguenza di un dimagrimento straziante. Certo saltare impone portare su poco peso. Ma possibile che in un momento in cui lo sport fa attenzione a questi temi a Tamberi sia stato permesso di diventare un’ombra che ballava nei calzoncini? Dall’ospedale allo stadio o dallo stadio all’ospedale? Per un oro. Oggi i campioni hanno il loro team, sono amministratori delegati della loro azienda, ma se questa è l’immagine dello sport che deve ispirare il mondo non ci siamo. A Tamberi lo sport italiano deve adrenalina, magie, bellezza. Un grazie più alto della Tour Eiffel e il rispetto che si deve ai capolavori del Louvre. Ma l’insostenibile bisogno di ammirazione va curato. E non perché non porti medaglia, ma perché dà le vertigini.

| Marco Bonarrigo sul Corriere della sera ha scritto che non sapremo mai se a tradirlo sia stato l’accanimento più feroce del solito con cui ha massacrato il suo corpo negli ultimi mesi, quelli dei blackout che «andavano e venivano», facendolo passare dal «buio pesto di un tunnel di cui non vedevo la fine» di metà maggio all’eccitazione forsennata di giugno agli Europei di Roma dove ha infilato la più bella serie di salti di tutta la carriera. Oppure se ieri Gimbo Tamberi, entrato in pedana avvolto in una tuta-saio nera come un penitente reduce da lunghissimo digiuno punitivo, abbia semplicemente pagato anni di fatiche e ferite che avrebbero abbattuto chiunque altro

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Una terza ipotesi esiste, come sanno gli iscritti al PCR [Partito Coliche Renali]. La prima cosa che ti dice un medico quando ti dimette: tornerà. Quando è venuta la prima volta, quella volta non sarà l’ultima. Tornerà. Dipende solo da te differire quel momento, dalla tua capacità di idratarti nella quantità e nella maniera giusta, dalla tua capacità di osservare le indicazioni sugli alimenti da evitare. Un calcolo espulso si esamina e da lì si deducono i cibi da evitare, quelli che altrimenti l’organismo non sa trattare e scoria dopo scoria li trasforma in un nuovo calcolo, il prossimo. Chissà se Gimbo ha bevuto abbastanza dopo il ricovero a Formia, chissà aveva avute altre coliche renali in precedenza, chissà se tra gli Europei e le Olimpiadi non ha fatto abuso di qualche bevanda o qualche cibo che il suo corpo non smaltisce abbastanza.

Non lo sapremo mai – aggiunge Bonarrigo sul Corriere – e mai potremo giudicarlo, anche se i medici che hanno osservato il suo profilo scheletrico e letto i referti della pesatura hanno definito a serio rischio il suo 3% di massa grassa (roba da maratoneti africani) e gli psicologi sono rimasti turbati dalla ripetuta ostentazione di Tamberi nell’esibire su Instagram le tracce filiformi delle sue pieghe di grasso sull’addome sudato. Quello che un atleta confida solo a sé stesso («Mi sto massacrando per coronare un sogno. Non starò esagerando? Non rischio di farmi male?»), a un mental coach o a un medico lui lo strilla al mondo nutrendosi dei like e dei commenti dei suoi seguaci come se fossero probiotici o vitamine.

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| Giulia Zonca su La Stampa scrive che ora è difficile dire che è pronto a lasciare e pure a immaginarsi continuare. Qualsiasi idea scivola sull’assenza di volontà. Fine dell’inseguimento. Ogni grana è stata affrontata e qualsiasi reazione spinta al limite e condivisa per moltiplicare la partecipazione e farsi sollevare. Dopo Tokyo ha rivoluzionato il team e tolto il saluto al padre che lo aveva allenato fino a quel momento. Il coraggio non gli è mai mancato, anche per affrontare una finale struggente ce ne vuole.  ora, per la primissima volta, ha una gran voglia di smettere.

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